Se il romanzo è Torino

La donna della domenica

Contributo pubblicato sulla rivista Turin, n° 2, Ottobre 2012

Scrivere di com’era Torino negli anni Settanta, a partire da La donna della Domenica. Lì per lì mi sembra un compitino facile facile, da chiudere in un pomeriggio, mi figuro dodicimila battute che sulla tastiera scivolano tranquille, sull’onda dell’entusiasmo che, a molti anni dalla prima lettura, per questo romanzo conservo intatto. Poi lo riprendo in mano, il romanzo. Sarà la quarta, la quinta volta. Omipovradona, penso a pagina venti, sentendomi la Dosio ma senza ironia. Perché bastano venti pagine per scoprire che un conto è leggerlo per piacere, per studiare una scena, provare a rifarla, rubare un dettaglio. Un altro conto è tirarci fuori l’immagine della città.

Ma ormai l’impegno è preso. Così butto giù una bozza di scaletta. Due parole sul libro, uscito proprio all’alba del decennio, successo clamoroso, modello insuperato ecc. ecc. Un accenno alla trama – appena appena neh, è un giallo! – un richiamo al film di Comencini con Mastroianni e la Bisset, e al dimenticabile remake televisivo di qualche stagione fa. Poi qualche riga sugli autori, a loro agio tra le vette dell’Alta Cultura e nel sottobosco pop di Urania. In conclusione piazzerei la parte più corposa e sugosa: una lunga, soddisfacente, rigenerante passeggiata di salute sui “luoghi del romanzo”. Articolabile a piacere: sugli snodi della trama, sui movimenti dei personaggi, oppure, meglio, effetto garantito, sul filo della malinconia, alla ricerca del tempo perduto in un sorso di chinotto o in una partita a bocce. Magnifici squarci. Lungopo come non se ne trovano più. La descrizione da antologia dei balconi di Via Amedeo Peyron. Lugubri controviali. Caffè da lacrime agli occhi.

Difficile che non piaccia, mi dico, pensate a quanto piace – alle proloco, agli assessori alla cultura, alle zie, alle professoresse, alle agenzie di viaggio che vendono i pacchetti alle scuole – quanto convince il “percorso letterario”! Sui luoghi di Fruttero & Lucentini come sui luoghi di Pavese, Fenoglio, Camilleri. Qua e là avrei inserito anche richiami a quegli anni, quegli oggetti , quelle parole : gli industriali che si chiamano “capitalisti”, il giornaletto erotico dal barbiere, il barbiere stesso, la 500 gialla del morto ammazzato e la 124 dell’assassino. Difficoltà? Pochissime: cosa scegliere, cosa tagliare. Dodicimila battute di cui una buona metà, grazie alla valanga di citazioni che inserirei, allegramente copiate da F&L. Quindi ad altissima, inimitabile, leggibilità.

E però, in questa città che ha nel lavoro ben fatto il suo credo laico, mica si può. Sarebbe quel che si dice uno svolgimento da ligera. Un cavarsela pelandrone, quando non francamente cialtrone. Perché la realtà, in un romanzo, non è “realistica”, ma naturaliter letteraria. Lo sa il più scalcinato degli imbrattacarte e lo sa il più raffinato degli editori, anche quando, in fascetta, strombazza che, tra le pagine che tu potenziale lettore stai sfogliando, ritroverai proprio Torino, Torino Torino, la città dove vivi, vorresti vivere o dimenticare o tornare o passarci un week-end che è diventata tanto bella, tanto vivibile con tutta questa offerta culturale, e allora perché – incalza l’editore dalla quarta di copertina – perché non scegliere, come viatico, proprio il romanzo che hai tra le mani?

Il secondo motivo per cui non è possibile cavarsi d’impiccio con un bel florilegio di citazioni è perché, a tenere in mano il romanzo di quelle due lenze di Fruttero & Lucentini come fosse una Lonely Planet, a mettersi cioè naso all’aria a inquadrare un cornicione qui e una modanatura là, un barbiere d’antan e una bettola con l’insegna CAFFE-VINI sulla porta, far la figura del fesso è un attimo. Come stare alle giostre, nella casa degli specchi, e pensare che l’immagine snella snella che stai guardando sei tu, proprio tu, quarant’anni fa.

Non voglio dire che la città non ci sia, nel romanzo. C’è eccome. Una topografia presente e pressante, Torino dappertutto, in ogni pagina, hai la sensazione di averla sott’occhio intera, quasi che, in un delirio compilativo, bulimico, i due non si siano fatti mancare niente: l’architetto Garrone ha lo studio in via Mazzini, Massimo Campi abita al 28 di Piazza Solferino, il commissario Santamaria sta in via dei Mercanti e dà appuntamento alla Dosio in un caffè di Corso Belgio, l’avvocato Arlorio passeggia sul Lungopo Machiavelli, e via così, strada per strada, un civico dopo l’altro, fino alla collina, con le ville signorili, le vecchie case padronali, i nuovi palazzi frutto di lottizzazioni di patrimoni secolari, i locali equivoci, i prati invasi da «tutta la puttaneria di Torino Sud! Tutto il Rotary delle troie!».

