la masnà sul Quaderno di storia contemporanea

Di seguito la recensione di Graziella Gaballo, apparsa sul numero 51 della rivista dell’Isral «Quaderno di storia contemporanea»

Con questo suo romanzo Raffaella Romagnolo, per anni preziosa collaboratrice del nostro Istituto, attraversa le fasi più salienti del Novecento (il fascismo, la guerra, il dopoguerra e il boom economico, il passaggio dal campo alla fabbrica –  che segna forse la trasformazione più forte,  con il decadere del mondo rurale e l’avvento dell’urbanesimo –  e infine gli anni di piombo)  filtrandole attraverso uno  sguardo e una storia al femminile. Ne sono protagoniste Emma, Luciana e Anna,  rispettivamente nonna, madre e nipote, ognuna delle quali è la masnà del titolo, vale a dire la bambina, o – ancor meglio- chi deve essere accudito e protetto perché incapace di provvedere a se stesso e decidere da solo. In realtà nessuna delle tre è una masnà, in quanto sono tutte ben capaci di decidere e provvedere a se stesse: tre donne coraggiose e forti, in contrasto con le figure maschili del romanzo che appaiono molto più fragili e deboli e  spesso  bloccate in un egocentrismo privo di sbocco.

La prima donna è Emma Bonelli, nonbella (di bello ha solo una massa di riccioli rossi, che presto taglierà) e  povera, ma in grado di garantire un’inesauribile forza lavoro ed è questo il motivo per cui viene scelta per diventare,  nell’aprile al 1935 la moglie del ciabattino Eugenio, detto Genio: zoppo, inetto, chiuso in se stesso e  con un segreto svelato solo anni dopo la sua morte, una delle sorprendenti rivelazioni che il procedere del racconto ci riserva via via che la storia si dipana. Dopo quel matrimonio combinato e subito – indimenticabili le pagine in cui si descrive la trivialità del banchetto di nozze e  l’orrore della prima notte con uno “straniero” sposato per il tramite di un sensale –  quella di Emma Bonelli nella grande casa a forma di L,  sulle colline dell’alto Monferrato, detta da tutti la casa dei Francesi, “perché molti anni addietro un paio di fratelli si erano spinti a lavorare oltre frontiera” sarà una vita di fatica,  silenzio e rinunce all’insegna del dogma ‘l parun ’l sa, cioè il padrone – vale a dire l’uomo – sa cosa è giusto fare. Ma al tempo della Resistenza, davanti a Carlin dla Moisa che chiede di essere nascosto  sarà lei a dovere e sapere  decidere e scegliere.

La figlia Luciana viene al mondo  “rossa e stropicciata come una rapa cotta” ed è subito guardata dai Francesi, in quanto femmina,  con l’imbarazzo con cui si accoglie, a una festa, un ospite inatteso e non  gradito.  Luciana vivrà la sua giovinezza alla fine degli anni Sessanta e assaporerà la possibilità di una vita libera e rispondente ai suoi desideri quando le verrà offerta possibilità di un miglioramento di carriera all’interno della sartoria dove lavora ma,  condizionata dall’atmosfera familiare – e in particolare da quanto pensa per lei il fratello Mario, perché, ancora una volta, il mantra non detto ma interiorizzato è che Mario ‘l sa, sa cosa c’è da fare, cosa è giusto fare –     non avrà il coraggio di dire che, al matrimonio, preferisce il suo lavoro alla Sartoria Fratelli Bondiglio, “l’aristocrazia della camicia operaia”. E così diventerà moglie dell’anaffettivo cuoco Franco Cermelli, che insegue il  desiderio di aprire un suo locale  e cerca compagnia per il viaggio verso quell’ambizione e con lui si trasferirà qualche anno dopo il matrimonio nel Basso Monferrato, ad un’ottantina di chilometri dalla casa dei Francesi,  portando con sé anche la madre ormai vedova e  abbandonando  la casa dei Francesi alle cure domenicali del fratello maggiore Mario, che ha fatto carriera nelle ferrovie, e vive a Torino. Il marito, la figlia, la casa, la vita avranno il sopravvento sulle sue aspirazioni e sui suoi sogni; ma, divenuta vedova troverà anche lei – che fino a quel momento aveva solo guardato un po’ da esterna le altre donne emanciparsi – il coraggio di entrare con determinazione  nella vita adulta per farsi carico di  sistemare ciò che il marito aveva lasciato in un disordine fallimentare.

Toccherà  infine alla giovane Anna, figlia di Luciana, portare a compimento il cammino di emancipazione delle tre donne: sarà infatti lei  l’unica donna nella famiglia a poter proseguire gli studi e a  spezzare la catena di rinuncia e sottomissione a cui ha visto piegarsi la madre e la nonna. Anche se per farlo dovrà comunque confrontarsi con i legami affettivi e familiari che hanno tenuto strette le altre donne e soprattutto dovrà passare attraverso la demolizione della figura paterna, così diversa da quegli aspetti quasi eroici che nei suoi pensieri di bambina le aveva attribuito; e dovrà anche, alla fine, per far fronte ai problemi economici in cui il padre morendo ha lasciato moglie e figlia, abbandonare il sogno della carriera universitaria a cui teneva tanto e cercarsi in fretta un lavoro.

Sullo sfondo, come abbiamo già detto, la grande Storia che fa irruzione in vari modi nel romanzo, ad esempio attraverso il personaggio, già citato, di Carlin d’la Moisa, il giovanissimo partigiano che Emma nasconde per una notte e che rimanda alla storia resistenziale dell’Alto Monferrato, con le sue bande di ragazzi renitenti alla leva che hanno cercato di organizzarsi e sono stati sterminati: il riferimento è, in particolare, alla banda Lenti e a quei 27 ragazzi trucidati dai nazisti fascisti il 12 settembre 1944.

Questi quindi i personaggi, i luoghi, le coordinate del romanzo, che si presenta, a tutti gli effetti, come un romanzo di formazione: perché  è un po’ come se Emma, Luciana e Anna costituissero un unico personaggio che nel tempo e attraverso le prove della vita matura fa,   per approssimazioni successive,  un percorso di maturazione, consapevolezza e crescita attraverso il cambiamento del contesto e di se stessa;  prima l’una e poi l’altra, ma anche tutte e tre insieme, per arrivare, ognuna in modo paradigmatico per la generazione cui appartiene, a decidere della propria vita, sentirsi libera, smettere di essere masnà.

 

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