il coraggio di Valeria

Di seguito la mia recensione al libro di Valeria Perrella Tempo di imparare (Einaudi,2014). La trovate anche sul sito della Società delle Letterate, qui

A pagina 69 del nuovo libro di Valeria Parrella, Tempo di imparare, c’è il disegno di un albero «dal tronco ancora sottile ed elastico» e foglie fatte di parole: api, pancia, panca, iPad, cani, pain, e altri anagrammi parziali della parola-origine, quella che che non si può dire: handicap. Il testo racconta infatti la battaglia con cui la protagonista e voce narrante, madre del piccolo Arturo, disabile dalla nascita, affronta il loro tempo di imparare: il momento del distacco dall’abbraccio materno per entrare nel mondo, con la scuola, i compagni, e una prospettiva, remota ma presente, di autosufficienza.

C’è, per incominciare, la battaglia per lasciarlo andare, questo figlio, che è dell’essere madre e che Parrella racconta con precisione chirurgica e il calore del com-passione. Da antologia, per tensione emotiva e passo narrativo, il racconto della prima gita scolastica: Arturo, bambino speciale, ha bisogno di visualizzare con anticipo la sequenza che lo attende. Mamma lo aiuta, ripetendo a se stessa e con lui la preghiera: si va a Sant’Agata con i compagni, con il bus, con le maestre. Si mangia in ristorante, si dorme in albergo, e si dorme con gli altri. Poi ci si mette la famiglia, timorosa: «E tu lo mandi?». E poi la partenza e gli sms rassicuranti delle maestre, ad ogni svolta della giornata. E finalmente il ritorno, tutti ad aspettare che il bus li riporti a casa, sani e salvi, questi figli, quella stessa ansia negli occhi: «io ho sentito questo: che era la prima volta per tutti».

Ma il libro è anche, e soprattutto, battaglia per lasciare che la parola handicap abiti con naturalezza la propria vita, si faccia quotidiana e identitaria, fino a germogliare – come l’albero che si diceva – in situazioni, sentimenti, oggetti, emozioni e ricordi. Due strumenti, dell’arsenale che l’autrice mette in campo, vorrei ricordare. Il primo è la letteratura. I personaggi che accompagnano la quotidianità difficile della madre in lotta si chiamano Ifigenia, Ariel, Cassandra, Thor. Arturo è della Morante, credo, e sua anche l’Isola che li accoglie offrendo di tanto in tanto rifugio dalla prima linea del fronte. Le umiliazioni di una burocrazia che non concede ore di sostegno o una visita specialistica in tempi accettabili, diventano le fatiche di Ercole, elencate a pagina 53, al termine di quell’altro straordinario capitolo che è “Dialogo con Miranda” (da solo, meriterebbe una recensione). Perché nel libro di Parrella è la letteratura – la strada dell’umano verso la Bellezza – a dar senso all’insignificante, e luce al dolore.

Ma l’arma più potente di questa madre in guerra è nell’uso che l’autrice fa della narrazione in prima persona. Di norma una prigione (tutto ciò che racconti deve essere filtrato degli occhi di chi dice “io”). Qui invece la prigione non è prigione, ma tema e scandaglio. Tema: perché si parla di imparare a scindere, nella relazione madre-figlio, l’io dal tu, e si racconta come ad imparare siano la madre e il figlio. Scandaglio, ossia strumento per andare al centro esatto delle cose: qui impiegato, con il coraggio che Pontiggia riteneva dote essenziale allo scrittore, per illuminare la perdita dell’innocenza: il ritrovarsi adulti, e madri, e di un figlio speciale, e scoprire, sulla propria pelle scorticata, che la vita, a questo giro, ti ha un po’ fregato. «Quell’immagine del futuro, che si proiettava ovunque nella nostra adolescenza: se aveva una forma non era questa». Ma scoprire anche, che, comunque, e nonostante a ciò che speravamo da ragazzi, è tutta vita.

 

 

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