la masnà su Urbs

Di seguito la recensione di Carlo Prosperi, su Urbs di giugno 2012:

“Non so – leggiamo nella Nota dell’autrice che Raffaella Romagnolo pone in appendice al suo ultimo romanzo La Masnà -, forse per fabbricare la cartapesta di cui è fatto un romanzo ci vogliono gli stracci della realtà. O forse, per affrontare i fantasmi, l’unica è farne storie, finzioni, teatro”. Poche righe, ma assai eloquenti. Non solo si sottolinea qui l’importanza della realtà, che, per quanto prosaica e degradata, piaccia o no, fornisce o costituisce la materia prima del romanziere, ma si ribadisce pure la trasmutazione alchemica cui essa va incontro nel farsi letteratura, diventando così “storia”. La “vita orrida vera” – per dirla con Svevo – acquista un senso solamente attraverso il racconto, in virtù di un artificio. L’affabulazione letteraria non cela la sua natura di fictio, ma se la sua funzione si arrestasse qui avrebbe ragione Philip Roth, a quanto pare seguito – per forza d’inerzia – dalla stessa Romagnolo, a tacciare di “indecenza” il “mestiere” dello scrittore.  Così tuttavia non è, e per due ragioni. La prima è quella individuata dall’autrice quando parla di “affrontare i fantasmi” della realtà. La letteratura, per quanto fittizio sia il mondo che essa prospetta, consente appunto di esorcizzare le ossessioni, di tenere a bada i “fantasmi” che ci assillano e, proprio per questo, svolge una funzione liberatoria, forse anche terapeutica: sia che li rigetti dall’io oggettivandoli in una rappresentazione, sia che ne scongiuri gli effetti funesti per via di ambagi narrative come nel caso di Sherazade. Né va dimenticato – come ha dimostrato Mario Vargas Llosa – che le “menzogne” dei romanzi esprimono verità profonde dell’animo umano. “Dire la verità” per un romanzo significa infatti far vivere al lettore un’illusione che gli permetta di colmare le insufficienze della vita o, in alternativa, di attingerne il senso profondo.

Chi racconta è libero di frantumare la linearità cronologica degli eventi per ricomporne a proprio arbitrio, “in una costruzione estetica” (Tomaševskij), le sequenze. Prolessi e analessi, anticipazioni e retrospezioni sono – si può dire da sempre – espedienti di cui il narratore si serve vuoi per catturare l’attenzione del lettore vuoi per dare rilievo a certi snodi evenemenziali che nell’economia del racconto sono particolarmente significativi. Ma, nel nostro caso, sulla loro scelta incidono pure ragioni di orchestrazione o, se vogliamo, strutturali, dovute alla necessità di mettere a confronto, in maniera talora contrappuntistica, tre sensibilità diverse anche – e forse soprattutto – per la sfasatura generazionale che le contraddistingue. Protagoniste del romanzo sono infatti Emma, Luciana e Anna: tre donne della stessa famiglia, nell’ordine nonna, madre e figlia. Oltre al vincolo affettivo, le accomuna l’attrazione che tutte provano per la vecchia casa in collina, la casa dei Francesi, dove Emma entrò da sposa nella primavera del 1935 e dove Luciana vide la luce nove anni più tardi. Le vicende, che abbracciano circa sessant’anni, dal 1935 al 1995, ruotano, nel bene e nel male, attorno a quel fulcro spaziale, che dal punto di vista simbolico garantisce dunque una certa unità al racconto. Nonostante le metamorfosi, peraltro iniziate ben prima della nostra storia, che nel tempo ne modificano radicalmente l’aspetto. Fino a stravolgerlo.

