La figlia sbagliata su Io Donna

Di seguito l’intervista che mi ha fatto Monica Virgili per il blog di Io Donna. La trovate qui.

«Sono felicissima» dice Raffaella Romagnolo. Il suo ultimo romanzo, La figlia sbagliata (Frassinelli, 2015), è tra i 12 semifinalisti al Premio Strega 2016, praticamente l’Oscar della letteratura italiana. La presentazione, sostenuta da Fabio Geda e Giuseppe Patota, coincide con il ritorno alla competizione dell’editore Frassinelli, dopo uno stop di sei anni (guarda chi sono gli altri semifinalisti).

Con questa storia di “famiglia e tenebre” la scrittrice piemontese – è nata a Casale Monferrato nel 1971 – firma il quarto romanzo, dopo L’amante di città (Fratelli Frilli), La Masnà e Tutta un’altra vita (Piemme). Una storia affacciata sull’abisso delle relazioni, che si legge come un giallo ma arriva nel profondo come un’analisi psicologica. Cosa c’è di più normale di una tranquilla sera casalinga con la moglie che lava i piatti e il marito che risolve un cruciverba al tavolo di cucina? Ma le apparenze sono spesso bugiarde perché dietro si nascondono silenzi, rancori e quel poco (o tanto) di patologia che dimora nelle vite ordinarie. In questo caso il confine tra normalità e follia si fa incerto quando un infarto uccide l’anziano Pietro Polizzi. E allora Ines Banchero, sua moglie da quasi quarant’anni, cosa fa? Niente. Non chiede aiuto, non avvisa nessuno, neppure i famigliari. Mette in ordine e va a letto. Mentre Ines si lascia avvolgere dalla spirale della routine aggrappata all’ultimo brandello di normalità, per il lettore inizia il viaggio nel lato oscuro di una famiglia. Pagina dopo pagina si entra nell’intreccio banale e spietato che orchestra le vite di genitori e figli, e si gioca la partita tra talento e doveri. E l’autrice con un linguaggio curato e ironico trova le parole per dirlo.

In tutti i suoi romanzi è centrale il tema della famiglia. Solo un caso?
Non l’ho deciso a tavolino, non volevo fare la trilogia della famiglia, ma certo è un tema che sento moltissimo. Ho sempre avuto il forte desiderio di confrontarmi con le relazioni familiari.

Nella Masnà, una saga familiare ambientata nel primo Novecento, era la famiglia “storica”.
Mi era venuta voglia di raccontare quella storia per rispondere a una domanda “ma io chi sono e da dove vengo?”. Che non è solo personale ricerca delle radici: noi donne di oggi siamo “comprese” nel progetto di emancipazione delle nostre nonne e bisnonne.

Altro romanzo, altra famiglia. Con Tutta questa vita l’ambiente non è più rurale ma urbano e la famiglia è contemporanea e disfunzionale…
Qui sono entrata nella testa di una ragazzina, Paoletta, che si scopre molto diversa dalla sua famiglia. Il suo problema vero non sono i chili di troppo, ma la prigione dorata di segreti pericolosi e ipocrisie in cui si trova a crescere. E come ogni adolescente ci accompagna in quel percorso, terribile e meraviglioso, che porta a diventare quello che siamo. Anche se non sempre è quello che le persone più vicine si aspettano da noi.

E con il tema delle aspettative, si entra dentro l’ultimo romanzo, La figlia sbagliata.
In questo caso il problema è convivere con i modelli che a volte noi stessi ci siamo dati. Quando non si riesce o su finisce nella vita sbagliata sono tragedie. Detto questo non penso affatto che la famiglia come istituzione sia sbagliata, anzi è essenziale per la formazione di un individuo. La famiglia è il luogo in cui si cresce e ci si esprime, purtroppo a volte le cose non vanno come dovrebbero.

Nel libro c’è anche il tema del talento.
La madre, Ines, rinuncia alle sue capacità per adeguarsi a un modello standard di donna. Non riuscire a esprimere le proprie capacità è un peccato, e un male sottile che alimenta tante nostre sofferenze. Questo almeno è quanto succede oggi nel nostro mondo occidentale, dove i desideri vanno ben oltre la soglia di sopravvivenza. Sia diventati tutti abbastanza “ricchi” da poterci permettere lavori vocazionali, e quando questo non succede, per ragioni personali o contingenti, si sviluppano più facilmente che in passato frustrazioni e angosce.

La copertina è insolita: riproduce un rebus.
Il vero rebus è capire chi siamo e come si dipana la nostra vita. Il romanzo nella mia testa è nato da una domanda: com’è possibile che di fronte al marito morto Ines non avverta nessuno e lasci che la vita scorra? E’ lei il vero rebus. E da qui inizia il romanzo “enigmistico”, nel senso che è necessario trovare le risposte che nascono dagli eventi. E’ quanto spero facciano i lettori pagina dopo pagina.

Ha detto che più volte sono stati gli stessi lettori, con le loro domande alle presentazioni o sui social, a farle capire che cosa voleva dire davvero nei suoi romanzi.
E’ vero. E’ stato sorprendente per me scoprire che ogni lettore in realtà “interpreta” il romanzo a modo suo. Questo mi offre la possibilità di vedere la trama o i personaggi da un punto di vista diverso, e conoscere qualcosa di più di loro. Quando si racconta una storia non è sempre tutto chiarissimo, quando si scrive ci si esprime per codici e ogni codice deve essere interpretato. In fondo ogni romanzo è – per così dire – “interattivo”, la letteratura lo è sempre stata ben prima del web!
Nella vita oltre a scrivere insegna, mai avuta la tentazione di ambientare un romanzo in una scuola?
Per me raccontare una storia significa “chiudere” un capitolo, un pezzo di vita che considero esaurito. Con la scuola non mi è possibile, insegno da pochi anni e sono ancora in una fase di scoperta. In futuro, chissà.

Che cosa legge?
Molti romanzi americani (Roth, Franzen, Strout…), ma anche molti italiani da Elsa Morante a Fenoglio, da Melania Mazzucco a Covacich. E poi ho un grande amore per Garcia Marquez.

Come sarà il suo quinto libro?
Ho appena iniziato, per ora posso dire che è un romanzo storico al femminile ambientato in Piemonte nella prima metà del 900. Ma è ancora presto per dire dove mi porterà la storia.

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