raccontala

Mentre scrivo, Open di André Agassi sta al 28° posto della classifica Libri di Amazon Italia. La nota sopra la copertina dice che il libro è nella top 100 da seicentotrentotto giorni, cioè quasi due anni. Ora, Agassi sarà anche un grandissimo campione. Uno che, con quella cresta, i calzoncini di jeans e gli orecchini, per tutti noi che gli siamo coetanei incarna gli anni Ottanta e buona parte dei Novanta, ossia la nostra giovinezza. Ma in un paese dove i libri durano meno del latte microfiltrato e l’unico sport è il calcio, che la vita di un tennista piaccia tanto te lo spieghi solo per come il libro è scritto.

E infatti mica l’ha scritto Agassi. Non da solo, almeno. L’ha scritto il giornalista statunitense J.R. Moehringer, ma per scoprirlo devi arrivare in fondo al libro, asciugarti le lacrime che la partitella Graf-Agassi ti ha strappato e affrontare i credits. Oppure devi aver letto i peana di Baricco e Piperno.

Io avevo letto Baricco. Con quel pò pò di presentazione, Moheringer avevo deciso di considerarlo con cautela. Così ho lasciato indietro Open, il successone, e sono partita con Il bar delle grandi speranze, dove il giornalista racconta la sua infanzia schifa e la sua bruciante giovinezza a Manhasset, Long Island. E’ dove Scott Fitzgerald ha ambientato Il Grande Gatsby. Non a caso il titolo originale è The tender bar, e riecheggia l’altro capolavoro di Fitzgerald. Moheringer racconta la sua iniziazione alla vita adulta, l’amore come una lama di luce e un chiodo nel cuore, la sofferta accettazione del destino che ti spedisce a Yale con una borsa di studio anche se vieni dal posto sbagliato, dalla famiglia sbagliata, dal padre sbagliato. Il destino che farà di te uno scrittore nonostante tutto. 

Dopo Il bar delle grandi speranze ho letto Pieno giorno, biografia romanzata di un rapinatore gentiluomo, Willy Sutton, che svaligiava banche negli anni della Grande Depressione e della Guerra. Solo alla fine, solo dopo le rocambolesche evasioni da Sing Sing e l’amore impossibile per una magnifica donna che però non meritava tanto, ho attaccato la biografia di Agassi. E a questo punto penso che no, non puoi partire da quella. Cioè, puoi, ma ti perdi il sale della faccenda. Perché Moheringer è uno scrittore vero, e quindi ti racconta sempre la stessa storia – la sua – e se parti con Open, e – dio non voglia – ti fermi a Open, pensi che quella sia la storia di Agassi. Mentre quell’Agassi lì, la voce narrante di Open, è solo un personaggio di Moheringer.

Che non vuol dire che non sia “vero”. E’ più che “vero”, è un personaggio letterario, un oggetto in cui si può riconoscere e che aiuta a capirci qualcosa del mondo. Ed è un magnifico personaggio.

Un bambino che cresce, e tu lo guardi crescere, quasi cinquecento pagine di crescita.

E’ la scoperta di quel macigno che è il destino, è l’enorme titanica fatica di trovare il proprio posto nel mondo, il proprio “senso”, uno slam dopo l’altro, ma anche una cassaforte dopo l’altra, e un esame universitario dopo l’altro.

E’ il senso di soffocamento osservando l’immagine che il mondo ti cuce addosso, punk del tennis, gangster inafferrabile, laureato in una prestigiosa università.

E’ un padre per il quale non sarai mai all’altezza, assente anche nella sua asfissiante presenza.

E in fondo alla lunga strada (Moheringer non si risparmia, i suoi sono libri torrenziali), dopo centinaia di splendide pagine, per tutti e tre i personaggi – se stesso, Willy Sutton e Andre Agassi –l’approdo è la scrittura. Moheringer la piazza lì come un suggello, un marchio di fabbrica. La vita è un casino, dice. Ma tu scrivi, scrivi. Raccontala: è l’unico possibile senso.

 

 

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