scrive Fruttero

Mi piace l’idea di onorare Carlo Fruttero pubblicando l’articolo che lui stesso scrisse alla scomparsa dell’amico Franco Lucentini. Si intitola «Con Lucentini aspettando Godot». E’ uscito nel 2002 su Tuttolibri, credo, ed ora chiude l’imperdibile volume “I ferri del mestiere“.

Scrive Fruttero: c’è stato un tempo, una quarantina di anni fa, in cui qualche amico di passaggio ci paragonava scherzosamente a Bouvard e Pécuchet. Ci vedeva lì fermi col mento in mano davanti alla macchina da scrivere; oppure quando camminavamo in silenzio e molto lentamente lungo il canale del Loing; o ancora impegnati a falciare a torso nudo il prato davanti alla casa di Lucentini, o a piantare grossi chiodi in una scaletta di legno pericolante. E gli facevamo venire in mente quella coppia di sempre indaffarati bonshommes in cui Flaubert concentrò tutto il suo sarcasmo (ma anche non poca indulgenza, non poca tenerezza umana) nei confronti del «sapere moderno» del tempo.

Noi lasciavamo dire, ben vedendo la inidoneità di un simile paragone. Come si sa, o non si sa, Bouvard e Pécuchet fanno amicizia su una panchina di Parigi, uno di loro entra inaspettatamente in possesso di una grossa eredità, insieme lasciano il loro misero lavoro di copisti, si ritirano in campagna e cominciano una serie infinita di sperimentazioni in tutti i campi possibili, agricoltura e paleontologia, chimica e religione, anatomia e astronomia, dietetica e giardinaggio, consultando e annotando migliaia di testi fondamentali (per documentarsi Flaubert se ne procurò oltre 1500), e tentando di mettere in pratica i precetti dei grandi esperti. Che tutti si contraddicono e portano ovviamente al disastro. E’ una sorta di farsesco, irresistibile balletto enciclopedico i cui movimenti sono: curiosità, entusiasmo, foga applicativa, ansiosa attesa, gran pasticcio finale e fallimento, da cui però i due ripartono per una nuova impresa con inesausta fede nel progresso.

Lucentini e io di fede nel progresso ne avevamo davvero poca, guardavamo con sospetto anche alle minime invenzioni tecnologiche, una nuova lametta da barba, un cavatappi di audace concezione; e d’altra parte le nostre «sperimentazioni» letterarie di rado si rivelavano fallimentari. Ne provammo di tutte, è vero. Una tragedia elisabettiana intitolata «La battaglia di Vercelli», di cui forse si conserva in qualche cassetto un atto e mezzo. Poi ci venne l’idea di leggere tutta l’Encyclopédie per ricavarne un volumetto di «voci» bizzarre, marmellate su ricetta di Diderot, impiastri miracolosi suggeriti da D’Alembert; e scrivemmo, ma su commissione, radiodrammi e adattamenti televisivi, della Pietra di luna di Collins, di celebri processi e casi criminali; curavamo una rivista di fantascienza, traducevamo fumetti, mettevamo insieme grosse antologie di racconti, non dicevamo di no a (quasi) niente, calcolando al meglio il rapporto costi-benefici di qualsiasi proposta ci venisse fatta. Due cottimisti, ben lontani dal farneticante e gratuito operare di B.& P.

Ma i soggiorni di due o tre settimane nel villaggio di Lucentini tra Fontainebleau e Nemours erano riservati ai romanzi che andavamo scrivendo per così dire di sbieco, con spirito interstiziale e senza farlo sapere a Flaubert. Ansioso cronico e perciò bisognoso di pianificazioni assolute, Lucentini pretendeva di «metter giù» un pre-romanzo pre-definitivo in una rapida ma efficace pre-scrittura. Io gli rispondevo con la frase napoleonica: «On s’engage et puis on voit». L’idea di seguire e anzi tracopiare una traccia dettagliatissima mi annoiava, volevo lungo la strada un minimo di sorprese. Lucentini, acceso amante dell’arte, ribatteva che tutti i grandi e meno grandi maestri avevano lavorato su disegni preparatori, esistevano intere collezioni di studi su una mano, un ginocchio di cavallo, un ricciolo. Io dicevo: «E poi come passiamo alla vera pittura, alla vera Cappella Sistina?». Lui abbassava gli occhi mentre io lo accusavo di nutrire sotto sotto la peccaminosa speranza che quella chimerica pre-scrittura si rivelasse alla fine così buona da non richiedere altri passaggi. «Sei schizofrenico», dicevo, «vuoi scrivere sul serio fingendo di scrivere per prova». «Schizofrenico sarai tu, che vuoi scrivere fingendo di non sapere dove stai andando». «Ma se no, io non mi diverto e il lettore se ne accorgerebbe subito». «Il divertimento» sentenziava lui, duro, «è escluso comunque».

