writing always comes after

Per una volta non scrivo di libri, ma di una videoinstallazione che ho visto qualche giorno fa a Berlino, al KW . Botta di vita, sì. Si intitola “Now eat my script”, è dell’artista libanese Mounira Al Sohl, dura una ventina di minuti e potete vederla fino al 15 febbraio.

Comincia con la videocamera che riprende un’auto. Che è un’auto lo si capisce poco per volta, perché l’inquadratura è stretta al dettaglio e si muove lentamente, accarezzando il soggetto. Insomma, dopo qualche minuto capiamo che è un’auto ed è carica come per un trasloco. Ci sono cose da mangiare, valigie e, in generale, roba da poveracci, ma ha una sua bellezza, a guardarla così da vicino e senza fretta. No, non bellezza: pienezza, densità.

Lo script del video, cioè le parole che accompagnano le immagini – invece comincia così: The script of this video has not been written yet. Una di quelle contraddizioni che ti mettono di buon umore, perché senti gli ingranaggi del cervello mettersi in moto e, nel buio della piccola sala di proiezione, di colpo, ti svegli.

Lo script che deve ancora essere scritto racconta di un’automobile anch’essa carica di masserizie, parcheggiata sotto la casa dell’artista. La donna la vede dalla finestra mentre sta ragionando sullo script da scrivere. Dopo un bel po’ di fotogrammi lenti scopriamo che è una macchina di refugees, rifugiati, arrivati a parcheggiare sotto casa sua proprio come la sua famiglia (con un’auto simile? con gli stessi pensieri nel cuore?) è fuggita dal Libano e arrivata a Damasco nel 1989.

La storia della famiglia dell’artista scorre allora sulle immagini dei nuovi rifugiati, tra cavoli lucidi e tondi stipati nel bagagliaio, macchie di ruggine sulla carrozzeria, coperte, materassi sul tettuccio, sacchetti di nylon schiacciati uno sull’altro. Racconta le prime docce a Damasco, gli After Eight introvabili, i parenti che cercano di preservare il loro status di borghesi by not calling themselves refugees, passa poi ai suicidi in Beirut, e uno persino ripreso con l’Iphone (un suicidio nuovo che si mescola a quelli vecchi) e parla poi di altri che si sono trasferiti a Parigi, nel miglior albergo, una settimana, due, tre, finché non finiscono i soldi, parla di check-point, e parla anche dell’agnello fatto ingrassare apposta per festeggiare l’acquisizione della cittadinanza canadese da parte di un qualche membro della famiglia, e a quel punto l’auto dei nuovi rifugiati ha già lasciato spazio, sullo schermo, all’agnello macellato. Zampe, costole, testa, occhi, tutto ripreso con la stessa lentezza e lucore, la stessa pienezza e densità riservata all’auto ricolma di masserizie. E’ così… bello? Così… vero?

Comunque non posso smettere di guardare, mentre le parole scorrono sui reni dell’animale, sul fegato, sul cuore. Ma scriverlo, questo script, per la donna diventa sempre più difficile: can someone really register trauma? Puoi raccontare il dolore mentre accade? Come l’uomo che filma – by will or by chance – la moglie che si getta dal balcone?

Voyeuristic, sentenzia lo script. Come noi che poi guardiamo il video del suicidio su Youtube.

O forse come noi che stiamo guardando l’agnello squartato?

Writing always come after. La scrittura viene dopo.

Mi manca il fiato, quando le parole appaiono sullo schermo, ma lo script ancora da scrivere non mi da tregua. Prosegue perentorio, implacabile: maybe the most difficult and most useful thing you can do.

Lo sapevo, finisce sempre che parlo di libri.

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