E tuttavia, a ben vedere, la casa – che pure costituisce un comune “oggetto del desiderio” – è solo un pretesto o, meglio, la pietra di paragone sulla quale si misura il grado di libertà delle tre donne, il diverso livello di (auto)coscienza cui esse approdano. Il tema della libertà e quello ad esso connesso della scelta hanno un ruolo centrale nel romanzo, che proprio per questo si distingue nettamente dai modelli narrativi ottocenteschi. La “roba” di verghiana o balzachiana memoria, così come le ragioni economicistiche che qua e là affiorano, non hanno qui il rilievo che invece assume, sulla scia dell’esistenzialismo, la libertà di scelta. E, del resto, la stessa dimensione temporale cessa di essere quella scandita dall’orologio o dal calendario, sciogliendosi dai rigidi binari della cronologia, giacché risulta ormai impossibile – come notava Ulrich ne L’uomo senza qualità – la reductio ad unum dell’“opprimente varietà della vita”. È anche per questo, quindi, che il filo del racconto non si sdipana più linearmente come nel romanzo ottocentesco, ma procede assecondando il tempo fluttuante e associativo della coscienza. Non è solo questione d’intreccio: se la matassa s’ingarbuglia è anche perché nello stream of consciousness – qui ampiamente sfruttato – sensazioni e pensieri, ricordi e impressioni, dentro e fuori, realtà e fantasia, detto e non detto, s’intrecciano e si confondono. Il pensato ha lo stesso rilievo del parlato. Quantunque, a rigore, le soluzioni tecniche adottate dalla scrittrice per rendere, con sagace esprit de finesse, il fervido “lavorio delle coscienze”, si diversifichino, traducendosi ora in un flusso (e in un periodare) che potremmo dire orizzontale, di larga e varia portata, ora in una scansione rallentata, verticale, più selettiva, così da isolare annotazioni ed immagini, che acquistano pertanto maggiore evidenza, specialmente se la sintassi diventa nominale.

Questo ovviamente succede quando la narrazione si focalizza sui personaggi, mentre quando il pallino passa al narratore onnisciente la sintassi si fa più articolata e complessa. La figura retorica che allora prevale è senz’altro l’anafora, indizio della monotonia della vita, della spirale del tempo che torna su se stesso, avvitandosi, senza sostanziali variazioni, in una stanca coazione a ripetersi. L’esistenza, almeno apparentemente, è poter-essere, vale a dire libertà di progettare, di realizzarsi, ma ogni scelta comporta la riduzione delle proprie possibilità, il restringersi delle opzioni, così che, a lungo andare, si viene risucchiati all’indietro, condannati a reiterare le scelte già fatte, a viverne e perpetuarne le inevitabili conseguenze. È così che la libertà diventa destino. L’anafora consente di ricapitolare le vicende riconducendole a motivazioni comuni, a istanze in qualche modo unitarie. I momenti cruciali della vita, quelli in cui sta in agguato il destino, non sono molti e spesso passano inavvertiti, confusi e dissimulati nella “monotona normalità”, nell’“affollarsi frettoloso di dettagli consueti”. Ogni decisione è un laccio che si annoda. Le conseguenze sono imprevedibili: solo a posteriori, con il senno di poi, ci si rende conto della trappola in cui, più o meno volontariamente, ci si è cacciati. E si recrimina: sulla propria leggerezza, sui condizionamenti sociali (che non mancano mai), sui malintesi, sulle circostanze che hanno indotto a imboccare una strada e non altre. A questo punto è facile cadere nel bovarismo, cercando un’impossibile compensazione all’insoddisfazione quotidiana nell’evasione fantastica, nel sogno di un altrove che diventa la proiezione immaginaria di un’autenticità smarrita. Simultaneamente però, per i “fili di ragno che legano la mente al corpo”, il disagio psichico tende talora a somatizzarsi, dando origine – è il caso di Luciana – ad amnesie e capogiri all’apparenza inspiegabili.

Il dramma della libertà è dunque il tema di fondo del romanzo. Ma ci sono diversi gradi di libertà e questi sono storicamente determinati. È chiaro che non esiste una libertà assoluta, perché l’esserci dell’uomo è sempre un essere-nel-mondo, in una situazione che in qualche modo lo limita e lo condiziona. Per il resto, il ventaglio delle possibilità di scelta che si aprono all’individuo può essere più o meno ampio e dipende, in genere, dal contesto socio-culturale in cui egli si trova a vivere. Alla Romagnolo interessa in particolare la libertà della donna: non una libertà astrattamente intesa, ma concretamente verificata nella sua evoluzione storica più recente (diciamo nel corso del secolo scorso) all’interno di un’area geografica (il Monferrato) che le è familiare. Questo le consente di aderire ad una materia che non le è indifferente, ma tocca in lei corde emozionali che affondano nel suo vissuto; una materia che la perturba e commuove tuttora, con la sua viscerale incandescenza, ed abbisogna quindi di essere obiettivata nella finzione narrativa. D’altra parte, l’uso frequente del dialetto o, meglio, di locuzioni e di espressioni dialettali disseminate con perizia ma senza risparmio nel tessuto del racconto testimonia l’urgenza sentimentale di dar voce a un mondo che non è più e tuttavia ha lasciato sedimenti durevoli nella memoria e nell’inconscio di chi, sia pure di sfuggita o di riflesso, lo ha conosciuto.