Ma non era vero. Una mezza pagina venuta bene dopo averne appallottolate con rabbia undici diverse versioni e dopo che io beninteso l’avessi approvata, gli allargava smisuratamente il sorriso. «Bravo! Quel taschino di quella camicetta è proprio riuscito», mi rallegravo. E aggiungevo incautamente: «E per di più, senza niente dentro è praticamente invisibile». Lui si rannuvolava. «Già, ma allora perché nominarlo, descriverlo? A cosa serve nell’economia del personaggio e di tutto il romanzo?». Cominciavamo mollemente e poi via via più accanitamente a discutere: le donne non mettono mai niente nei taschini delle loro camicette, è un fatto universalmente noto. Ma potrebbero: per distrazione, per fretta, per comodità momentanea, infilarci accendino, rossetto, biro, biglietto del tram, billet doux, anello, pettine, limetta per le unghie e così di seguito in una serie infinita di possibilità lungo il canale del Loing.

Questo canale bellissimo, dipinto più volte da Sisley, ci era con le sue acque ferme tranquillizzante compagno. Dalla antica casupola in pietra di Lucentini (detta cabane da quelle parti) che vi si affacciava, potevamo prendere a destra o a sinistra camminando sull’alzaia riservata un tempo ai cavalli che tiravano le chiatte. Ormai tutte le péniches erano a motore ma l’alzaia veniva tenuta in perfetto stato dall’amministrazione competente e aveva un fondo grigio scuro, come di carbone macinato, che impediva il formarsi del fango e scricchiolava sotto i piedi. A destra, dopo un paio di chilometri c’era la chiusa col suo sorvegliante che faceva salire e scendere il livello del canale al passaggio dei naviganti. A sinistra, altri due chilometri e c’era il castello, un piccolo e amabile château in stile Enrico IV. Sulla riva opposta una fitta parete di bosco e sottobosco, le ultime propaggini della foresta di Fontainebleau. Le chiatte passavano e ripassavano nei due sensi e noi sempre a parlare della camicetta: che poteva essere di lino, di seta, di cotonaccio, di jeans (di juta?), nonché aderente, o cascante o di giusta misura, e aveva per forza rapporti col reggiseno sottostante, che a sua volta poteva essere leggero, trasparente, corazzato, inesistente. E se mettessimo due taschini? O nessuno?

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Guardavamo pensosi le péniches, cariche, lente, nere, basse sul pelo dell’acqua, che avevano sempre una corda tirata dalla prua alla cabina di pilotaggio, con il bucato steso ad asciugare. Grossi reggiseni per le grosse mogli del Nord, fiamminghe, olandesi, renane.

Dopo cena, messa in riga sul ciglio della strada la poubelle che la nettezza urbana avrebbe all’alba svuotato, facevamo ancora due passi per il paese spento e deserto, doppia fila di case, casette, villini che si allungava parallela al canale. «Nous marchions, fumeurs obscurs…». Lucentini aveva pescato la citazione (era un drago con le citazioni) in uno scritto di Paul Valéry che rievocava le sue passeggiate notturne in compagnia di Mallarmé lungo la Senna, a pochi chilometri da dove passeggiavamo noi. Da quella coppia eccelsa di poeti ci sentivamo ancora più distanti che da Bouvard e Pécuchet, e tuttavia «fumeurs obscurs» ci incantava, ci accarezzava misteriosamente, come se dietro i due puntini di brace delle nostre sigarette ci fossimo per un momento intrufolati anche noi in Arcadia. Nella notte, leggendo fin oltre le 2, fumando un’altra mezza dozzina di sigarette, bevendo un bottiglione di Coca-Cola, Lucentini si persuadeva infine che quella camicetta andava benissimo così.

Ma io frattanto m’ero persuaso del contrario e verso mezzogiorno la discussione ripartiva da posizioni opposte. Così magari per giorni. Simone (femminile di Simon e da pronunziarsi Simonnne, facendo intuire la vocale finale) s’informava con un suo sorrisetto: «Alors, ça avance?», e senza aspettare la cupa risposta saliva sulla Deux Chevaux e andava a Nemours a fare la spesa. Traduceva in francese tutta una serie di libri sulla pittura italiana e quando intravedeva uno spiraglio nei nostri arrovellamenti, ci chiedeva qualche delucidazione sulla prosa impossibile dei critici d’arte svolazzanti intorno al Guercino, a Cima da Conegliano. Ottima cuoca, del tipo che sembra far tutto senza pensarci, doveva però trovare un compromesso tra i miei gusti di italiano medio e le esigenze di Lucentini, che inveiva come Savonarola contro il concetto di «al dente» e voleva pasta e riso ridotti a una montagnetta papposa indegna di una mensa per alluvionati. Capitava, alla fine di una giornata particolarmente nera o particolarmente rosea, che andassimo nei ristoranti dei dintorni, Nemours, Barbizon, Moret, Ferrières, dove spesso nascevano difficoltà con camerieri e maîtres. Dei tre menus in offerta noi sceglievamo quasi sempre il più modesto, non per economia ma perché il menu gastronomique era del tutto al di sopra delle nostre capacità digestive.