Ma è geografia asservita al progetto, carta topografica che diventa nota di sceneggiatura: il Balun è il fondale costruito alla bisogna per la tragicommedia degli equivoci che dilaga nella seconda parte del romanzo: personaggi che corrono di qua e di là, appuntamenti mancati, scambi di persona, misunderstanding, travestimenti, colpi di scena. Serve all’azione, oppure a svelare i personaggi: per l’americanista Bonetto, fissato con la cultura yankee, il Balun è, limpidamente, the baloon.

Letteratura, insomma, altro che Torino Torino. Così le uniche tappe che riesco a mettere giù sono terribilmente letterarie. Partendo dalla casa delle sorelle Piovano, gran nome ma poca grana, che si sta letteralmente polverizzando sotto i loro occhi. Presente alla scena il morituro architetto Garrone.

Dalla pendola settecentesca laccata di verde-chiaro e filettata d’oro che segnava le 6 e 20 (ma perché non se la vendevano? Un milione pulito glielo poteva garantire lui in qualsiasi momento) lo sguardo dell’architetto passò alla consunta tappezzeria di seta, alle tende strappate qua e là ma in autentico voile de Perse, ai soprapporte dell’Olivero. Dal soffitto a stucchi, che ora tremava dinuovo sotto una corsa scatenata, un altro frammento si staccò e andò a sbriciolarsi sul piano di un tavolo.

– Non stanno mai fermi un momento – si lamentò la Piovano maggiore.

– Ecco cosa succede, – osservò l’architetto – quando affittano ai meridionali. Ne prendi due, garantiti senza bambini, e dopo tre mesi te ne ritrovi sulla testa quattordici.

Dove stanno di casa le Piovano? Per me, dall’Amica di Nonna Speranza. Stucchi, soprapporte, una fotografia del Duca d’Aosta, buone cose di pessimo gusto, ironia gozzaniana rifatta alla moda di Fruttero & Lucentini, e aggiornata ai tempi (quei tempi , in cui, potendo, non si affittava ai meridionali).

La torinesità di F&L, insomma, puzza di invenzione, costruzione, gioco letterario. Altro assaggino. Massimo Campi si inoltra nelle

fungose, sepolcrali viuzze della città vecchia (…) Tutto gli si ricostruiva soavemente intorno: droghieri in camice grigio, garzoni in grembiule bianco arrotolato alla vita, donnone con la sporta, suore bisbiglianti, striminzite beghine, pensionati col mezzo sigaro, mamme che gridano dagli ammezzati. (…) Non era “proletariato”, questo, era ancora “popolino”, e Massimo (…) vi si aggirava come a una festa in costume una volta tanto riuscita, insensibile ai fumi d’auto e motociclette, ai juke-box e ai dialetti meridionali che (il maestro di cerimonia non poteva aver pensato proprio a tutto!) sgorbiavano ogni tanto la composizione. E quando arrivò ai portici elegantissimi e impoveriti intorno al Municipio e scorse Lello (…) lo identificò con un lampo di abbagliante lucidità: (…) Monsù Travet.

Gozzano prima, Bersezio adesso. La stessa ironia (gozzaniana? frutterolucentiniana?) illumina la pagina.

Ultimo assaggino letterario: il finale. Dove meno te lo aspetti, perché la chiusura è il punto in cui al giallista tocca l’ingrato compito di darti tutte le spiegazioni sul perché e il percome del delitto, senza perdersi in chiacchiere. La vicenda si chiarisce durante una passeggiata in cui Virginia Tabusso, una “signorina” assai sempliciotta, guida il commissario alla scoperta delle meraviglie di casa sua. Rileggete la passeggiata. Cancellate mentalmente tutti i passaggi in cui F&L vi stanno dando le informazioni indispensabili a capire come è andata. Rileggete solo i fronzoli: cosa si vede dalla finestra, come è fatta la casa. Poi rileggete la Signorina Felicita, la parte dove la contadinotta canavesana accompagna il poeta in soffitta. Capito? La casa di Virginia Tabusso, se deve stare da qualche parte, per me sta vicino a Ivrea. E siccome, secondo Flaubert, Dio sta nei dettagli, aggiungerò che il modello della Felicita di Gozzano è una certa Virginie, cioè Virginia, creatura di tal Jammes, poeta francese. Non penserete mica che quei due non lo sapessero? Aggiungere un cognome come Tabusso è cosa che solo loro.

Ma ci sarà poi davvero, dentro La donna della domenica, tutta questa letteratura? Il dubbio che sia una mia deformazione, m’è venuto. In fondo sono una straniera, e, che è peggio, una per cui Torino è una città di carta. L’ho scoperta con De Amicis, l’ho vista con Gozzano. Per me, qui non ci sono tram, ma «diritte vie corrusche di rotaie». Con un’aggravante: quando uscì “La donna della domenica” avevo un anno. Straniera al testo e al contesto. Cosa posso capirne?

