l’opinione di Mr.Ink

Vi posto qui la recensione di Tutta questa vita firmata dal blogger  Mr. Ink. E se seguite il link, trovate anche una bellissima colonna sonora per Paoletta e un bel blog letterario!  >>

Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, e il nostro modo è il silenzio.” Il nuovo romanzo di Raffaella Romagnolo è tra quei libri che ti ispirano una gran simpatia sin dal primo sguardo, come a volte – anche se a me raramente – capita con quelle persone che speriamo possano diventare le più importanti: i nostri migliori amici, magari. Suggerisce allegria, dipinge cieli azzurri da solcare a braccia spalancate, simili a tante navi umane con il caschetto biondo e il trench rosso. L’ho iniziato cercando uno di quei libri freschi e leggeri che, in questo periodo di stress e cambiamenti, su di me hanno l’effetto benefico della medicina più efficace; uno di quei libri di cui non ho mai abbastanza. L’ho letto, per la gran parte del tempo, con la sensazione che fosse sempre la solita storia, solo scritta con più carattere e fegato: tutto nella norma, quindi; tutto quello che volevo. L’ho terminato, l’altra mattina, che ero un po’ distrutto per via della potenza esplosiva nascosta tra le pagine, in mezzo alle parole sparse di Paoletta, sotto i nostri stessi piedi di passanti e lettori inconsapevoli. Parla poco, la protagonista. Per paura di risultare troppo saputella o troppo sciocca. Per paura di dare troppo nell’occhio. La sua vecchia psicologa userebbe un termine che le piace tanto, laconica. Paola è, in gran segreto, una regista all’avanguardia di lunghi film mentali, e Tutta questa vita è il suo primo film. Il migliore. La bilancia, ogni mattina, le urla – e lo fa letteralmente: ecco le cattive conseguenze delle tecnologie troppo avanzate! – che è grassa e brutta. Che è a un passo dall’obesità. Ma i chili di troppo non sono il suo unico difetto: lei è snob, decisamente snob. Guarda tutto con gli occhi dei nuovi ricchi, anche se le piace reputarsi migliore di loro. Anche se sentirsi semplicemente diversa – più brutta, più grassa, più alternativa – la fa sentire, strano ma vero, migliore. Non gira per le vie del centro, affrontando il corso della sua città come fa un nuotatore provetto con una vasca da guinness dei primati. Se ne va dove tutto è sporco, grigio; dove sorgono le industrie e gli arcobaleni più improvvisi. Dove non ci sono specchi, al contrario che in casa, che riflettano la sua persona, mostrandole che la sua vita – anche se ha appena sedici anni – è già un mezzo fallimento così.
Si rivolge, ogni tanto, a un’amica immaginaria che ha chiamato Carmen, in ricordo di una gelataia piena di buon gusto e poteri fatati; si perde dietro a voli pindarici dell’ultimo minuto e a digressioni che farebbero un baffo a quelle del buon vecchio Manzoni; vive in una villa splendida e piena di specchi, abitata da un uomo troppo assente e pieno di colpe indicibili e da una donna più vanitosa e bella della regina cattiva di Biancaneve. Sua madre. Nella casa da cui non si allontana mai troppo, standosene distesa a bordo piscina con la sua introvabile copia di Anna Karenina tra le mani, vede susseguirsi le stagioni, ruotare la terra in un girotondo inavvertibile, esplodere quella vita che – per pigrizia, o forse paura? – non ha il coraggio di guardare in faccia. Tutti vivono, mentre lei si limita a guardare, formulando giudizi e crogiolandosi in precoci rimpianti: sua nonna – che nella mia mente ha il sorriso contagioso e la classe della fantastica Loretta Goggi – rivive una seconda giovinezza con il suo amore perduto di gioventù, un giardiniere romantico e burbero come il fedele Florentino Ariza di quel capolavoro che è L’amore ai tempi del colora; Nina, la domestica rumena sottopagata eppure sempre dannatamente ottimista, che riesce, in maniera sorprendente, a tenere testa alla padrona di casa e a regalare, nel suo italiano stentato, le perle di saggezza più preziose; la sua amica Marta, con un cognome altisonante, le fette di prosciutto sugli occhi e discorsi pieni di numeri esagerati e lettere maiuscole; e poi c’è Richi, il fratellino minore di Paola. Che guarda Billy Elliot con gli occhi lucidi, consapevole che con le sue gambe fragili e il suo braccino difettoso non potrà mai saltare, ballare, correre e divertirsi come, invece, fa quell’adorabile monellaccio londinese che stima e invidia tantissimo; che è chiamato Sfi come Sfigato dalla sorella maggiore e che, a sua volta, senza offendersi troppo, l’ha ribattezzata allo stesso modo, con la sua vocina flebile flebile da bambino piccolo piccolo; Richi che, infagottato come E.T nella scena più toccante del film di Spielberg, viene portato sulla sua sedie a rotelle, nel bel mezzo della notte, nel cuore velenoso di un segreto che giace sepolto dove i genitori hanno sempre proibito loro di andare a curiosare. E alla fine arriva lui, Antonio. Il suo Aragorn in incognito, il suo gigante buono. Antonio, che abita nelle case popolari di proprietà della famiglia di Paoletta, con la madre e il fratellino. Lui è bello, lei è brutta. Lui è povero, lei è ricca. Antonio è alto. Allora un pensiero… Possono essere alti insieme. Perché lei – che, alle sue spalle, chiamano tutti quanti cavallona – diventa un coniglietto impaurito quando lui le accarezza i capelli, bagnati da una pioggia fitta che nemmeno il cappellino targato Prada può contrastare. S’incontrano, con la presenza costante di Richi tra i piedi, in un parchetto pieno di animali di plastica mutilati e sbiaditi, presso il quartiere di lui, che – tempo prima – i nonni di Paola hanno chiamato le Margherite. Un nome poetico, che ricorda la dolcezze e il calore dell’estate. Ma l’estate è il mese più crudele e, paradossalmente, alle Margherite non ci sono fiori: mai cresciuti…

Finché Paola, come Jim Carrey in The Truman Show, non si renderà conto che, appena dietro la sua porta chiusa, c’è uno mondo che fa schifo e che persone molto vicine a lei hanno contribuito a rendere tale. La protagonista di questo piccolo young adult ha tanta maturità nella voce. L’autrice è una persona adulta, Paoletta è una sedicenne che si finge tale. Il gioco funziona, e il risultato è realistico e decisamente credibile. Sostanzialmente, quella della narratrice che impariamo, pagina dopo pagina, a conoscere è un’adolescenza come tante, solo più triste e più materiale. Nonostante questo, le memorie dei suoi quasi sedici anni hanno ritmo, leggerezza, brio, sound da vendere. Hanno un’originalità tutta loro e Paoletta, che ha la vocina acuta e i modi di fare dell’adorabile Lisa Simpson e che ha fatto di Harry Potter la sua personale filosofia di vita, sarebbe, secondo me, la protagonista perfetta di una di quelle sit-com televisive che lei sembra odiare profondamente. La immagino, davanti a una web-cam, raccontare le sue giornate, nello stile piacevole e originale di Super Fun Night e Una mamma imperfetta. La brava Raffaella Romagnolo, senza risparmiarci brividi e rabbia, ci descrive l’Italia di Acciaio e di Il rumore dei tuoi passi guardandola dall’altra parte dell’inferriata, in un gioco prospettico di sensazioni e colori che, nell’epilogo, diventa inaspettatamente un’indagine vera e propria; una gara disputata contro i sensi di colpa di persone da buttare via. Tutta questa vita è un romanzo sfizioso, a tratti comico e a tratti brutale. Deliziosamente vero. Assordante, stonato, potente. Come una canzone. Come un grido che domanda Perché non ti lasci trovare?

Il mio voto: ★★★★
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