la voce del dolore (e buoni consigli di lettura)

Ci sono casi in cui chi ti guarda sa meglio di te dove stai andando.   Provate allora a leggere l’intenso articolo di Ugo Riccarelli uscito sabato sul Corriere.
Per me,  è  uno di quei casi.
(Succede raramente, è un’epifania).

 
Da Tabucchi a Grossman, il senso degli addii 
 
UGO RICCARELLI
 
“Corriere della Sera”, 2 Marzo 2013
In un racconto di Antonio Tabucchi contenuto ne Il tempo invecchia in fretta, uno scrittore racconta del suo dolore alla schiena, un dolore fisico che, lo scopriamo leggendo, gli deriva dalle posture da lui assunte nello scrivere, di quanto queste incidano sì sulla sua colonna vertebrale, ma probabilmente sulla sua (e sulla nostra) esistenza. Un «malato di letteratura», lo definisce il suo medico, di una condizione che, come le posizioni che lui assume per scrivere, si confonde nell’intrico ingarbugliato dell’atto del suo scrivere e di quello del suo vivere. Verità del dolore e finzione della letteratura si mischiano dunque, come la realtà e le parole scritte per raccontare, e provocano e narrano quella sofferenza che, in fondo, è uno dei temi «classici» della letteratura.
La scrittura è, ci pare dire Tabucchi, uno dei pochi e inevitabili modi di mettere le mani nella fragilità della condizione umana, là dove, Leopardi ce l’ha ben insegnato, il dolore è una delle sue parti costitutive. Forse quella stessa spina dorsale che lo scrittore del racconto tabucchiano non riesce a governare.
L’uomo contemporaneo non ama molto che gli si ricordi questa fragilità. Lanciato sulla superficie della realtà e abbacinato dalla spettacolarizzazione di ogni proprio ambito, anche privatissimo, preferisce pensare che la morte e il dolore non lo riguardino, o comunque, quando questo accade, che il fastidioso inghippo debba essere risolto da medici, da stregoni, specialisti o da chi per loro.
Ma l’arte continua a mettere le mani dentro questa materia fastidiosa, a ricordarci, come succedeva non molto tempo fa, che nascita, sofferenza, morte ci appartengono direttamente, e che le vicende spesso dolorose dell’esistere tracciano, (sono la spina dorsale?) significano le nostre vite. Basta consultare un interessante libro scritto da Iona Heath, Modi di morire (Bollati Boringhieri, 2009) per scoprire i molti intrecci che l’arte, la poesia, la narrativa hanno creato attorno a questi temi e alla necessità di affrontarli con uno spirito che sempre di più, oggi, ci viene a mancare, impegnati come siamo a guardare la superficie, a lucidarla e a rifiutare ogni difficoltà.
Il linguaggio non può che imitare se stesso, come afferma giustamente Walter Siti ne Il realismo è impossibile e la letteratura pur selezionando e raccontando porzioni di realtà, sembra possedere la capacità non tanto di descriverla, quanto di entrarci dentro lasciando aperto sempre un altro piano nascosto, uno specchio che rimanda un’immagine spesso sconosciuta, scomoda, inquietante. Umana.
Negli ultimi anni alcuni scrittori hanno tentato di raccontare questa umanità tornando a uno sguardo allargato, meno minimalista, centrato sulle «piccole» vicende umane, attraverso le storie minute delle persone, di tutte quelle infinite particolarità nelle quali si intuisce la sofferenza come collante che attraversa le vite della gente e dunque la Storia.
Recentemente scrittrici come Romana Petri, da Alle case Venie fino allo splendido Tutta la vita, passando per la saga portoghese di Ovunque io sia, o Melania Mazzucco con Vita , Laura Pariani con Dio non ama i bambini, Raffaella Romagnolo con La Masnà hanno saputo raccontare storie corali di personaggi che incrociano le proprie vite, tessere di un mosaico umano che illustra gli amori, i tradimenti, le violenze e gli slanci, le guerre, le miseria e il riscatto, le speranze e quelle mille altre cose che compongono la vita delle persone, nella quale, assieme alla tensione verso la felicità, la voce del dolore è qualcosa di inevitabile che preme e spinge. Segna e racconta la vita della gente. È una narrazione che, proprio per queste caratteristiche, spesso sa costruire una sorta di «epica del quotidiano», minime tessere che mostrano, certo, ma allo stesso tempo svelano e nascondono, ci obbligano a domande.
Noi soffriamo, ci deterioriamo, moriamo, e le storie dei nostri percorsi, le nostre storie, possono utilizzare lo specchio della letteratura non tanto per descriversi, ma per esistere, aprirsi e liberarsi sotto forma di parole alla riflessione dei lettori. Penso alle belle pagine del racconto del rapporto con la malattia e la morte dei propri genitori che si possono trovare nell’Edoardo Albinati di Vita e morte di un ingegnere o nell’Elisabetta Rasy de L’estranea, dove la letteratura mostra la possibilità di ripercorrere una conoscenza dolorosa di un rapporto complesso tra persone e tra corpi che, appunto, si deteriorano, soffrono e muoiono, che a causa della malattia cambiano e diventano estranei agli altri e a se stessi. Racconti che, come dicevamo prima, sanno evitare ogni tentativo di spiegazione, di conforto retorico, ma posano
l’occhio (la scrittura), sulla tessitura dei piccoli gesti, delle abitudini, degli oggetti familiari, della malattia che impone una differente conoscenza e il viaggio dentro paesi sconosciuti.
In questo senso ritengo emblematici gli scritti di Hervé Guibert attorno alla sua malattia in una scrittura che, proprio come l’AIDS, distrugge ogni canone estetico e porta nella dimensione totale del dolore le rappresentazioni raccontate ne All’amico che non mi ha salvato la vita, Le regole della pietà e Citomegalovirus .
Raccontare il dolore non per allontanarlo o renderlo inoffensivo, ma per affermarlo come elemento vitale, anche attraverso l’inutile, banale, attesa di un felino domestico ne Il gatto in un appartamento della Szymborska, o con quelle semplici, eppure tremende negazioni con cui David Grossman scrive la morte del figlio Uri: «Sono ormai tre giorni che quasi ogni pensiero comincia con “non”. Non verrà, non parleremo, non rideremo. Non ci sarà». Il dolore privato di Grossman, lo stesso che percorre il suo ultimo Caduto fuori dal tempo, diventa universale con la sua scrittura, apre la porta alla dimensione in cui noi possiamo accedere solo grazie alla letteratura, perché, come ha scritto Roberto Cotroneo: «Nessuna legge della letteratura, se mai ci sono state, può riuscire a dirci che la cosa più eversiva e sconvolgente che ha fatto Grossman in questo libro è quella di aver trovato le parole del dolore. Perché il dolore non vuole parole, con il dolore non ci sono parole. Proprio così: aver trovato le parole. Ma non per raccontare, non per oltrepassare la soglia, ma per lasciarla immutata come un paesaggio che non sappiamo attraversare, come una possibilità che in verità non abbiamo mai avuto».
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