questo libro l’ho sognato

Qualche giorno fa Chicca Gagliardo mi ha ospitato nel suo bellissimo blog “Ho un libro in testa”. Trovate l’intervento e le immagini scelte per l’occasione qui . Intanto però mi ricopio il testo qui sotto. Spiega da dove viene La figlia sbagliata.

Questo libro l’ho sognato. Nel sogno c’erano mamma e papà, lui stava al tavolo di cucina, con la Settimana Enigmistica aperta davanti, faceva le parole crociate e gli veniva un attacco di cuore. Rimaneva lì, incastrato tra tavolo e sedia, e mamma non avvertiva né me né mia sorella.
Un signor incubo.
Ma quando ho aperto gli occhi, e cuore e respiro hanno cominciato a regolarizzarsi, ho pensato: «perchè no?». Ho preso quei brandelli di inconscio, la loro ferocia, quel grumo di dolore così intimo e incomunicabile, e li ho fatti diventare personaggi, trama, intreccio. Che quello dello scrittore sia un mestiere indecente – impudico, senza vergogna – non lo dico io, lo dice Philip Roth.

Scrivo questa cosa del sogno perchè non mi era mai successa. Anzi, mentre la scrivo, quasi non ci credo, tanta è la diffidenza verso qualunque mistica della scrittura. Le balle che si raccontano intorno all’Ispirazione. Non esistono Illuminazioni, scorciatoie, muse che cantano e tu trascrivi. Però questa volta è andata proprio così, il libro me lo sono sognato. L’inizio e anche la fine, un anno dopo che avevo cominciato a scriverlo, e forse val la pena tenerne conto perchè, nella storia, molto di quel buio è rimasto.

I personaggi principali sono quattro. Ines Banchero, sessantenne, casalinga: ha un carattere roccioso e un grande talento sprecato. Pietro Polizzi, ucciso da un attacco di cuore al modo esatto in cui l’ho sognato. Camionista in pensione, è sposato con Ines da quasi mezzo secolo. I due figli: Vittorio (amatissimo) e Riccarda (sbagliata fin nel nome). La storia si svolge qui e ora: un tinello qualunque e un sabato sera qualunque. Pietro Polizzi muore e sua moglie non chiede aiuto, non dà l’allarme, non avvisa i figli. Resta col morto.
Che poi la morte è anche l’occasione perfetta per una ricapitolazione della vita, dei rimpianti, dei rancori, delle occasioni mancate. E’ piena di vita, la morte, è uno straordinario motore narrativo, e infatti succedono cose, ma di più non voglio dire, perchè il romanzo è costruito a spirale e anche un po’ come un giallo, e vorrei che avvolgesse e sorprendesse. E comunque di cosa parla un mio libro, io lo capisco solo dopo un po’ di presentazioni, cioè di incontri con chi lo ha letto. E mentre scrivo questa nota, La figlia sbagliata è ancora inscatolato nei magazzini.

Certo il romanzo parla di famiglia, come già La masnà e Tutta questa vita. Legami che rafforzano ma spesso strangolano, i figli prediletti e quelli indegni, non-detto. Ma La figlia sbagliata parla anche molto del talento e delle sue tiranniche ragioni. Il male che ti travolge quando non dai retta alla voce del daimon, al tuo talento piccolo o grande, di artista o fruttivendolo, sarta o diplomatico. Come accade nella più terribile tra le parabole, quella in cui al servo che non mette a frutto il talento, ma lo sotterra per proteggerlo, toccano pianto e stridor di denti.
Ma soprattutto mi sembra che La figlia sbagliata parli del presente. Intendo il nostro, di noi occidentali, Primo Mondo. L’ho capito a metà della prima stesura, quando ho inciampato in un passo dello storico Philippe Aries:
“Oggi l’adulto prova, presto o tardi, e sempre più presto, il sentimento d’aver fallito, il sentimento che la sua vita di adulto non ha realizzato nessuna delle promesse della sua adolescenza. Questo sentimento è all’origine del clima di depressione che si diffonde nelle classi agiate delle società industriali”
Mi è sembrato perfetto per il romanzo, e l’ho scelto come epigrafe. Viviamo così. Soffriamo così. Tra poco cominceranno le presentazioni, incontrerò i lettori e scoprirò se anche per loro La figlia sbagliata parla di questo.

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2 responses to “questo libro l’ho sognato

  • Emidio Carlo

    Il valore dei libri andrebbe quantificato non nel tempo che si impiega a leggerli. Non dovrebbe valere nulla il “l’ho divorato in due giorni”.
    Dovrebbe piuttosto essere il tempo che si impiega a dimenticarne l’irruenza e il rimbombo col quale quel libro è entrato dentro di noi.

    L’ho divorato in due giorni, sì, forse anche meno. Ma ho speso una settimana prima di riuscire a prenderne un altro diverso in mano.

    Congratulazioni Raffaella.
    Scriva ancora, presto, la prego.

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