Elogio di Harry Potter

Leggo Harry Potter. Tutto, dal volume uno al volume sette, in ordine di pubblicazione. Buon’ultima dopo milioni di lettori.

Parto con una bella scorta di pregiudizi e una puzza al naso che non vi dico:

a) l’idea che HP sia solo una saga per bambini/ragazzi (qualunque cosa significhi)

b) l’idea che il successo planetario comporti naturaliter una certa “facilità”

c) l’idea che il maghetto fosse una scaltra operazione commerciale, particolarmente riuscita grazie allo tzunami hollywoodiano.

Finiti i libri, ho preso tutte quelle belle ideuzze rassicuranti  – che cosa c’è di più confortevole che pensare che il successo altrui non sia meritato? – e le ho ficcate nel bidone dell’immondizia.

Intendiamoci. HP è anche un’operazione commerciale. Ma la complessità – la ricchezza – del testo è sorprendente, e richiederebbe ben altro che un post buttatogiù alla veloce. Mi limito a un paio di mie impressioni (appunti preparatori del saggio che  mi piacerebbe leggere).

Punto uno. L’intreccio del piano narrativo con quello che grossolanamente chiamerei simbolico. Fatto male, una mescolanza del genere è una vera iattura, è la maledizione del principiante, cui tocca assistere al naufragio delle buone intenzioni sugli scogli durissimi di una narrazione che non gira.

Fatto bene è una caratteristica dei racconti migliori (e penso a Pinocchio, per restare in un classico per l’infanzia, ma vale per molti dei romanzi cosiddetti per adulti). Mi sembra si possa decrivere così: la storia procede catturando il lettore nelle sue spire, seducendolo, facendolo emozionare e pensare, testa e pancia insieme, un capitolo dopo l’altro. Ma dietro la narrazione il lettore legge in trasparenza anche il significato altro, legge cioè gli avvenimenti e il significato, insieme. La morale se preferite, ma dentro la storia, la morale che è la storia, non schiaffata a forza dentro un legnoso impianto pedagogico ma offerta attraverso la carne e il sangue della letteratura, cioè azione e personaggi. Macroesempio sono gli Horcrux. Azioni malvagie come l’omicidio spezzano letteralmente – narrativamente – l’anima di chi le compie. Il Male, di questo smembramento fa la propria forza (sul piano simbolico il male compiuto rafforza il male). Per questo Harry dovrà ritrovare tutti gli Horcrux (che contengono i frammenti dell’anima di Voldemort) e distruggerli. Fino allo stupefacente finale, dove tutto l’universo morale dei sette i libri meravigliosamente implode: uno degli Horcrux è Harry stesso, è una parte di Harry, che per sconfiggere il male deve essere disposto a morire. Ossia, sul piano simbolico: il male va sconfitto dentro di noi. E ancora sul piano simbolico e narrativo insieme: la vera forza è quella di chi dà la vita per gli altri, non di chi la toglie.

Di cose del genere sono pieni tutti e sette i volumi, e non sempre la Rowlings ricorre alle parole di un adulto saggio (Albus Silente, oppure un insegnante) per “spiegarsi” e sciogliere eventuali passaggi che la narrazione, sola, non ha saputo dipanare. In molti casi la narrazione parla letteralmente da sola, e il doppio piano risulta allora straordinariamente convincente.

Scelgo un esempio che mi aiuterà a passare al punto 2: i Mollicci. Si studiano al terzo  anno. Sono esseri strani, vivono negli angoli bui (armadi, sottoscala…) e assumono la forma di ciò che più terrorizza chi li incontra.  Questi mollicci assumono cioè la forma delle nostre paure. E come si combattono le nostre paure? Il professor Lupin ha due indicazioni per i ragazzi: non affrontarli mai da soli (sul piano simbolico: quanto conta l’amicizia) e usare l’incantesimo Riddikulus, che consiste nell’immaginare la cosa che più ci spaventa in una luce diversa, ridicola, buffa. Il professor Piton vestito come la nonna di Neville Paciock, per esempio. Il cattivo che ci spaventa in una situazione imbarazzante.

Punto 2, allora. Che il sorriso, insieme alla meraviglia del mondo, sia una delle chiavi di volta della weltanschauung potteriana mi sembra abbastanza chiaro, e per certi versi la narrazione è anche il tentativo di escogitare sistemi che consentano ai lettori di affrontare le paure (fino alla più grande di tutte, la paura della morte).

Contiguo al sorriso c’è naturalmente l’ironia – ed è soprattutto questo il piano, chiaro al lettore fin dai primi volumi, per cui HP non sembra scritto per i bambini, ma anche per i bambini, né sembra scritto per i ragazzi, ma anche per i ragazzi. Gli esempi si sprecano. L’ironia nei confronti del professor Gilderoy Allock, tutto preoccupato di fare buona impressione sulle fans che assediano la presetazione dei suoi libri. Il corso di magia per corrispondenza  Speedymagic (con la sua esilarante brochure pubblicitaria). La stessa ironia – tutta letteraria, molto raffinata – esercitata nei confronti di uno dei luoghi obbligati della letteratura classica per l’infanzia (da Dickens in poi): l’orfano. All’orfano HP i terribili zii regalano, per Natale, un… fazzoletto di carta! [ciò non toglie che del rapporto bambino/genitori la Rowling  faccia uno dei temi chiave, con l’opposizione HP (bambino amato)/Voldemort (bambino rifiutato)].

Ancora nel solco di un’ironia che mi pare “da grandi” è l’invenzione (spassosissima) degli Gnomi da giardino (omini in carne e ossa), nei confronti dei quali è necessario attuare (e raccontare) la disinfestazione. O ancora la figura di quella scervellata impostora che è la veggente professoressa Cooman. Oppure la campagna CREPA (Comitato per la Riabilitazione degli Elfi Poveri e Abbruttiti) avviata da Hermione.

Cose che fanno sorridere soprattutto i grandi, perchè attivano, mi pare, una riconoscibile ragnatela di riferimenti alla vita “adulta”.

Se sulla scorta di queste riflessioni cerco allora di immaginare il “lettore ideale” che l’autrice si figurava, comincio a pensare che questi libri la Rowling li abbia  scritti per grandi che leggono ai bambini. Cioè per grandi che amano i bambini al punto da leggere loro storie. O magari per grandi che parlano di libri con i loro figli preadolescenti e adolescenti.

E la Rowling fa la sua parte offrendo loro storie, in qualche modo, condivisibili.

Un bel colpo di genio, mi pare, e segno inequivocabile di scrittura sorvegliatissima, in un macroromanzo che fa dell’importanza dell’amore tra genitori e figli il tema chiave.

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