ragione senza sentimento

Qui la bella recensione dedicata a La figlia sbagliata da Alessandra Bonetti su Cultweek

Interno familiare: lui, lei, la televisione. Un sussulto violento irrompe e dischiude in una tragedia pirandelliana legami famigliari che strangolano, figli sbagliati e una domestica pazzia.

Leggere La figlia sbagliata di Raffaella Romagnolo è come sedersi a un tavolino per risolvere un enigma. C’è una teoria di partenza, tanti tasselli da mettere in ordine, serve solo una meticolosa perseveranza. Ma basta poco, un incastro sbagliato, per vanificare tutto. E ciò che era ordine diventa disordine, follia.

È la follia della ragione. Della ragione portata all’eccesso che reprime il sentimento e altera la mente: questo succede a Ines Banchero, che della “ragionevolezza” ha fatto la sua scelta di vita: con ragionevolezza ha sposato quarantatre anni prima Pietro Polizzi, un brav’uomo, che l’ha portata all’altare senza batticuore ma con la consapevolezza della ragione; ha smesso di pensare a quell’altro, Attilio Guidi, che la faceva morire d’amore; ha chiuso nel cassetto il suo sogno di dipingere e ha allevato con rigoroso metodo due figli, «facendogli trovare ogni santo giorno nel piatto le cose giuste all’ora giusta».

Una vita costruita con logica ferrea, che tassello dopo tassello il lettore scopre in un racconto lungo quattro giorni. A partire da un tranquillo sabato sera davanti alla televisione, in cui mentre Ines in cucina compie meccanicamente i gesti  di sempre, Pietro viene stroncato da un infarto. La vita del marito va in frantumi, ma lei non si accorge di nulla e meccanicamente continua a lavare, asciugare e impilare i piatti, pensa alle tende da cambiare, commenta a voce alta i programmi senza aspettarsi una risposta resa muta da anni di abitudinaria convivenza. Ma il sorriso triste di fronte a un interno familiare conosciuto ai più, diventa rabbiosa incredulità quando lei prima di andare a letto spegne il televisore e, come ogni sera, prepara per sé e per il marito un bicchiere d’acqua con venti gocce di sonnifero.

Per quattro giorni Ines vive con il marito morto, seduto al tavolo della cucina, facendo quello che ha sempre fatto: si alza, si veste, si trucca, esce, cucina e racconta, ricapitolando la sua vita riempita dai due figli, uno amatissimo e l’altra “sbagliata”. Ma quello che sembra un meccanismo narrativo consolidato – il flash back di quelli che cominciano dalla fine – svela la follia di Ines:«…Perché trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica, la logica di tutte le vostre costruzioni!».

Faceva dire Pirandello, che di follia se ne intendeva, a Enrico IV. E come un personaggio pirandelliano, Ines non distingue la verità dei fatti dall’apparenza. Vive ottusamente dentro una finzione che trasforma il suo pensiero logico in “perverso” logico, schiacciando tutto e tutti. Tranne chi ha avuto la forza di ribellarsi, di strappare la maschera della “ragionevolezza” per indossare quella della “figlia sbagliata”.

È una tragica ironia del destino quella che fa della follia la “compagna segreta” della ragione.

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