paoletta su Mondorosashokking

La scorsa settimana ho incontrato a Milano alcune blogger. Vi posto qui il risultato del nostro incontro, che potete leggere anche su Mondorosashokking (a cura di Carlotta Pistone), seguendo il link: http://mondorosashokking.com/Morsi-Dal-Talento/Incontro-con-Raffaella-Romagnolo–Prima-parte/

Io penso che la bravura di uno scrittore si misuri anche sulla base del coraggio di cambiare genere, registro, stile e argomento da un romanzo all’altro, e di riuscire comunque e sempre a convincere. Un coraggio doppio quando si tratta di uscire con un libro che inevitabilmente dovrà fare i conti con il successo di pubblico del precedente.

E’ il caso di Raffaella Romagnolo che, dopo il giallo L’amante di città (Fratelli Frilli, 2007) e la lunga saga famigliare de La Masnà (Piemme, 2012), ha sentito l’esigenza di passare oltre e di raccontare, con una storia molto presente e piena di vita vera, alcune di quelle problematiche a lei care che, in un modo o in un altro, oggigiorno toccano tutti da vicino.
Attraverso gli occhi e la voce della quasi sedicenne Paoletta, Tutta questa vita affronta così le insicurezze dell’adolescenza, il rapporto con la diversità e la piaga dell’inquinamento ambientale, narrando al contempo l’evoluzione dei componenti di una famiglia coinvolta in un grave scandalo, il valore dell’amicizia e la scoperta dell’amore, ma soprattutto la crescita interiore della giovane protagonista, a cui il lettore non potrà fare a meno di affezionarsi seguendone con partecipazione la vicenda e il percorso, dalla prima all’ultima pagina.
Insieme ad Annamaria Trevale – della webzine letteraria Sul Romanzo -, Mondo Rosa Shokking ha incontrato alcuni giorni fa Raffaella Romagnolo, un incontro da cui è nata una bella e intensa intervista. Di seguito la prima parte
Ciao Raffaella e benvenuta sulle pagine virtuali di Mondo Rosa Shokking! Cominciamo da Paola De Giorgi, la tua Paoletta, un brutto anatroccolo costretto in un’esistenza da principessa. Com’è nato il personaggio di questa adolescente? Cosa ti ha spinta a voler scrivere la sua storia?
Dopo La Masnà, una storia lunga e complessa che copre quasi settant’anni di vita italiana, tutto raccontato attraverso un punto di vista femminile, ho sentito la necessità di confrontarmi con la contemporaneità e con problematiche che non avevo avuto modo di affrontare nel precedente romanzo. Usare un personaggio giovane mi è semplicemente sembrata la strada migliore per soddisfare questo mio desiderio. Con il senno di poi, contando tutti i romanzi e i saggi – o romanzo-saggi – che stanno uscendo in questo periodo incentrati sul tema dell’adolescenza, mi sono resa conto che questo tipo di esigenza, evidentemente, non è solo mia. Quello dei giovani è un problema che abbiamo, un problema concreto, quindi lo scrittore, nella prospettiva di mettersi al servizio del lettore, cosa può fare se non cercare di diventare uno di loro, mettersi nei loro panni e portarli in scena? A libro chiuso mi sono poi resa conto che – come accennato nelle note conclusive – tutta questa voglia di stare nel presente, parlando però di una ben determinata fase della vita di una persona, si può ricondurre anche a una grande nostalgia per i miei sedici anni e, premettendo che non si tratta di una vicenda autobiografica, tornare a rivivere la mia adolescenza per dar voce a un’adolescente è stato un processo intimo e significativo che mi ha toccata nel profondo.
E’ stato difficoltoso, nella veste di scrittrice, interpretare una sedicenne dei giorni nostri, dal linguaggio quotidiano all’uso che fanno oggi i giovani di facebook e della tecnologia in generale?
Ho dovuto lavorarci un po’, ma avevo comunque due linee guida ben impresse nella mente da seguire. Per prima cosa io non sopporto quando il linguaggio giovanile viene scimmiottato perché ne dà un senso di finzione. In secondo luogo volevo che la “giovinezza” del romanzo venisse fuori dal ritmo, dalla costruzione del racconto, che la trama trasmettesse un’energia giovane, grazie alla quale ottenere una narrazione incalzante, dovuta non solo quindi alla curiosità di sapere come va a finire il libro.
