La fragile costellazione della vita

marraIn questi mesi intensi e complicati il tempo è tiranno, e il mancato aggiornamento del blog è lì a dimostrarlo. Ma “La fragile costellazione della vita” di Anthony Marra merita qualche parola.
Bestseller negli Stati Uniti, questo romanzo è bello e difficile.
Bello per l’originalità e la modalità di costruzione dei personaggi. Vado a memoria: Sonja: chirurgo d’acciaio che lascia Londra e torna nella Cecenia martoriata dalla guerra per ritrovare la sorella Natasha, eroinomane per forza e martire per dignità (si potrebbe scrivere mezz’ora). Achmed: chirurgo fallito, artista e maestro d’amore a metà tra Tolstoj e Garcia Marquez. Chasan: intellettuale pavido come ne avete sotto gli occhi ogni giorno, raccontato con l’amore che solo gli scrittori bravi, ma bravi davvero, riservano alle umane debolezze. Ramzan: figlio non voluto e mai amato, e quindi tradito, e perciò traditore. E altri, tanti, davvero non ho tempo, fidatevi.
Però questo di Marra è anche un romanzo difficile. E non per gli andirivieni della storia – i continui flashback che fanno esplodere il decennio 1994-2004 in minuscole scintille di senso (quelle robe lì, le adoro). Difficile perché della Cecenia e delle sue due guerre devastanti, io, colpevolmente, non so un bel niente, e quindi gli andirivieni in cui mi perdevo ogni tanto erano quelli della Storia. Insomma, se leggendo Marra vi perdete come capitava a me, consultate la pagina “Cecenia” di Wikipedia, chiaritevi le idee e andate avanti a leggere.
Anche perché poi c’è il finale, e quello vale tutte le quattrocento pagine. Ci arriverete dopo aver attraversato Grozny in macerie, i boschi della Cecenia, i campi minati, l’ospedale sventrato, l’eroina come anestetico, il filo interdentale per le suture, le amputazioni, la fame, il freddo, la tortura, la mancanza di senso, i sogni infranti, i rimpianti senza speranza, la notte più nera, il male assoluto. E d’un tratto vi ritroverete lì, a pagina 400 e qualcosa, a piangere su un lieto fine perfetto e spudorato. Cesellato come un gioiello. Racconta di una speranza, Marra, di una possibilità, e, credetemi, non è per niente scontato. E’ il suo regalo a tutti noi, e io gliene sono molto grata.

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