Mr. Ink su Ines

Non perdetevi le impressioni di Mr. Ink su La figlia sbagliata (e le immagini che ha scelto, e il consiglio musicale). Fortunata ad avere lettori così.

Sabato sera, interni borghesi. Primo piano su una donna di spalle, curva e appesantita, che si affaccenda all’acquaio della cucina. Insapona i piatti, Ines, e li sciacqua con cura: sgrassa, sfrega e strofina, li passa sotto il getto d’acqua senza sollevare zampilli. Presumibilmente, della lavastoviglie non si fida, come tutte le signore che hanno superato i sessanta e, tradizionaliste, preparano i tortellini a mano, fanno orecchie da mercante davanti alle proposte dei centralinisti stranieri che suggeriscono l’internet veloce e, con l’acqua saponata fin sopra i gomiti, pescano posate e bicchieri dalla schiuma che, nel frattempo, cresce nel lavello.

Con la coda dell’occhio, segue un po’ i volteggi degli ammiccanti ballerini di Ballando con le stelle e un po’ gli spasmi del compagno di lunga data, Pietro, stroncato da un infarto fatale durante il dopo cena. Continua a rassettare, accoglie con un moto di approvazione il vincitore che, quella sera, ha decretato la presentatrice Rai e, spenta la luce, va a letto: al buio, il cadavere del marito. Il volto pallido di Pietro, la smorfia della bocca e la posizione leggermente scomposta, non le suscitano né commozione né allarmismo. Qual è stata mai, in vita, la colpa dell’anziano capo famiglia per giustificare l’indifferenza di una consorte che imbocca la porta della stanza da letto senza neanche pensarci su? Cosa ha trasformato una moglie e una mamma perfetta, con il tempo, in una macchina dai sentimenti difettosi, che mangia e coltiva i suoi hobby alla presenza di un cadavere in lenta decomposizione, senza colpo ferire? La figlia sbagliata è la storia di una donna sola che ragiona di malintesi, segreti e legami di sangue con il marito morto. Zoom spietato sugli acciacchi, le rughe profonde, i parenti che non passano a salutare e un campo lungo abbastanza, poi, da includere le vite separate di chi forse rinverrà il cadavere, forse aiuterà il genitore superstite con le spese da sostenere e l’immondizia da buttare.

Ci si stringe tutti e quattro, perciò, per l’occasione. Sullo stesso sofà, come nelle cartoline di Natale, e nelle stesse duecento pagine scarse. Scatta (e scrive) la  Romagnolo, da me già molto apprezzata con l’inconsueto young adult Tutta questa vita. Raffaella è veloce, ed è tutto un attimo: i Polizzi si sciolgono presto da quelle pose plastiche, forzate, e ringraziano per un ritratto di famiglia rapido e indolore. Sono usciti bene, sì? La figlia sbagliata continua a riflettori spenti, però: distolti gli obiettivi. C’è una regista (e un’autrice) che ti mette a tuo agio, ti fa assumere la posizione consona – braccio sulle spalle di papà, la mano tra le mani di mamma – e continua a raccontarti anche quando il momento clou, il quarto d’ora delle famiglie felici, sembra svanito. Il suo ultimo romanzo, che mi sono reso conto di aver inspiegabilmente trascurato solo all’indomani della candidatura allo Strega, ha un incipit shock e un prosieguo che procede sul medesimo andante: essenziale, caustico, drammatico. Giallo psicologico con parole pesate – ma pronunciate a sproposito, a volte, se si è in preda al malumore – e un quartetto di personaggi indagati fin negli spigoli più dolorosi, ha la mano ferma e le ginocchia ballerine, un rigoroso impianto teatrale e gli ansimi di una tragedia contemporanea. 

L’autrice fuga in fretta i dubbi: Pietro, sposato quarant’anni prima a mo’ di chiodo schiaccia chiodo, non era un irreprensibile aguzzino, un temibile padre padrone. Perché la repressa Ines, allora, reagisce imbellettandosi, cucinando pasti generosi e rispolverando l’antica passione per il disegno a mano libera? Perché quello del figlio Vittorio, vecchia gloria del nuoto e ingegnere di successo, è considerato talento con la lettera maiuscola, mentre i provini e i ruoli da comparsa della sorella minore, Riccarda, sono un capriccio da scacciare con un gesto vago della mano? Ines, tipica mamma chioccia, accudisce un primogenito che è il suo capolavoro – solo una volta le ha disubbidito,  il giovane Vittorio, saltando dallo scoglio più alto in vacanza – e combatte guerre perse con una figlia scorbutica, ribelle, allevata all’ombra di un piccolo uomo, ma con pesi immani sulle ampie spalle da nuotatore. E’ una cattiva massaia chi distingue, nella sua prole, figli e figliastri? E’ un marito codardo il camionista che tra sé e la propria casa mette chilometri e chilometri? Meglio le mancate telefonate dell’indesiderata Riccarda o la stanchezza di Vittorio, soffocato nel nido? Quattro personaggi fragili e sgradevoli, a tratti, che non trovano il coraggio o la redenzione, ma che, come ospiti spettrali, infestano un salotto inquietante – disseminato com’è di carta straccia, ricordi spolverati di fresco, morte – e i capitoli di un romanzo bellissimo, che si legge la sera, con il fresco, in cambio di un letto scomodo e una notte piena di pensieri. E, al mattino, si è tutti un dolore a colazione. Se sei parte di una casa in cui tutto e tutti sono al posto giusto, se sei fortunato, si uniranno a te, per il rito del caffè, i tuoi familiari. Eccoli lì: una mamma apprensiva, un padre che fa straordinari non necessari, fratelli spinti a competere. Ti guardi attorno e li guardi, turbato.
Se sei fortunato?
Il mio voto: ★★★★
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