Una coperta di neve di Enrico Camanni

Sull’inserto Tuttolibri de La stampa del 3 maggio 2020 è uscita questa mia recensione del bel giallo Una coperta di neve di Enrico Camanni.

Primo giorno d’estate, monte Bianco, versante italiano. Fa caldo, troppo. Un seracco si stacca, una valanga di neve marcia seppellisce una cordata. Martina Argenti e il fidanzato la schivano per un soffio e avvertono il soccorso. L’elicottero sale, la squadra si mette all’opera, il cane fiuta qualcosa e la «neve cemento» restituisce «una donna vestita da alpinista». Viva. Sola.

Lei non ha documenti e non ricorda nulla, neppure il suo nome. L’imbrago che indossa è assicurato a una corda ma all’altro capo non c’è nessuno. La fune è integra, né tagli né strappi. Come se, in quel deserto di ghiaccio, qualcuno si fosse volontariamente slegato. Per quale motivo? Per andare dove? Mentre la donna raggiunge l’ospedale, le guide perlustrano il pendio, scavano, insistono ma niente. Neanche il cane sente altri odori. Che fine ha fatto il compagno di cordata?

Comincia così, con l’orrore mozzafiato della sepolta viva e un’assenza inspiegabile, La coperta di neve di Enrico Camanni, in libreria nella storica collana Gialli Mondadori.

A condurre le indagini è Nanni Settembrini, torinese figlio di emigrati dal Sud, cresciuto nel quartiere Barriera, ragazzo negli anni Settanta «delle ideologie feroci e degli ideali assoluti», ribelle per amore della montagna, guida alpina a Courmayeur, dove è anche responsabile del soccorso, e già protagonista di tre bei romanzi pubblicati da Vivalda tra il 2006 e il 2011.

Gli indizi sono scarsi, un guanto, un braccialetto, poco altro. Le cose che contano sono chiuse nella testa della misteriosa alpinista. Per fortuna Martina Argenti, la testimone della valanga, è una psichiatra in vacanza in Valle d’Aosta, dove il fidanzato l’ha lasciata sola per l’ennesimo impegno di lavoro. La giovane si offre di collaborare con Settembrini: andrà in ospedale e aiuterà la donna a ritrovare la memoria. Ma amnesia significa rimozione, cioè dolore che non vuoi affrontare. I ricordi torneranno soltanto quando la sopravvissuta sarà pronta.

Intanto Settembrini lavora con quel che ha. L’accento tedesco della donna, i suoi vestiti, uno scontrino fiscale. Con Martina Argenti funziona a meraviglia. Salgono in montagna, attraversano il «mare di ghiaccio» che nell’Ottocento incantava i visitatori saliti da Chamonix, cenano insieme, si scambiano informazioni, congetture, confidenze. Anche lui è solo: la compagna è partita per una settimana al mare. E Martina Argenti è bella, ben disposta e malmaritata. Una tentazione che la differenza di età – lei ha tutta la vita davanti – rende solo più struggente.

Mistero e desiderio funzionano insomma da propellente per una vicenda che corre lesta e tesa alla soluzione, come ha da essere in un giallo di qualità. La lingua è piana, precisa. I tecnicismi legati al mestiere di guida sono pochi e non disturbano. E se Camanni introduce il lettore ai tanti saperi dell’alpinismo (neve, ghiaccio, roccia), non cede però alle tirate contemplative che talora infestano la narrativa di montagna. Quello che anzi colpisce è la parte che alla montagna l’autore assegna: non fondale pittoresco, ma protagonista della sfida che ogni romanzo onesto ingaggia con la realtà.

Umanista prestato all’alta quota, alpinista di vaglia, già fondatore del mensile Alp e direttore di quel gioiello di cultura alpina che era la rivista L’Alpe, attraverso Settembrini Camanni esplora infatti sostanza, trasformazione e contraddizioni delle terre alte. La loro natura al contempo fantasmatica e concreta (rifugio e fuga per i “cittadini”, pane e lavoro per chi ci nasce). Un certo turismo di rapina. Lo scorrere del tempo («con due Jorasses e un monte Bianco» le guide di metà Novecento «si compravano una vacca»). Le ferite della Storia, invisibili a chi della montagna ha un’idea oleografica o, peggio, museificata. La zampata feroce del global warming.

E sorprendono allora le pagine in cui, seguendo le tracce dell’alpinista smemorata, Settembrini e Argenti si mettono in macchina e le Alpi le attraversano tutte. Valpelline, passo del Gran San Bernardo, la Martigny di Cezanne, i Grigioni, l’Alta Engadina di Segantini, gli «arroganti cinque stelle di Sankt Moritz», la Sils di Nietzsche, con i laghi che emanano «una calma addolorata», l’intraducibile wilderness di Zernez, poi la val Venosta, Curon sacrificato al progresso (già nell’intenso Resto qui di Marco Balzano), le mura medioevali di Glurns, Merano e intorno «un sacco di altri bei posti». Un viaggio illuminante, non solo per l’indagine. Dicono che non c’è niente di più chiuso e conservativo delle vallate alpine, ma qui avverti solo vita che pulsa e si trasforma. E poi capisci che tutto si tiene, come un tessuto che ha sfumature differenti ma la stessa grana. In tempi di orizzonti ristretti e confini sprangati, una boccata d’aria.

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