Io credo che ogni romanzo debba avere un suo ritmo, una sua musica, una sua voce fatta di parole, periodi, paragrafi adatti e congegnali alla storia, e in Tutta questa vita la voce è quella di una sedicenne.
Da dove nasce l’idea di affrontare il tema dell’inquinamento ambientale, argomento purtroppo sempre attuale, che rappresenta uno dei punti focali del libro?
Nel momento in cui ci si rivolge al presente è inevitabile essere investiti da questo genere di problemi che riguardano tutti e che non rappresentano solo più fatti di cronaca, ma per fortuna toccano ormai la sensibilità comune. Nel romanzo, a dire il vero, il mio intento è stato quello di mettere Paoletta a confronto con il tema della responsabilità delle nostre azioni, ossia, rendendo colpevole la sua famiglia, l’ho responsabilizzata nei confronti di un certo problema e, in qualche modo, l’ho portata a prendere un decisione. In fondo l’adolescenza è anche questo: il periodo in cui si sceglie che tipo di adulto si vuole diventare, da che parte stare.
Inoltre considero il tema dell’inquinamento una di quelle problematiche su cui tutti siamo chiamati a confrontarci e a prendere una posizione. Non che non ci fossero altri argomenti urgenti che potevano essere presi in considerazione, ma credo che quello dei rifiuti sia una delle più gravi piaghe dell’Occidente ed è impossibile non sentirsi coinvolti, non fare i conti con la concezione diffusa di sviluppo ambientale – a dir poco rapinosa – non  appena ci si domanda quale tipo di futuro vogliamo per noi e per il nostro pianeta.
Lo scandalo che coinvolge la famiglia di Paoletta legato allo smaltimento di rifiuti tossici va poi a incidere anche sul suo rapporto con i genitori.
Certo! Attraverso questa vicenda Paola acquisisce una consapevolezza molto diversa nei confronti della madre e del padre. Non è nelle mie corde trattare un argomento di questo tipo con uno stile da reportage, a livello di indagine, ma in fondo c’è l’intento di una denuncia. Io, ovvio, sfrutto gli strumenti narrativi e ho creato apposta un personaggio a cui far vivere una determinata situazione, ma si tratta pur sempre di un personaggio che metto di fronte a una responsabilità condivisa, reale. Paoletta se lo chiede a un certo punto dove andranno a finire tutti i rifiuti quando non ci saranno più discariche e la colpevolezza della sua famiglia fa sì che lei si renda conto del reale pericolo che rischiano le persone a lei care, che la circondano. E noi, tramite lei, riusciamo ad avere una percezione reale, concreta del problema e della situazione di pericolo per gli altri.
L’altro grande tema del romanzo è quello della diversità, raccontata attraverso la visione che Paoletta ha del fratellino Richi e della sua disabilità. Un argomento molto impegnativo che, grazie al  tuo stile, sei riuscita a “normalizzare”. Come ti sei posta, a livello narrativo e personale, rispetto a un argomento così complesso da romanzare?
Non è stato semplice. Parlare della disabilità in quanto diversità, o come tale percepita, è un altro di quegli argomenti che – senza un motivo specifico – mi è sempre stato a cuore, perché io sono fermamente convinta che la diversità faccia parte della vita. Per dirla alla Paoletta: “E’ tutta vita”. La ghettizzazione o, di contro, l’atteggiamento iperprotettivo nei confronti di chi è diverso, non ci garantisce una serena convivenza con quella che è la nostra condizione esistenziale, ma anzi, diventano solo fonti di preoccupazione e dolore, un aggravamento di quelle che sono già difficoltà oggettive. Qui, come in ognuna delle vicende del romanzo, diventa decisivo lo sguardo di Paola, attraverso il quale passa tutto,  perché quando lei guarda Richi vede prima di tutto suo fratello, e a chi legge è questa sua visione che arriva. Esiste una relazione fratello-sorella, ed è questa relazione che ho cercato di mettere in scena. Il risultato, che spero di aver ottenuto, è che la diversità diventa un pezzo di vita, come è e deve essere, al pari della loro reazione rispetto ai genitori e allo scandalo che li coinvolge. Decisivo, quindi, è il fatto di aver scelto lo sguardo di Paoletta e non uno sguardo esterno. Non per questo la giovane protagonista nega la diversità di Richi, anzi, la sua consapevolezza in questo senso viene fuori più volte, soprattutto quando si scontra con la madre, dalla quale si è sentita un po’ messa in secondo piano, soprattutto da piccola, e forse, caricata di troppe responsabilità come sorella maggiore, quasi investita quasi del ruolo di vice-madre. Insomma, quello che mi premeva è che la diversità fosse percepita come una componente di questo mondo, né più né meno. La diversità come qualcosa di normale.
