Skopje, o cara

20161016_153722Questo articolo è uscito su Cultweek il 19 novembre del 2016. Qui trovate l’originale. L’ho scritto di ritorno dal mio viaggio nella capitale della Macedonia, che non conoscevo e dove sono stata invitata dal locale Comitato della Dante Alighieri.

Dei Balcani non so quasi niente, giusto quel che si trova nei libri di scuola. E meno ancora so di quel pezzetto di Balcani che si chiama Macedonia: la falange macedone irta di picche come un istrice, Alessandro Magno che conquista il mondo a vent’anni, cose così. Di Skopje, la capitale, so che da queste parti è nato l’imperatore Giustiniano, che nel 1963 un terremoto l’ha quasi rasa al suolo e che ci ha appena giocato la Nazionale. E non sapendo quasi niente dei Balcani, della Macedonia e di Skopje, all’idea di andarci mi è venuta un po’ di paura. Niente di paralizzante, piuttosto uno stato di allerta, quel sudorino tra le scapole quando superi la fila di tir in autostrada. Vai tranquilla, ti dici, ma fa’ attenzione.

Così, anche se il soggiorno sarebbe stato brevissimo e organizzato in ogni dettaglio dai miei ospiti, ho comprato la Lonely Planet Balcani Occidentali e ho cercato informazioni in Rete. All’inizio domandavo a Google cose neutre come la compatibilità delle prese di corrente e il cambio con l’euro, poi le mie ricerche si sono fatte meno innocenti, dalla tastiera uscivano parole scivolose, in odor di ideologia. Volevo essere rassicurata circa l’onestà dei cambiavalute Macedonia, la professionalità dei taxisti Macedonia, l’affidabilità del sistema sanitario macedone, fino a uno spudorato etnie Macedonia e conflitti Macedonia e criminalità Macedonia. E il sito della Farnesina Viaggiaresicuri.it ha soffiato sul fuoco: terremoti, radicalismo jihadista, militarizzazione dei confini in funzione antiprofugo, instabilità alla frontiera con il Kosovo e una concentrazione di PM10 a Skopje che a Milano neanche dopo due mesi senza pioggia.

E vabbè, si dirà, non sei una viaggiatrice. Vero. Ricordo la mia prima Chinatown, un bel mattino di dicembre a Manhattan. Dopo mezz’ora di ideogrammi e anatre appese, che sollievo di fronte all’insegna di uno Starbucks odoroso di caffè bruciato e merendine zeppe di grassi: la Civiltà, finalmente!

Però il punto non è che al brivido del viaggiatore io preferisco la comfort-zone del turista: il punto è che, non sapendo quasi niente dei Balcani, e ancor meno dei macedoni, davo per scontato il Pericolo. E la Rete è fantastica, in questo: trovi esattamente quello che cerchi. Informazioni che rinforzano, sostengono, alimentano il tuo pre-giudizio. Anche se a scuola, per contratto, i pregiudizi dovrei combatterli. Anche se, oltre che insegnante, sono uno scrittore, cioè un soggetto che si presume curioso della vita e del prossimo. Per questo mi hanno invitata in Macedonia.

(Per inciso: un buon antidoto sarebbe leggere quel che la Farnesina scrive dei posti dove sei già stato. Quando va bene, parla di terrorismo, borseggi, zone malfamate, tipacci nei mercati e nelle stazioni. Ma davvero non torneresti a Parigi, Londra e Praga?)

C’è anche da dire che, nella mia testa, mica pensavo di incontrarli davvero, i macedoni. M’ero fatta l’idea che i lettori della Dante di Skopje che hanno votato il mio romanzo allo Strega fossero tutte donne italianissime. Espatriate. Mogli e figlie di industrialotti che hanno delocalizzato. Governo ladro che ci ammazza di tasse e ci obbliga a scappare. Immaginavo signore benestanti e nostalgiche, lettrici per malinconia. La moka, la ricetta del risotto, il tiramisù col mascarpone e il bianco dell’uovo montato a neve. E mi sbagliavo, ma parecchio. Se escludiamo l’ambasciatore e la consorte e un paio di italiani presenti nelle occasioni ufficiali, nei tre giorni e mezzo che ho passato a Skopje ho incontrato solo uomini e donne macedoni o comunque originari dei Balcani. Macedoni che parlavano (benissimo) l’italiano, tanto che non ho neanche dovuto tirar fuori il mio inglese zoppicante. Macedoni che avevano studiato ai corsi pomeridiani e serali della Dante oppure all’Università SS. Cirillo e Metodio di Skopje, dove puoi laurearti in Lingua e Letteratura Italiana. Gente appassionata a una lingua non solo piena di verbi irregolari, ma che, obiettivamente, non serve a nulla. L’italiano non è mica l’inglese passepartout, e neanche il tedesco locomotiva d’Europa e neanche il francese o il cinese o l’arabo o lo spagnolo che ti salva in mezzo mondo. E considerate che i macedoni sono slavi, cioè usano l’alfabeto cirillico. Quanti di noi studierebbero, solo per passione, per amore di quella cultura, una lingua slava?

In quei tre giorni e mezzo ho bevuto caffè turco seduta sui cuscini in un caravanserraglio, tè nero a un tavolino dell’antico bazar ottomano, vino macedone ascoltando musica folk. Ho mangiato insalata greca, fatto scarpetta nell’ajvar (peperoni cotti per un tempo infinito, tipo ragù), assaggiato arrosticini di carne alla piastra, fagioli stufati, formaggio fritto. Ho sentito cantare il muezzin e bevuto un cappuccino memorabile al London Pub di Piazza Macedonia. I bambini rom che si avvicinano per venderti fazzolettini di carta sono tanti, ma non così insistenti come si favoleggia in Rete (i Rom sono il 2,66% della popolazione secondo il censimento del 2002). Ho visitato una superba chiesa ortodossa ipogea, marrone, argento e oro, e una luminosissima moschea bianca e azzurra che sta a dieci minuti a piedi dalla prima. Ho scoperto che anche i Macedoni hanno il loro Garibaldi, e si chiama Goce Delchev. A poca distanza dalla sua tomba, le vetrine del bazar espongono gli stessi orologi che gli zii ti regalavano per la prima Comunione, e gioielli pacchiani e abiti da sposa con le piume e gli strass. Graditi, pare, al gusto della comunità albanese (25% circa). Nella città nuova, ci sono invece completi di Hugo Boss e pubblicità Max Mara. Dall’alto della fortezza romana di Kale, vedi che il fiume Vardar le accarezza sinuoso entrambe, la città vecchia e quella nuova, le racchiude in un’abbraccio che è difficile non sentire come identitario, la sostanza stessa di questo luogo: l’incontro/scontro, la necessità, la difficoltà, la sfida di andar d’accordo. Vi suona familiare? Non lo sentite lo zeitgeist?

La verità è che il pre-giudizio è una iattura. Le occasioni che ti perdi, se non riesci a superarlo, le cose che non impari. Nella città nuova il centro è pieno di facciate candide, clamorosamente neoclassiche in terra slava, ottomana per secoli. Di un bianco splendente anche gli stucchi del lussuoso Marriot che ha ospitato la Nazionale, e tutt’intorno cantieri e statue. Tu immagini siano antiche, ma ti sbagli: sono state fabbricate giusto ieri; fonderie fiorentine, pare; coi soldi di un progetto che si chiama Skopje 2014. Sono decine e sono dappertutto. Sembra uno scherzo, giuro. Le trovi sui ponti, davanti ai palazzi governativi e ai musei, al centro di piazze e piazzette, davanti alle banche, sui marciapiedi, ad ogni angolo, slargo, incrocio. Persino tra le acque impetuose del Vardar una sottile fanciulla color bronzo è pronta al tuffo. Rappresentano patrioti macedoni, artisti macedoni, suonatori, gaudenti, madri di famiglia e ragazze discinte che fanno shopping. Poco distante dal bed and breakfast in cui alloggio, c’è persino uno scintillante arco di trionfo tipo Champs Elysées.

Una delle statue più grandi si trova nella centralissima Piazza Macedonia. Calcolando anche il piedistallo istoriato, sfiora i 25 metri e rappresenta inequivocabilmente Alessandro Magno. Qui però la chiamano il “Guerriero”. Le parole sono importanti, dice Moretti, perciò chiedo spiegazioni. Il fatto è che ai Greci non sta bene che la Macedonia si chiami Macedonia, perchè anche loro hanno una regione che si chiama Macedonia. Ora, la Macedonia-Macedonia vorrebbe entrare in quell’Europa che già accoglie (si fa per dire) la Grecia. Ha fatto domanda e Bruxelles ha aperto una sede a Skopje per valutare la faccenda. Ma i Greci si son messi di traverso per via di quel nome conteso, che è poi identità contesa. In questo clima, esibire una gloria tutta macedone (ma di quale Macedonia?), buttare lì un Alessandro Magno con tanto di spada sguainata, a cavallo di un Bucefalo rampante, ecco, dev’essere parsa ai politici una mossa non proprio diplomatica. Già l’aeroporto si chiama “Alexander the Great”. Warrior on a horse va benissimo, si son detti[1].

Acquisito nel 2005 lo status di Paese candidato all’ingresso in Europa, la Macedonia attende tutt’ora una risposta. Son cose lunghe, si sa. E poi adesso c’è la Crisi, anche se mi dicono che qui non se ne sono accorti: poveri erano e poveri sono. Qualche sito parla di disoccupazione al 40%. Di fronte al Guerriero/Alessandro, oltre il ponte di pietra e le acque del Vardar, Filippo II suo padre saluta a pugno alzato. Nostalgia di Tito?

Nei miei tre giorni e mezzo a Skopje, l’ho percepita sotto traccia. Non tra i giovani né tra le persone più colte, ma qua e là. Mezze frasi. In fondo, quando c’era Lui non c’erano guerre e si studiava o lavorava tutti. Si andava al mare e il mare era l’Adriatico, mica l’Egeo dei Greci che oltre al nome hanno contestato anche la bandiera. Sai quante frontiere bisogna attraversare, oggi, per mettere i piedi a bagno di fronte a Rimini? E certo non si respirava quel senso di provvisorietà di chi aspetta una risposta da undici anni. Persino il nome non è definitivo. Diciamo Macedonia, dicono di se stessi Macedonia. Ma nelle relazioni internazionali la Macedonia è FYROM: Former Yugoslav Repubblic of Macedonia. Ex repubblica yugoslava di Macedonia. Ex nel nome, santocielo.

Le statue, dicevo. Quelle più pompose portano addosso i segni del dissenso. Gavettoni di vernice hanno insozzato il candore neoclassico. Nella bella giornata di sole in cui visito la città, l’effetto è quasi allegro, da piazza il giorno dopo il mardi gras. I leoni che fanno la guardia al Guerriero/Alessandro hanno occhi e testicoli rossi. Cortei, manifestazioni, mi spiegano. Ricordo un cenno sul sito della Farnesina, che mette in guardia i turisti italiani in vista delle prossime elezioni, il prossimo 11 dicembre. Meglio evitare gli assembramenti, c’è scritto, «suscettibili di sfociare – anche alla luce di quanto accaduto nei mesi passati – in disordini con le forze dell’ordine e danneggiamenti».

La Macedonia è un piccolo paese, poco più grande della Lombardia. Ha circa due milioni di abitanti, i lombardi sono cinque volte tanto. In seicentomila abitano a Skopje. Per capire quanta voglia è rimasta di gettare altra vernice sulle statue, ho chiesto in giro quanto guadagna un operaio. Ma operai ce ne sono pochi, dicono, un po’ perché qui è tutta campagna e un po’ perché la conversione al capitalismo delle fabbriche di Stato non è stata una passeggiata di salute. Comunque quei pochi operai porterebbero a casa 2-300 euro al mese. So per certo che un ottimo pasto al ristorante costa poco, meno di 10 euro a testa. Poco per noi, ma non se fai l’operaio a Skopje. E allora si capisce che il trionfo di statue, facciate e cantieri, questa febbre di tirare a lucido la piccola città e trasformarla nella grande capitale della nazione europea che forse (forse) diventerà, sa un po’ di fregatura.

