roba da donne?

Ho scritto questo pezzo per Letteratitudine

Molti anni fa la mia cara amica Anna mi telefonò entusiasta. In quei giorni leggeva Pastorale Americana, che io avevo appena finito: «Lo Svedese sono io! – mi disse – Com’è possibile? Come fa quest’uomo a sapere tante cose di me?».
Quest’uomo è l’autore del romanzo, Philip Roth e lo Svedese è il suo protagonista, Seymour Levov, nato a Newark in una famiglia di ebrei immigrati, fabbricante di guanti, padre di un’adolescente balbuziente e contestatrice che nel 1968 mette una bomba in un ufficio postale. La mia amica Anna invece è nata negli anni Settanta sulle colline intorno a Santo Stefano Belbo, poi ha fatto il liceo, l’università, si è sposata e adesso ha un bambino delizioso. Cosa c’entra, lei, con lo Svedese? Eppure non dubito della sua sincerità: leggendo, anch’io sono stata lo Svedese, e anche Merry (la figlia) e Jerry (il fratello, cardiologo di successo) e persino Dawn (la prima moglie, cattolica irlandese e già Miss New Jersey). Allora: come diavolo fa Philip Roth a conoscerci, me e Anna, così bene?

Che La figlia sbagliata sia nato da un incubo l’ho già scritto altrove. Questo a dire della natura intima, della scaturigine misteriosa e privatissima. L’idea era fare di una materia incandescente e personale un romanzo, cioè un oggetto che possa entrare in relazione col lettore, invitarlo a scoprirsi, chiamarlo a guardarsi dentro per ritrovare una simile segreta verità.

Ci sono riuscita? non sta a me dirlo. Però so che la strada è quella. Mi ci è voluta Pastorale americana, e molti altri libri letti e scritti per capire e accettare e praticare questo fatto: che l’unica storia che hai da raccontare è la tua. I grandi romanzi, quelli da cui cerco di imparare ogni giorno il mestiere, si reggono sul coraggio con cui lo scrittore affronta la sfida: Philip Roth guarda così a fondo e con tale spietata sincerità dentro di sé da arrivare al nocciolo, all’elemento di umanità che tutti ci unisce. Così ha stanato me e la mia amica Anna. Così mi stanano, ogni volta, Garcia Marquez o Agota Kristof o Elizabeth Strout. Ne La figlia sbagliata ho cercato di mettere in pratica la lezione. Come ho potuto, naturalmente, coi mezzi che avevo. Quindi no, La figlia sbagliata non è un romanzo autobiografico, perchè non racconta la storia della mia famiglia: mia madre non è Ines Banchero e mio padre non è Pietro Polizzi. Ma anche sì, La figlia sbagliata è un romanzo autobiografico perchè ho usato quanto avevo di più mio, la mia rabbia, le mie angosce e l’inconfessabile paura del fallimento. Per questo Ines c’est moi, e anche Pietro, e il figlio prediletto Vittorio e la figlia sbagliata Riccarda.

Però poi scrivi sempre di famiglia, mi dicono. Ci sento una punta di veleno e un po’ mi arrabbio. Sono in ottima compagnia, rispondo, tutta gente sul cui talento nessuno discute (devo davvero citare gli esempi?). Odio quel però poi. Come se a parlare di famiglia si svicolasse, si evitassero discorsi seri sul mondo, si abbandonasse l’impegno e ci si rifugiasse nell’irrilevante. Sottotesto: roba da donne. Invece mentre scrivevo di Ines che, terrorizzata dal proprio talento, lo chiude in un cassetto e decide di diventare moglie e madre perfetta, e mentre scrivevo di Riccarda che si ribella e Vittorio che invece non ce la fa, mentre insomma dipanavo il garbuglio di relazioni e scioglievo i nodi di questa famiglia “normale” mi sono accorta che stavo parlando di altro. Lo storico Philippe Aries scrive:

Oggi l’adulto prova, presto o tardi, e sempre più presto, il sentimento d’aver fallito, il sentimento che la sua vita di adulto non ha realizzato nessuna delle promesse della sua adolescenza. Questo sentimento è all’origine del clima di depressione che si diffonde nelle classi agiate delle società industriale.

Stavo parlando di questo: da contadini straccioni che eravamo, siamo di colpo diventati un Paese ricco. Molti di noi, che se fossero nati cinquant’anni prima non avrebbero avuto scampo e avrebbero ripetuto la vita grama dei genitori e nonni, hanno potuto studiare, hanno avuto la possibilità di chiedersi: “che vuoi fare da grande?”.

Ci abbiamo provato. Poi magari non ci siamo riusciti, e questo ci deprime. Depressione da Paesi ricchi, appunto. Quella di chi ha scoperto che la libertà ha un prezzo e il fallimento un cattivo odore. Depressione da figli e nipoti del boom, nostra, di noi che avevamo un futuro. Davvero è così irrilevante?

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