paoletta su Tuttolibri

Di seguito la recensione di Tutta questa vita a firma di Margherita Oggero, uscita sull’inserto “Tuttolibri” de La Stampa il 9 novembre 2013.

«Famiglie! Vi odio! Focolari chiusi; porte serrate; geloso possesso della felicità» scriveva Gide nel 1897. Ad assai più di un secolo di distanza, la sedicenne Paoletta – protagonista e voce narrante del romanzo di Raffaella Romagnolo – non arriva all’odio, ma certo patisce come una dolorosa ferita l’estraneità gelida del padre e la presenza frettolosa e sfuggente della madre, si arrovella sui tanti aspetti oscuri e sempre taciuti del passato della sua famiglia, e soprattutto avverte l’assenza totale di felicità che si respira in casa. Solo col fratello Richi di dodici anni ha un rapporto di affetto, sebbene sia intessuto di sfide ripicche e gelosie (lo chiama apertamente Sfi, abbreviativo di Sfigato), mentre Nina, la governante rumena, offre qualche ritaglio di complicità e comprensione. Ma Richi è gravemente malato, non si regge sulle gambe, ha le ossa fragilissime, reagisce spesso agli stimoli con impuntature isteriche e violente, e Nina progetta di tornare presto al suo paese per aprirvi un negozio.

Insomma Paoletta è in piena crisi, imbozzolata nel suo groviglio di aspettative e comportamenti contradditori: come molte adolescenti non accetta il suo corpo, mangia  a dismisura  per autopunirsi, si camuffa dentro camicioni sformati, rifiuta di fare gruppo con le compagne e ne viene crudelmente sbeffeggiata su Facebook, odierna gogna mediatica, e di tutta la vita che ha davanti  non sa davero che farsene.

Poi però nei romanzi (e più raramente nella vita) avviene una svolta che mette tutto in discussione e permette che si aprano nuove prospettive: Paoletta incontra Antonio, un ragazzo poco più grande che come lei non si intruppa nel branco e ne rifiuta le regole; Richi esce dal suo solipsismo grazie agli scacchi e dimostra inaspettate doti di tenace combattività, i segreti di famiglia si svelano e la madre compie un’azione di coraggio civile denunciando i risvolti criminali dell’attività del marito. Finisce l’agiatezza (villona con parco e piscina, medici psicologi ed estetiste di lusso, la griffe su oggetti abiti e accessori) ma si scopre il valore degli affetti veri, insomma si sconfessa Gide, forse con un certo eccesso di ottimismo.

Nel libro della Romagnolo colpiscono alcuni elementi: l’efficace rappresentazione del disagio adlescenziale e dei primi turbamenti d’amore con le relative incomprensioni e disperazioni; l’abilità nell’inserire e intrecciare nel romanzo di formazione il tema della responsabilità individuale e dell’etica del lavoro; la creazione di due universi contigui e lontanissimi, quello del quartiere popolare delle Margherite dove vive Antonio e quello delle ville padronali in cui abita Paoletta.

Ma a mio parere il pregio maggiore di Tutta questa vita consiste nell’invenzione dei personaggi di Buttita e Richi. Il primo è il laconico e testardo giardiniere della villona, che la bella ed elegantissima nonna della protagonista tratta con ogni riguardo, ricambiata però da atteggiamenti di sfida e represso rancore: nel loro rapporto, oltre al conflitto di classe, si innesta il peso di una vicenda avvenuta quasi mezzo secolo prima che entrambi non sono riusciti a dimenticare.

Richi, ovvero lo Sfi, cresce lentamente nel corso delle pagine, e rivela via via un’amara consapevolezza delle sue condizioni (Io sono buccia), non disgiunta però da una lucida e autoironica rivendicazione del suo bagaglio di doti: una specie di fratello minore di Paolo, l’indimenticabile figlio disabile di Nati due volte, uno dei grandi libri di Giuseppe Pontiggia.

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