La figlia sbagliata su Mentelocale

Arianna Destito mi ha intervistato per Mentelocale.

Qui di seguito l’intervista completa:

Ines Banchero è una donna di sessantacinque anni, è in cucina e sta lavando i piatti. Suo marito, Pietro Polizzi, è seduto appoggiato al tavolo, sta guardando la tv, ma soprattutto sta morendo. Un infarto. Secco. E Ines, continua a compiere gli stessi gesti di ogni sera, di ogni settimana, di ogni mese, di ogni anno della sua vita, da almeno quarant’anni. Come se nulla fosse. Lo lascia lì seduto senza chiamare aiuto. Come se, vivo o morto, non ci fosse alcuna differenza.

Ma la differenza c’è, in un gioco di specchi tra quello che è stato e quello che poteva essere, in un delirio crescente che porta Ines a guardare dentro la lente di ingrandimento della sua vita di madre e moglie. E a fare i conti con un passato che si ripropone con prepotenza. Come un elastico che non tiene più, e tutto le esplode davanti. I ricordi dei figli, Vittorio e Riccarda. Di quanto lui fosse un bambino perfetto. «Bambini così ce n’è uno su un milione, pensa. È stata fortunata, molto fortunata. Due, sarebbe chieder troppo».

Ma soprattutto Ines affronta l’amara verità. Tradire se stessi e sprecare il proprio talento è un peccato mortale.

La figlia sbagliata (Frassinelli, 2015) è un grande romanzo, incalzante, inquietante, cupo e illuminante allo stesso tempo, e perfino con tratti di umorismo amaro, come le immagini trasmesse dalla tv, tra realtime, televendite, e talent show, che fanno da sottofondo mentre si consuma il dramma di una tranquilla famiglia di provincia.

Leggendo la Figlia sbagliata viene in mente la frase di Jodorowsky ha fatto più danni la famiglia della bomba atomica. Ti ritrovi in questa definizione?

«No, non direi. La famiglia, tradizionale o meno, resta per me la struttura sociale necessaria allo sviluppo armonioso dell’individuo. L’accudimento reciproco (e prolungato) è uno degli elementi che più contraddistinguono il genere umano rispetto ad altre specie. La figlia sbagliata mette però in scena relazioni familiari al limite della patologia. Una situazione “eccessiva” che illumina con maggior chiarezza, mi sembra, il rischio che sta dietro un amore sbagliato».

Ines Banchero sembra una donna senza possibilità di scelta. Si adatta al ruolo di moglie e madre perché così si deve fare. Un po’ anacronistica, come le donne di un tempo, di una cittadina di provincia. La vita di provincia genera mostri?

«A leggere certa cronaca, verrebbe da dire di sì. Infatti è un fondale buonissimo per gli autori noir. Certo la provincia è, nel bene e nel male, una specie di famiglia, costruisce intorno all’individuo una rete sociale più stretta rispetto alla metropoli. Avere costantemente gli occhi addosso ha lati positivi (non ti senti mai invisibile, puoi trovare aiuto), ma anche negativi, quando scattano meccanismi giudicanti e persecutori nei confronti della diversità. Mi piace però pensare che la vicenda di Ines, che rinuncia al proprio talento per incarnare un modello di moglie e madre perfetta, e per questo vede trasformarsi la vita in pianto e stridor di denti, sia indipendente dall’estrazione provinciale e abbia un significato più ampio, ai motivi per cui oggi si soffre nei paesi cosiddetti ricchi (e in via di impoverimento). E poi Ines non è come Emma, la prima protagonista de La Masnà, contadina, senza scampo. Ines ha scelto, e ne porta il peso. Anche di questo parla La figlia sbagliata: di quanto è difficile e doloroso scegliere la propria strada».

Nel conflitto tra Ines e la figlia sbagliata c’è rabbia e vita. Nell’amore tra Ines e il figlio perfetto sembra esserci l’assuefazione e il nulla. Pietro e Vittorio sembrano rassegnati. Deboli. Inesistenti. L’indifferenza di Pietro Polizzi sembra imperdonabile, quasi come quella di un Bovary dei nostri giorni. Volevi evidenziare la crisi, l’assenza e i silenzi del maschio?

«Quando scrivo non ho una tesi da dimostrare. Vedo dove va la storia. Qui avevo una casalinga di sessantacinque anni che si trova col marito morto in casa e non fa ciò che ci aspettiamo. Non dà l’allarme, non chiede aiuto, non avverte i figli. Volevo capire il perché, scoprire la logica dietro un comportamento all’apparenza folle. E il marito Pietro Polizzi sta in scena – morto – per i quattro giorni in cui la vicenda si consuma e in cui la logica delle azioni di Ines prende corpo. Il silenzio, l’immobilita di Pietro, possono essere interpretati come un’immagine del meccanismo di delega affettiva e sentimentale che in ambito familiare l’uomo ha operato a vantaggio della moglie. Ma è un’osservazione che faccio più da lettrice di me stessa, che da autrice. Cosa significa quel silenzio ostinato – insultante dice Ines – lo decide chi legge. Vittorio non mi viene da pensarlo come un debole o un inetto. È piuttosto uno che sacrifica se stesso – a livelli eroici – per rispondere alle aspettative materne. Eroe per il motivo sbagliato, insomma».

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: