Trincee, fascismi e partigiani

Letteratitudine mi ha invitato a raccontare qualcosa sulla genesi di Destino. Qui di seguito le mie riflessioni.

Quando lessi Canale Mussolini di Pennacchi, mi colpì la sicurezza con cui l’autore sbatte in faccia al lettore: “questo è il libro per cui sono venuto al mondo”. Che azzardo, pensai, che esagerazione. Lo scrittore è uno come tutti gli altri: che ne sa di cosa gli riserva il futuro? Altre storie lo trascineranno fuori dal torpore e lo obbligheranno a sacrificare pomeriggi di sole, serate con gli amici, notti, albe. E anche i prossimi saranno libri a cui si sentirà chiamato, no?

Poi ho scritto Destino, e ho cominciato a capire. Perchè anche Destino, come Pennacchi dice di Canale Mussolini, è un libro che parla della mia gente. Con una differenza fondamentale: la mia gente non è la mia gente, le mie radici non sono qui. Non una differenza da poco.

Sono arrivata a Ovada, cittadina di undicimila abitanti tra Piemonte e Liguria, quando avevo tre anni e mezzo e un corredo di ricordi più simili a schegge che a un discorso compiuto. Frammenti di volti e paesaggi, poche parole, molte in dialetto. Famiglia piemontesissima, migranti economici in una terra di frontiera, il mare a un passo e la pianura laggiù, lontano. Lingua altra, cibo altro, niente parenti, niente case dei vecchi, niente storielle che tutti conoscono, niente soprannomi ereditati come ci si passa l’orologio o lo stampo per il budino, di padre in figlio, di madre in figlia. Io, noi (mia sorella ed io): la seconda generazione. Le prime della famiglia ad aver fatto casa del luogo in cui ci è capitato di crescere. Mia sorella a modo suo, io con questo libro.

Destino, quindi. Diciamo che tutto nella mia testa comincia con una storia vera: lo sciopero che nell’anno 1900 fa alzare più di un sopracciglio tra i borghesi di queste zone. Donne e bambine filatrici (bambine, lo ripeto) si ribellano a quell’inferno in Terra che è il lavoro in una filanda di seta all’inizio del secolo passato. Il primo sciopero della zona, e hanno cominciato le femmine (le bambine le immagino subito dietro, nascoste nei grembiulacci di tela. Le manine, preziose per estrarre il capofilo dal bozzolo, tormentate dai geloni).

Il prete dal pulpito tuona, il sindaco le tratta come minus habens. Qualche settimana di euforia, poi la presa d’atto, perchè parla bene il tribuno socialista dal palco, parlano bene quelli che hanno studiato Marx e conoscono Turati, ma la realtà ha la testa dura e, se le filatrici non piegano il capo e accettano una paga da fame, di fame creperanno.

Fin qui i fatti. A questo punto ho lavorato di fantasia e ho immaginato che una delle ragazze, alla prospettiva di tornare all’inferno, ficchi i suoi quattro stracci in una sacca e s’imbarchi per l’America. Destino New York: questa la scritta sul biglietto di sola andata. E non una parola di spiegazione ai suoi, per motivi suoi, serissimi. Serissimi come solo i vent’anni.

Il romanzo comincia in realtà con lei che torna, mezzo secolo dopo, anziana, ricca, fortunata. E straniera, americana. Altra lingua, altra vita. Per quattrocento pagine va scoprendo cos’è capitato in sua assenza alla gente, ai luoghi che ha abbandonato. Cosette: Prima guerra mondiale, Fascismo, Seconda guerra Mondiale, Resistenza, più un altro paio di tragedie che raccontano la natura di questa gente più che le medaglie sul petto. La gente che mi ha adottato, i luoghi che sono diventati i miei. E sulle tracce dell’americana, attaccata al suo soprabito di squisita fattura, ai suoi costosi foulard di seta, ho scoperto la loro storia. Lei ritrova la casa che ha lasciato, io quella che mi ha accolto.

Come un’ostrica, scrivendo, mi sono attaccata alla verità storica del mio scoglio, fino al parossismo, ossessionata dal particolare più minuto: quanto guadagna una filatrice in quella filanda nell’anno 1900, quanto costa un chilo di carne in quel medesimo anno, o il biglietto della tramvia. C’entra Flaubert, certo, e il suo aureo insegnamento circa l’identità tra Dio e i dettagli. Ma il fatto è che volevo restituirla tutta intera, questa storia che è diventata la mia, mia e di mia sorella.

Ora, il rischio è che il romanzo-ostrica, come un’ostrica, si chiuda. Che resti una cosa tra me e questa gente che è la mia anche se non lo è. Rischio oggettivo.

Succede invece che, prima che il libro abbia raggiunto il bancone delle novità nelle librerie italiane, un editore europeo decida di acquisirne i diritti.

Un caso, pensi.

Poi un altro editore, poi un altro e un altro e un altro ancora, e allora forse non è più un caso. Forse la storia di questa gente, che è la mia anche se non lo, è una storia larga, ampia, condivisa. Trincee, fascismi, partigiani: l’Europa che conosciamo noi figli della pace e della democrazia nasce in quella carne e in quel sangue. Forse, pensi, quella che hai scritto immaginando fosse la storia della tua gente, il libro per cui sei venuta al mondo cioè, potrebbe essere la storia di tanti, tantissimi.

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