Quindi, se tutto ciò che il lettore vede passa attraverso lo sguardo di Paoletta, anche l’immagine che si ha di Paoletta stessa – che si trova brutta, grassa, sciatta, anonima – è filtrata dalla sua visione soggettiva?
Certo, perché in una società dove uno dei canoni femminili di bellezza è la magrezza e in cui si parla molto più spesso di patologie come l’anoressia rispetto all’obesità, lei che è solo leggermente sovrappeso (come in effetti testimoniano i dati di indice di massa corporea che riporto) si vede enorme. Alla sua età, poi, è quasi una prassi non accettare il proprio corpo e sentirsi orribili, così come si fa fatica a credere che qualcuno possa provare attrazione nei tuoi confronti. Infatti Paola, anche a causa dello stupido scherzo che le è stato fatto su facebook e alle pressanti considerazioni della madre sulla sua alimentazione, preferisce fregarsene del suo aspetto, rimpinzarsi di schifezze e non ammettere che lei ad Antonio piace sul serio.
Paoletta, dunque, percepisce se stessa come non adatta al mondo, e il confronto con le due splendenti figure femminili che le sono più vicine, la mamma e la nonna, la fanno sentire perdente in partenza e in modo clamoroso. Però, poi, cogliendo qua e là altri indizi che riguardano la sua persona, ma non arrivano da lei, ci viene il dubbio che in realtà lei non sia così male come si descrive…
In Tutta questa vita, così come nel precedente La Masnà, hai dato vita a una bella e ampia carrellata di personaggi femminili. Li consideri per questo romanzi al femminile?
No, credo di poterti rispondere di no. La Masnà più che altro è un romanzo a focalizzazione femminile, perché tutta la vicenda è raccontata o focalizzando personaggi femminili o assumendone il punto di vista di una donna. Il fatto è che nelle saghe famigliari – ma non solo – in genere la focalizzazione è mista, anzi, più spesso maschile, quindi la tendenza comune è di prendere come grado zero quest’ultima, una non-focalizzazione  dalla quale partire per valutare la prospettiva di un romanzo. Così, quando si legge una storia dove a prevalere è il punto di vista di una o più donne, viene spontaneo domandare se si tratti di un romanzo al femminile. Nel caso di Tutta questa vita, la focalizzazione è per forza femminile perché a parlare in prima persona è una ragazza. Ma non mancano figure maschili di un certo peso – che a dire il vero non tratto tutte benissimo, come il papà e il nonno – con le quali credo e spero di aver dato un certo equilibrio alla narrazione.
Sbaglio o tutte le figure femminili del romanzo partono avvolte da un’aura non proprio positiva, ma nel corso della narrazione e nel loro contesto – come madre, figlia, innamorata, moglie, lavoratrice, amica – hanno modo di riscattarsi?