Di certo, so che mi ha rapito dalle prima riga.

Il martedì di giugno in cui fu assassinato, l’architetto Garrone guardò l’ora molte volte.

Anticipazione folgorante. Anche se mica l’hanno inventata loro, questa cosa del raccontarti le cose in anticipo. Né, forse, sono i più bravi a farlo, pensate a quel che ne ha cavato Garcia Marquez una decina di anni dopo. Ma Cronaca di una morte annunciata, per me che vengo dal Monferrato, è tutto un mistero, un incantamento. Il caldo non è il caldo di qua, le zanzare, vuoi mettere, molto meglio quelle caraibiche, e poi la luce del Tropico, i colori, la puzza. Tutto così deliziosamente esotico. Ecco. Niente esotismo, in F&L. Sarà per questo che mi ci sento come a casa?

Mi viene in mente che comunque non sono l’unica che viene da fuori. Leggete che succede nella testa del commissario Santamaria quando si trova al punto di partenza topografico della vicenda, Via Peyron, casa dell’architetto Garrone:

era il quartiere più lugubre di tutta la città. Solo che – e il commissario se ne rese conto con stupore in quel momento – lo stesso giudizio gli era capitato di formularlo anche in altri quartieri, con la stessa assoluta convinzione. Ti trovavi a camminare a sud di Corso Principe Oddone, per esempio, e a un tratto dicevi, ecco, ci sono, non c’è dubbio, è qui, questo li batte tutti, questo è il quartiere più lugubre di Torino. Ma il giorno dopo una identica certezza ti fulminava mentre attraversavi via Gioberti o via Perrone, o contornando l’ansa della dora, o fra certe villette ai margini del Valentino, o perfino in corso Galileo Ferraris, in corso Stati Uniti (…) Sfido, avrebbero gridato certi suoi colleghi, è una città tutta uguale, tutti i quartieri si rassomigliano, tutte le strade si incrociano ad angolo retto, si ha sempre la sensazione di essere rimasti fermi, c’è da perdere la testa, c’è da impazzire, che città, madonna, che città.

A volerla riassumere in tre righe, La donna della domenica è allora la storia di un meridionale che entra dentro la città poco per volta, passo passo, e passo passo scopre quello che c’è da scoprire, e noi con lui, non da lui, badate bene, ma insieme a lui, insieme arriviamo fino al fondo, al nucleo incandescente, la lingua materna .

vedi cosa succede a lavorare in una città straniera? Se non eravamo terroni lo capivamo prima

dice il collega di Santamaria una volta scoperto che tutto ruota intorno a un proverbio.

E allora capisco. Questo fanno F&L per quasi seicento pagine: me straniera, mi portano a spasso. Come l’americanista Bonetto con la biondona dell’Oregon. Mi fanno sentire voci diverse, aristocratici e proletari, professori e parrucchieri, commissari, industriali, impiegatucci, serve, scalpellini, giudici in pensione, americane, terroni, puttane. I luoghi, me li fanno raccontare e raccontare continuamente, lo stesso posto, la stessa cosa, da più voci. In quanti mi spiegano, a modo loro, chi era l’architetto Garrone? A memoria: Annacarla Dosio, Massimo Campi, il gallerista Vollero, l’avvocato Arlorio, la madre sbiellata, la sorella incattivita, l’americanista Bonetto, la cameriera Altopascio, l’impiegato vouyeur De Regis, la signora Tabusso. Per ciascuno di loro Garrone era una persona diversa: un porco, il personaggio di un teatrino costruito da un rentier annoiato, un tipo sgradevole, un fratello senza cuore, il migliore dei figli, un amico, un ricattatore. Voci gioiosamente mescolate, alternate, battibeccanti. Mi fanno sentire la città viva, cioè la città che cambia: se “meridionale” – tema del momento – significa una cosa in bocca alla moglie di un ricco industriale, significa ben altra in bocca a un commissario siciliano, e ancora una cosa diversa per il Travet. E così “capitalista” e “Vietnam” e “isole greche”.

Il risultato? Il mondo. Quel mondo. Fiat, speculazione edilizia, burocrazia, vacanze, UPIM, cinema a luci rosse. Vitale, palpitante, accostato con il gusto di tenersi stretti alla vita, di restituirla sulla pagina. Solare, se confrontato a quello di notturno del secondo romanzo. Ma A che punto è la notte arriva alla fine degli anni Settanta, e non potevano passare senza lasciare traccia .

Quindi la risposta è no, non si può fare un percorso sui “luoghi di Fruttero & Lucentini”. Non si può tirar fuori Torino dal romanzo. Il romanzo è il percorso, se hai voglia di farti un giro da queste parti.

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