Chiudendo questa nota mi accorgo che non ho parlato di libri. Male, visto che sono a Skopje per questo, e per tre giorni e mezzo ho chiacchierato solo di letteratura italiana. Romanzi, racconti, saggi, classici e nuovissimi. Niente beghe di condominio, però. Niente ha vinto questo ma doveva vincere quell’altro né maledizioni a recensori ignavi o scorretti. In Macedonia arriva solo quel che conta, i libri, e di questo si discute: una meraviglia.

La loro lingua letteraria è giovane. La codifica risale alla fine della seconda Guerra Mondiale, con la nascita della Macedonia come repubblica in seno alla federazione jugoslava. Le traduzioni di opere straniere arrivano subito dopo. I titoli italiani sono circa 150, la maggior parte dei quali di autori novecenteschi. Non solo Calvino Eco e Baricco, anche Tabucchi, Ammaniti, Benni, Giordano, Fo, Saviano, Del Giudice, Avallone, Maurensig, Murgia, Buzzati, Pirandello, Sanguineti, Rodari. L’elenco aggiornato al 2014 lo trovate in un interessante contributo di Anastasija Gjurčhinova, docente di Letteratura Italiana all’Università SS. Cirillo e Metodio, traduttrice e presidente della Dante di Skopje, dove si fa cenno anche a un paio di progetti di traduzione finanziati di recente dal governo macedone: “Premi Nobel” e “Stelle della letteratura mondiale”. Non solo statue, insomma.

Giusto per verificare lo stato delle patrie lettere in terra macedone, la domenica mattina faccio un giro in una libreria del centro. Dietro il banco, Ivana e Olivera parlano italiano e trovano al volo una copia dell’Inferno in caratteri cirillici (Dante, non quell’altro). Fuori, svetta l’Alessandrone rampante col suo codazzo di leoni dai testicoli rosso fuoco. Già che ci sono, compro anche il Purgatorio, il Paradiso purtroppo è finito. Tradurre è un gran bel modo di costruirsi l’identità nazionale, penso uscendo, e immagino sia d’accordo anche il Guerriero, che nella sua breve vita feroce è nato macedone ed è stato greco, egiziano, addirittura persiano.

Che poi non è che qui ne girino tanti, di libri italiani non tradotti, sempre per via dei budget risicati. Quei pochi si trovano soprattutto nelle due biblioteche: quella della Dante, nella bella palazzina in centro città, e quella dell’Università. Oltre seicento studenti sono iscritti al corso di laurea quadriennale in Lingua e Letteratura Italiana. Alcuni diventeranno interpreti, altri traduttori e altri insegnanti di italiano, la terza lingua straniera studiata nelle scuole macedoni.

Li incontro alla fine del mio soggiorno, poco prima di prendere l’aereo per Milano e scopro che sono quasi tutte ragazze, come sono donne le insegnanti. Sono tante, c’è una bella luce, un silenzio carico. Mi emoziono.

La sera prima in albergo ho preparato un discorsetto, ma non riesco a seguire la traccia, sono loro a distrarmi, la concentrazione tesa con cui decifrano le mie parole. Così perdo il filo, divago, le guardo fisso e improvviso sul fatto che la passione salverà le nostre vite. In fondo La figlia sbagliata parla anche di questo, ma parlando del romanzo non sto già più parlando del romanzo: parlo di loro, studentesse per passione di una lingua bellissima e inutile, in un paese così provato dalla guerra e dalla storia. Parlo di me, di noi, di quel miracolo dell’incontro che è la letteratura.

 

[1] Detta così sembra una banalità, ma ovviamente non lo è, come tutto ciò che ha a che fare col nazionalismo. In Europa dovremmo averlo imparato. Se volete approfondire, qui un vecchio ma circostanziato articolo di Limes.

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