Montessori inspiring

Viviamo tempi complicati ed è stato necessario annullare il terzo incontro di Sconfinamenti. Avrei voluto discutere di tante cose con Cristina de Stefano, l’autrice di «Il bambino è il maestro. Vita di Maria Montessori», edito da Rizzoli all’inizio dell’estate.

Per ricostruire la vita della pedagogista (mai etichetta fu più limitante), De Stefano ha visitato archivi in mezzo mondo e ha messo insieme una corposa bibliografia. L’apparato finale dà conto di questo importante lavoro. Il testo corre invece leggero, sgranando i momenti essenziali della biografia in capitoletti tanto agili quanto centrati all’obiettivo: lasciare da parte le (potenzialmente) infinite disquisizioni sul Metodo Montessori concedendo tutta l’attenzione alla protagonista. Interessante – e tanto – di per sé.Due riflessioni allora, nel breve arco di attenzione che un post può conquistarsi.La prima: la scuola che Montessori frequenta da bambina è quella del libro Cuore di Edmondo De Amicis (1886). Un mondo pressoché maschile dove alle femmine resta (solo) l’esercizio della maternità (la mamma, la “maestra-mamma”, la sorella maggiore facente funzione…). Nonostante il profluvio di buoni sentimenti, la regola tra i banchi deamicisiani è la competizione (punizioni, rabbuffi, medaglie e primi della classe). E il bambino “buono” – da lodarsi, da portare ad esempio – è quello che si comporta da adulto. L’infanzia tutta, diciamolo, era a quei tempi una specie di malattia da curare. Ora, basta avere solo un’infarinatura del Metodo, per rendersi conto della capacità visionaria che Montessori ha avuto provenendo da quella scuola lì, da quel mondo lì. Che è poi il talento di rivoltare la realtà come un calzino e, en passant, rendere la nostra vita migliore. Dote che è di pochi, e grandissimi. E siccome grazie a questa dote Montessori ci ha cambiato la vita a tutti noi studenti e insegnanti e genitori, meriterebbe di stare nei libri di storia del pensiero (Non solo pedagogico. Il fatto che non ci sia è cosa che, temo, ha anche a che fare con il fatto che si chiama Maria e non Mario).

La seconda riflessione. Due sono i demoni che immagino tentino il biografo: puntigliosità e spirito romanzesco. Ossia mania del dettaglio e tentativo di trovare un senso alle vicende, di leggervi una “storia”, di mettere ordine nell’arruffata complessità del vissuto. De Stefano, devo dire, si tiene alla larga da entrambi i pericoli e ci restituisce una Montessori reale, e quindi complicata, contraddittoria, ambigua. La guarda senza metterla in posa, diciamo così.

Eccola, quindi. Figlia unica amatissima. Ragazza intelligente, determinata. Un’irregolare che rifiuta il matrimonio – non l’amore – per la carriera, e siamo ai primi del Novecento. La vicenda quella sì romanzesca (e straziante) di un figlio non riconosciuto. E poi medico in un mondo di medici maschi. Ricercatrice sul campo. Docente universitaria. Amica dei preti, dei socialisti, dei fascisti, dei poveri, delle nobildonne. Nemici a mucchi. Caratteraccio e aspirazioni monacali. Imprenditrice. Volontariato e brama di potere. Scienziata di osservanza positivista e mistica innamorata dell’India.A libro concluso, si ha l’impressione di aver assistito a una sfida. La stupefacente, dolorosa, esaltante battaglia di chi, giorno per giorno e costi quel che costi, ha cercato una giustificazione per la vita stessa, e il senso del proprio stare al mondo. Il talento, se c’è, e Montessori ne aveva da vendere, viene dopo. Può esserci vicenda più inspiring?

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