Ebbene, qual era il ruolo della donna nella società rurale monferrina del primo Novecento? La storia di Emma Bonelli, data in moglie ad un ciabattino zoppo e accolta nella cerchia familiare dei Francesi per la sua industriosità, illustra in maniera esemplare la condizione di sottomissione (e di umiliazione) in cui versava l’altra metà del cielo. Il sacrificio è la stella polare della sua vita, il suo ineludibile punto di riferimento. E la morale del sacrificio trova la sua mise en abîme nella storia deamicisiana Dagli Appennini alle Ande che Emma racconta alla nipotina e che, nelle sue intenzioni, vuol essere “una grammatica esistenziale” o almeno “un viatico, una mappa nella complicatezza del mondo”. Forse anche un auspicio, dato il suo lieto fine. Il proverbio cui ella si ispira è: “Ogni posto sua cosa / Ogni cosa suo posto”. È evidente che nel suo caso la libertà o non esiste o ha comunque margini ridottissimi; nondimeno, avendo ella introiettato e fatto suo, inconsciamente, la logica (maschilista) del “mondo piccolo” in cui è nata e cresciuta, ella sente meno di altre il peso del giogo che l’opprime e consuma la sua esistenza – non priva di piccole gioie – in una sorta di elementare amor fati, di adesione piena e senza riserve alla vita. Per questo ella non è in grado di capire le frustrazioni della figlia e l’irrequietezza della nipote. Luciana, invece, intuisce tardi di essersi infilata in un vicolo chiuso accettando di sposare Franco Cermelli, un uomo arido, incapace di amare, che dall’educazione ricevuta ha imparato a mantenere tra sé e il mondo una distanza di sicurezza, a blindarsi negli automatismi di una vita meccanicamente ripetitiva e irriflessa. Come nei giochi che faceva da bambino. Salvo infrangersi alla fine contro “la durezza metallica della realtà”. Solo la morte del marito darà modo a Luciana di uscire dalla prigione in cui era finita, ed è significativo che allora di colpo cessino, per lei, le amnesie e i capogiri. Quando si renderà conto di essere rimasta invischiata in “un enorme malinteso”, ella, nella sua ansia di scuotersi di dosso ogni condizionamento del passato, avvertirà la necessità di “dimenticare i Francesi” e, con loro, pure la casa “dove tutti comandano e anche dal letto di morte ti dicono quello che devi fare”. Anche a costo di sfidare il fratello.

La figlia Anna, nata negli anni Settanta, godrà di una libertà impensabile ai tempi della madre e, soprattutto, della nonna. L’emancipazione femminile si è ormai affermata ed ella ha così modo di laurearsi e di riflettere a fondo sullo stato delle cose e, in particolare, sulla condizione della donna. Sacrificarsi per amore le pare un’assurdità e, una volta superato il trauma provocatole dalla morte del padre, del quale si era costruita un’immagine ideale, del tutto difforme dalla realtà, giungerà a comprendere (e a condividere) le ragioni della madre. E, mentre la nonna, chiusa nel bozzolo impermeabile del suo asfittico microcosmo, morirà, ella aiuterà Luciana a uscire dalla condizione di minorità in cui le convenzioni del vecchio mondo avevano paternalisticamente relegato, con la sua tacita complicità, la donna – la masnà, appunto-, portando fino in fondo il suo processo di liberazione. Che, non a caso, per Luciana coincide con la rivendicazione dei propri diritti sulla vecchia dimora, da cui il fratello l’aveva praticamente sfrattata, condannando lei e l’anziana madre a un doloroso esilio. La casa dei Francesi, con tutti i suoi segreti, talora inconfessabili, ribadirà così, ancora una volta, tutta la sua pregnanza simbolica, a dispetto dello straniamento indotto dal passare del tempo, che forse – come ha di recente osservato Derek Walcott – è “la sostanza autentica della realtà”. Anche in questo romanzo, dove la grande storia – il fascismo, la Resistenza, gli anni del boom economico e della crisi, l’uccisione di Moro – è volutamente lasciata sullo sfondo per dare spazio agli umili eroismi e alle tragiche viltà della gente comune.

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