La rivoluzione non è un pranzo di gala

Qui di seguito la mia recensione sull’ultimo romanzo di Valerio Evangelisti, Gli anni del coltello, apparsa su La Stampa – Tuttolibri del 3 luglio 2021.

«La rivoluzione non è un pranzo di gala» scrive Mao Zedong nel 1927. Ci penso leggendo Gli anni del coltello di Valerio Evangelisti, secondo volume di un ciclo avviato con il romanzo 1849, anno della fugace, fiammeggiante Repubblica Romana (Mazzini-Saffi-Armellini, ricordate?). Di quale “rivoluzione” l’autore tratti non è però facilissimo dirlo. E questa complessità dello sguardo è un punto di forza del romanzo su cui tornerò.

La vicenda comincia là dove 1849 termina, con Garibaldi in fuga, i Francesi nella capitale e l’Italia che è giusto una buona intenzione. A Nord i Savoia, gli Austriaci e una manciata di ducati misti. Al Centro il papa-re, a Sud i Borboni. Fratelli d’Italia è «il più proibito degli inni». E “fratelli” si chiamano tra loro i cospiratori che popolano il romanzo, ammiratori di Garibaldi e devoti a Mazzini. Che, archiviata la disfatta romana, a Londra tesse trame e lancia proclami.

Gli Austriaci intanto brillano per crudeltà. Già «nel 1848 bruciavano vecchi per divertirsi, sfondavano il cranio ai bambini, infilzavano donne gravide». Adesso, catturato un ribelle, danno il meglio. In ogni prigione austriaca c’è infatti «una stanzetta con un rudimentale lettino. Il prigioniero veniva fatto spogliare, incatenato a pancia in giù e nascosto da una coperta, che avrebbe assorbito il sangue». Vogliono nomi, piani, dettagli. «L’ufficiale ordinava a un soldato, armato di bastone o di sferza, quanti colpi infliggere». Chi non resiste e parla, chi muore suicida, chi impazzisce, chi viene giustiziato senza pietà: «il condannato non era appeso a una trave parallela al suolo. Il cappio pendeva da un palo e veniva aggiustato al collo della vittima dal boia, salito in cima a una scaletta. Il resto del compito era eseguito dal “tirapiedi”».

In tanta ferocia si muove il protagonista Giovanni Marioni, detto “Gabariol”, reduce della Repubblica Romana, già carbonaro, poi nella famigerata Squadrazza di Imola («mazziniani brutali e senza scrupoli, di nascita plebea») e poi nella Giovane Italia. Tagliaborse, tagliagole, repubblicano convinto. Carnale nel cibo e nel sesso. Una vita in fuga, ovviamente. Roma, Ravenna, Parma, Milano, Genova, di bettola in stamberga, trovando rifugio presso altri “fratelli”, sempre pronto – pronti – ad agire. D’altronde è Mazzini stesso a ordinare “di colpire l’avversario con ogni arma, inclusi il coltello, il bastone, la roncola, la scure”. Azioni talora improvvide o clamorosamente pasticciate, come quella del 6 febbraio 1853 a Milano (Cletto Arrighi, La Scapigliatura e il 6 febbraio, ricordate?). In scena perlopiù uomini, e spesso il coltello del titolo, in pugno a Gabariol e ai suoi sodali. Non l’arma elegante, da tigre della Malesia, da romanzo d’avventura, che la copertina esibisce, ma «un lunghissimo chiodo dotato di manico». Pugnale prosaico, proletario.

Alla indisciplinata, affascinante famiglia del romanzo d’avventura appartiene comunque questo di Evangelisti, e Gabariol, creatura di carta, alla gloriosa stirpe letteraria dei giustizieri. Ma l’indomito protagonista per cui la rivoluzione è innanzitutto «un’immensa, solenne vendetta» si confronta con la complessità del reale che dicevo sopra, e che l’autore disegna in un articolato sistema di spinte e controspinte. Così Gabariol incrocia quelli per cui “rivoluzione” è farsi andar bene pure un Savoia, basta portare a casa l’Italia unita. O quelli per cui conta solo liberarsi dei padroni, tutti, compresi i padroni mazziniani. O ancora quelli arcistufi di Mazzini, e perfino quelli che, aprendo il finale al futuro, pronosticano bombe e anarchia.

Insomma romanzo d’avventura ma anche romanzo storico in senso, diciamo così, letterale. Cioè un testo che pone al servizio della Storia gli strumenti della letteratura (può accadere anche il contrario, ed è faccenda non meno interessante). La vita di Gabariol è infatti intrecciata a quella di personaggi realmente esistiti, da Carlo Pisacane a Felice Orsini, e anche minori, anche minimi. Così la compagna Marietta, nata Vandoni, patriota milanese e, nel romanzo, voce di buonsenso tra tanti spaccamondo. Biografie ricostruite con acribia consultando documenti d’archivio e vecchie pubblicazioni, elencate nella nota finale. Se c’è un limite è, forse, nell’affollamento. Ma nel limite sta anche il valore dell’operazione culturale condotta da Evangelisti: prendere di petto il Risorgimento, dare una vigorosa spazzata alla polvere che lo ricopre e poi smantellare pezzo per pezzo la monumentalizzazione/riscrittura/normalizzazione che seguì agli eventi. Ridare, agli eventi, carne e sangue. Portando fatalmente alla ribalta i tanti dimenticati, rimossi, sconfitti. E certificando oltre ogni ragionevole dubbio che no, la rivoluzione non è un pranzo di gala.

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