Pilier Bonatì

Il Dru – Les Drus, perchè sarebbero due, appaiati – somiglia alle montagne disegnate da bambini. Un triangolo isoscele acutissimo, un coltello che buca le nuvole.

Per vederlo da vicino non c’è bisogno di essere alpinisti. A metà agosto saliamo sul treno a cremagliera che dalla stazioncina liberty di Chamonix arriva fino a Montenvers. Venticinque euro di giostra indimenticabile: bosco, verde e nero, fresco, e di colpo l’esplosione di luce della Mer de Glace, fiume immobile di ghiacchio, nel cuore del Bianco.

Il Dru è davanti a noi. Sembra quasi che ci guardi.

Un sentiero appena sopra il Grand Hotel du Montenvers ci solleva dolcemente, nella luce sfolgorante. Ad ogni svolta il Dru è lì, più alto, minacciosa vedetta, lama di roccia impossibile, quintessenza dell’avventura, idea stessa di montagna fatta granito e luce e sassi. Sostiamo dove i francesi hanno imbullonato una placca di bronzo. Ricorda un medesimo agosto, ma del 1955. Sei giorni di solitudine assoluta, in una luce che immaginiamo identica, implacabile. Il sacco con le provviste e la ferraglia. La linea a salire incisa nel bronzo. La via mai tentata. La visione. L’invenzione. La danza sugli spigoli. L’eleganza. Il coraggio. La determinazione.

Pilier Bonatì, la chiamano. Come quando si dà il nome a una stella che nessuno, prima, ha mai visto.

Walter Bonatti vedeva cose che altri non vedevano. Sfidava i limiti, dicono, ma semplificano. La natura è il limite – Grande Natura la chiama lui – ed è dentro  quel limite che l’uomo cerca se stesso. L’etichetta è alpinismo by fear means, con mezzi leali, senza scorciatoie e senza forzature che azzerino la ricerca interiore e stringano la montagna in un assedio tecnologico.

Uomo ecologico vs uomo tecnologico. O l’uno o l’altro, non si scappa.

C’è una foto di Bonatti, dei tempi in cui faceva l’inviato per Epoca, mi pare. E’ di spalle, immagino un autoscatto: sta attaccato ad una parete di roccia, a torso nudo, in una posa plastica che evidenzia il disegno dei muscoli dorsali e delle gambe. L’ho guardata spesso, in passato. Mi domandavo se per essere eroi bisogna per forza essere un po’ narcisi. Avere un ego un po’ fuori misura, ecco. Adesso la guardo e penso che sia un abbraccio.

Il Pilier Bonatì è una stella che nessuno più vedrà. Una frana ha distrutto una parte della via che Bonatti ha visto, disegnato e per la prima volta danzato. Resta la placca, a ricordare l’ impresa e, nella luce irreale di Montenvers, il sospetto che un senso ci sia, nella straordinaria avventura di questi «conquistatori dell’inutile»: l’idea che forse ciascuno di noi, per stare bene, ha bisogno di trovarsi e di provarsi in un proprio Pilier Bonatì.

Addio  Walter.

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