fuori posto, dentro la vita

Martedì sera, Asti, Teatro Alfieri, quinta fila. Seduti sulle poltroncine rosse, gli occhi verso i palchetti dorati, ci sentiamo un po’ fuori posto. Intorno a noi solo studenti e professori. E’ serata per le scuole, spiegano dal palco, nel format è compreso il dibattito finale, sul manifesto non c’era scritto o non lo abbiamo visto, penso. Ci saremmo messi in macchina lo stesso? Centoquarata chilometri tra andata e ritorno in un giorno feriale e quindi lavorativo, rischiando la nebbia? Ormai siamo qui. Attirati dal titolo: Il segno del chimico. Dialogo con Primo Levi.

Sul palco Domenico Scarpa si finge intevistatore. Levi risponde con voce di Walter Malosti e parole proprie. Testi che Scarpa ha scelto con cura. Per un’oretta viaggiamo sulla lingua ricca, sullo stile misurato, sballottati tra metalli, auschwitz,  vernici, rimpianti, gas nobili, giovanili incantamenti. Tirati un po’ qua e un po’ là, al modo in cui lo fa la vita.

I testi sono molto belli, qualcuno – non necessariamente i più noti – strepitoso. Quello che chiude lo spettacolo è l’ultimo racconto compreso ne «Il sistema periodico», e si intitola Carbonio.

«Al carbonio, elemento della vita, era rivolto il mio primo sogno letterario – scrive Levi – insistentemente sognato in un’ora e in un luogo nei quali la mia vita non valeva molto: ecco, volevo raccontare la storia di un atomo di carbonio». Il racconto scivola inseguendo le avventure di quest’unico atomo, che «giace da centinaia di milioni di anni, legato a tre atomi di ossigeno e ad uno di calcio, sotto forma di roccia calcarea». Un bel giorno del 1840 un colpo di piccone lo staccò dalla sua pappa petrosa e «gli diede l’avvio verso il forno a calce, precipitandolo nel mondo delle cose che mutano». E Levi tira dritto discorrendo delle trasformazioni trasformazioni che l’atomo subisce, racconta le rinascite, i viaggi tra le nuvole, dentro gli oceani, all’interno delle foglie. Sette, otto pagine di inno alla vita come raramente capita di ascoltare. Nove pagine. Non di più. Non un romanzo.

Un desiderio di romanzo.

Mi ha fatto tornare in mente un altro desiderio. Chiudendo la sesta delle sue proposte per il nuovo millennio, dedicata alla molteplicità, Calvino scrive: «magari fosse possibile un’opera concepita al di fuori del self, un’opera che ci permettesse d’uscire dalla prospettiva limitata d’un io individuale, non solo per entrare in altri io simili al nostro, ma per far parlare ciò che non ha parola, l’uccello che si posa sulla grondaia, l’albero in primavera e l’albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica… Non era forse questo il punto d’arrivo cui tendeva Ovidio nel raccontare la continuità delle forme, il punto d’arrivo cui tendeva Lucrezio nell’identificarsi con la natura comune a tutte le cose?»

Il testo di Levi è del 1970, l’idea del romanzo su un atomo di carbonio è della sua giovinezza. Non so se abbia ispirato il Calvino della metà degli anni Ottanta. Certo è che, rileggendo la storia dell’atomo di carbonio, ho l’impressione che Primo Levi – l’uomo che scrive, il self – ci sia dentro tutto intero, traboccante di meraviglia per la vita che non finisce, orgoglioso di esserne parte, e dolente per la sua, la nostra, finitezza.

Abbiamo fatto bene a metterci in macchina, penso.

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2 responses to “fuori posto, dentro la vita

  • Claudia

    …ed io male a non venire, a quanto leggo .
    ma sono molto contenta che al posto mio c’erano molti studenti a cui sicuramente le idee e le parole di Primo Levi avranno aperto mente e cuore
    Uomini a tutto tondo come lui hanno fatto crescere generazioni di persone pensanti, e tra loro mi ci metto anche io che ho avuto la grande fortuna di incontrarlo di persona durante la presentazione del suo libro “la tregua “.
    Il suo voler sparire lo ha reso ai miei occhi ancora più dolorasamente umano. Infine, grazia R. di condividere con parole giuste le tue emozioni.

  • raf71

    Grazie Cla. Alla prossima, allora!

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