Lucentini vedeva però il carciofo vinaigrette nella lista più sontuosa e chiedeva che venisse trasferito nel menu minore, rinunciando da parte sua al pâté de campagne. Un simile scambio era di solito respinto con degli accigliati «désolé monsieur». Lui digrignava i denti, Simone e io cercavamo di calmarlo con argomenti elevati: «Per loro è un sacrilegio, è come chiedere alla Comédie di trasferire qualche verso di Racine in una tragedia di Corneille. E’ un fatto culturale». «C’est bien ça!» trionfava Lutero, «c’est exactement ça!». E si scagliava contro la reggia di Versailles, madre di queste assurde rigidità, e per buona misura demoliva anche il castello di Fontainebleau, nonché, in base alle fotografie, la remota Pietroburgo, togliendo a Simone ogni speranza di visitare un giorno il museo dell’Ermitage.

Nei musei formavamo una coppia di puri spiriti, mossi da un sovrumano propellente. Dopo un’ora io ero già stremato, cercavo quelle panchette piazzate il più delle volte davanti a un Rubens di 20 metri quadri. Loro due trascorrevano di sala in sala senza sentire stanchezza, fame, sete, artrosi, smania di fumare. Tutto era contemplazione, dittatura della retina. Ma quegli occhi così avidi non riposavano nemmeno durante le promenades che ogni tanto facevamo nei boschi. Le ondulazioni di quella regione formano orizzonti di una dolcezza pigra e struggente, una calante distesa di stoppie, un risalente campo di barbabietole, un campanile lontanissimo, un incavo intensamente verde, e laggiù la striscia scura della grande foresta. Seguivamo il sentiero dentro un macchione lungo una cresta e se c’erano funghi gli occhiuti passeggiatori li vedevano senza nemmeno cercarli. Vedevano anche gli oggetti più disparati, scatole di plastica rotte, un portaombrelli arrugginito, pezzi di tubo bucherellato, un cappello di paglia sfondato e Lucentini raccattava non di rado tali meraviglie ammucchiandole poi nel suo strabordante atelier. Non si sapeva mai, potevano sempre venir buone per qualche lavoretto.

«Il fait ce qu’il veut de ses mains!» diceva madame Richard, ammiratrice della manualità di monsieur Lusantinì, un vero uomo, capace di riparare uno scaldabagno, una grondaia. Era l’autrice di un’altra frase che ci deliziava. Al cancello del piccolo cimitero, ricevendo le condoglianze per la morte del marito, aveva esclamato, sinistramente gongolante: «Nous y passerons tous!». Ma due anni fa monsieur Lusantinì aveva dimenticato. Tra l’uno e l’altro dei nostri ricorrenti soggiorni in ospedale ci incontravamo qualche volta fuori, in un caffè o su una panchina di piazza Maria Teresa. «E’ che non ci sto più con la testa» mi confidava lui, crollando la medesima; ma era un lamento che gli sentivo ripetere da sempre. Per tenere più o meno la mente in esercizio mi spiegò che rileggeva i Promessi sposi nella versione tedesca di Lernet-Holenia. Quando gli parlai di madame Richard sorrise appena, non se la ricordava. Ma tirò fuori dalla memoria svanita un’altra appropriata citazione, il grido di Baudelaire: «O Mort, vieux capitaine, il est temps! levont l’ancre!».

Ce ne stavamo lì arrotolando le nostre vietate sigarette, tra lunghe pause inattive. Dalla frenetica coppia di Flaubert eravamo scivolati anno dopo anno nella coppia statica di Beckett, Wladimir e Estragon congelati nell’attesa di Godot. A Beckett Lucentini era arrivato tardi, sospettoso com’era di qualsiasi cosa esaltata esageratamente, gonfiata a luogo comune. Ma poi s’era azzardato a «tirarlo su» dalle erbacce del sentiero, tanto per dargli un’occhiata, e ora lo considerava uno dei massimi autori del ventesimo secolo, il più grande cantore del declino, della disperata vecchiaia, del silenzio. Non sapevamo più bene cosa dirci, su quella panchina. La nostra amicizia era sempre stata per così dire progettuale, le nostre non erano mai conversazioni ma piani di battaglia, sfide ai piedi di impervie camicette, di irraggiungibili taschini. Guardavamo la statua del generale Guglielmo Pepe e non ci veniva in mente niente.
Il vecchio capitano non è arrivato, monsieur Lusantinì ha dovuto crudelmente levare l’ancora da sé, con le sue famose mani. Che il mare arcano della traversata gli sia soave, povero Franco.

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One response to “scrive Fruttero

  • Claudia

    Un’altra grande, enorme persona ci ha lasciato. Non solo uomo, scrittore, intellettuale ma grande persona cioè tutte le cose insieme. Ma per fortuna ci rimangono i suoi scritti che mi sorprendono sempre per il loro leggero scivolar via, ma con la convinzione che la leggerezza non dimentica la profondità dl pensiero, la vastità della cultura autentica e attenta, ed anche una deliziosissima ironia pervasa di pietas e profonda umanità. Ci rimangono personaggi di questa levatura oggi ? attendo segnalazioni grazie.

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