Sì, è proprio così. Bisogna sempre tener conto che si tratta della percezione che Paoletta ha del comportamento degli altri e che, soprattutto all’inizio, il suo rapporto con la madre è molto conflittuale, anche perché a quell’età è piuttosto normale andare quasi a cercare il litigio con i propri genitori, nel suo caso con la mamma, in quanto è con lei che si relaziona maggiormente ed è su di lei che concentra tutta la sua energia negativa. Con il padre, invece, praticamente non esiste alcun tipo di rapporto, una figura paterna che, si potrebbe dire, brilla per assenza emotiva nel suo quotidiano. Tutta questa vita è anche la storia di come, nell’arco dei tre mesi che vengono raccontati, Paola capisce chi è sua madre e il lettore con lei. Senza rivelare troppo della trama, alla fine questa donna ricchissima e bella, che è stata estromessa dalla sua azienda e alla quale vogliono farla sotto il naso, con un bambino disabile da crescere verso il quale prova un grande senso di colpa, dimostra di avere parecchio coraggio e ne esce fuori come un’eroina. La sua è una figura fortissima, ma Paola lo scopre solo poco alla volta.
La nonna, invece, è un personaggio secondo me molto divertente, questa signora, che si è macchiata di una sorta di peccato originale avendo scelto da giovano i soldi all’amore, e poi ci mette mezzo secolo per rimettere le cose a posto…
Nonostante vari indizi sul quando – ai giorni nostri – e sul dove – immagino una cittadina vicina a una città più grande, nel Nord Italia – come mai hai deciso di non collocare precisamente l’ambientazione della storia?
Volevo uno spazio che avesse una forte valenza simbolica per il lettore. In Tutta questa vita esiste l’oasi di pace, con le ville dove abitano i ricchi e il Golf Club. Poi si attraversa la strada, c’è una zona artigianale, quindi il complesso di condomini popolari del villaggio Le Margherite. Questo utilizzo dello spazio è stato fondamentale per far venire fuori il concetto di lotta di classe e dar modo a Paoletta di allontanarsi dalla sua pomposa realtà per farla entrare e per farle capire un mondo e un modo di vivere totalmente diversi da quelli a cui era abituata. Inoltre, connotando troppo l’ambientazione, dando un nome alla città in cui si svolgono queste vicende di speculazione edilizia e inquinamento, sarebbero saltate fuori tutta una serie di implicazioni che necessariamente avrebbero spostato l’attenzione da quelli che invece per me dovevano rimanere i punti centrali del romanzo.
D’altronde, anche quando la storia viene ambientata in una città specifica, subentra sempre l‘aspetto finzionale proprio della narrazione, perché è lo scrittore che fornisce chiavi di lettura e indizi affinché il lettore percepisca quel luogo in modo ben preciso che, però, difficilmente corrisponde alla realtà.
A chi pensi quando scrivi, ovvero, quando scrivi lo fai per stessa o per i lettori?
L’idea iniziale, che ad esempio può essere un’immagine, una scena o un personaggio, è qualcosa di fortemente intimo, di molto tuo, che pensi abbia comunque una possibilità narrativa e abbia le carte in regola per diventare un veicolo attraverso il quale far arrivare qualcosa a qualcun altro. Poi il grosso del lavoro consiste nel prendere quest’idea e trasformarla in una sorta di moneta di scambio con chi legge, in modo che dall’investimento emotivo dello scrittore, se è valido e ben strutturato, venga fuori una storia in cui anche il lettore è disposto a investire emotivamente. L’attività dello scrittore, infatti, consiste sì nell’esprimere se stessi, tirare fuori ciò che si ha dentro, ma è anche e soprattutto un’attività comunicativa. Dall’altra parte è dunque fondamentale che ci sia qualcuno che collabori, e quel qualcuno è il lettore, che deve fare la sua parte e immaginare storie, luoghi e personaggi.
Quante delle letture di Paoletta, da Harry Potter ad Anna Karenina, sono o sono state anche le tue?
Prima di cominciare a scrivere Tutta questa vita non avevo mai letto Harry Potter. Poi, però, di fronte all’esigenza di dover ricreare l’immaginario di questa ragazzina ho pensato che uno dei passi fondamentali fosse leggere i libri che leggono ora gli adolescenti. Be’, sarebbe bastata una sbirciatina a qualche capitolo, ma devo ammettere che mi sono appassionata e ho letto tutta le serie. Per questo Harry non poteva che finire nel mio romanzo. Stesso discorso vale per Il Signore degli Anelli. Ecco, queste sono state le mie letture dedicate alla costruzione della mentalità di Paoletta. Gli altri scrittori o libri che vengono citati, invece, non mi erano nuovi…
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