La figlia sbagliata su Flaneri

La felicità è un rebus? Chiara Gulino dedica una bellissima recensione a La figlia sbagliata.

Com’è possibile vivere, darsi un presente e persino un orizzonte in assenza di una vera speranza? Com’è possibile dare credito all’esistenza quando quel credito di felicità viene negato?

La felicità è un rebus. La soluzione è spesso sbagliata. Nel nuovo romanzo di Raffaella Romagnolo di sbagliato c’è una figlia per una madre, ossessionata dalla presenza dell’altro figlio che però si fa vuoto. Al rebus rimanda la copertina di La figlia sbagliata (Frassinelli, 2015), incluso nella dozzina del Premio Strega 2016, che da subito mette alla prova il lettore.

La scrittrice piemontese dissemina una serie d’indizi per costruire la sua storia drammatica ma lontano dal dolorismo di tanta narrativa italiana contemporanea, utilizzato consapevolmente e cinicamente per fini narrativi. Il libro si rivela invece una profonda e lucida analisi che apre uno squarcio sulla verità delle cose, sull’illusione della volontà, della libertà, del senso dell’esistenza e dell’amore all’interno di una famiglia disfunzionale.

In primo piano, dunque, c’è il paesaggio interiore, quel groviglio di emozioni tra timore e desiderio che da sempre caratterizza la giovinezza, quell’impasto ogni volta irripetibile fra il proprio essere e i modelli che uno si dà, molto spesso in contraddizione con il mondo in cui ci si trova a vivere.

La Romagnolo rappresenta quello che può accadere se quell’oscuro ed enigmatico meccanismo di corrispondenza alle aspettative materne e paterne si inceppa per paura di fallire o per spirito di ribellione. Molti genitori non sanno che è proprio il timore che i figli sbaglino a condannarli all’infelicità.

La figlia sbagliata non è un libro sulle cause, ma sulle conseguenze e sulle ricadute di un amore squilibrato: quello di una madre, Ines Banchero, che investe tutte le proprie energie creative e ambizioni frustate, sintomo di una vezzosa rinuncia, sul figlio Vittorio, il prediletto; quello di un padre, Pietro Polizzi, che delega totalmente alla moglie qualsiasi responsabilità nel rapporto affettivo e autoritario con i figli; quello di Vittorio, talentuoso nel nuoto e nello studio, che pagherà cara la sua pavida scelta di rinunciare ai propri desideri.

In questa famiglia dall’appartenente normalità piccolo borghese, l’unica persona dotata di un certo equilibrio e di una propria personalità è Riccarda: «Riccarda è un nome orrendo, pensa. Da maschio. Il nome di una che, come viene al mondo, è già sbagliata».

La vicenda si svolge in quattro giorni durante i quali è tutta la storia della famiglia Polizzi che viene raccontata con una grammatica di natura emotiva, una sintassi dalle immagini che, improvvisamente risvegliate dalla vista del marito prostrato da un infarto sul tavolo della cucina, si fanno in Ines, tra rancori e rabbia trattenuta, ricordo e immaginazione.

Mentre l’acqua scorre nella quotidianità di un dopo cena e la televisione rimanda le insensate parole di un popolare show, ci si chiede: perché Ines non interviene? Perché non chiama i soccorsi? Perché rimane indifferente agli evidenti segni della morte sul suo compagno da quarantatré anni?

È proprio l’incapacità di discriminare il reale dal surreale, ciò che rende la scrittura dell’autrice così palpitante, come se in ogni singolo ricordo fosse nascosta una questione di vita o di morte.

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