Di tempo, arte e fallimento.

Sono molto affezionata a questo testo scritto per il Rebora Festival nell’ottobre 2021. Il portale Cultweek ha deciso di pubblicarlo per salutare il nuovo anno, e volentieri lo riprendo qui.

Nei miei due ultimi romanzi c’è un personaggio – minore in realtà – che è musicista. Un appassionato autodidatta. Si chiama Primo. Vorrei leggervi un passo che lo riguarda. Siamo a casa sua e lui ha appena finito un esercizio di solfeggio. Il suo amico Antonio, che ha assistito, gli chiede spiegazioni.

Primo fa un gran sorriso, riapre lo spartito e attacca a spiegare. Questo è il pentagramma, contano i righi ma anche gli spazi. Questa è la chiave di violino, dove termina il ricciolo c’è il Sol, tutto il resto va di conseguenza. Questo è un Do, questo un Mi. Tira fuori dalla pila un altro spartito. Questa ciambellina si chiama “semibreve”, la “semiminima” è la cacchetta di mosca con il trattino. Il trattino si chiama “plica”. Se la plica ha una coda si chiama “croma”, due code “semicroma”, poi c’è la “biscroma” e la “semibiscroma”. E intanto che spiega, canta, batte il dito sul tavolo, si ferma, conta, ricomincia.

«E hai imparato tutto da solo?»

Primo fa un gesto come dire “sì, ma che importa”, e riparte. La minima dura metà della semibreve e il doppio della semiminima. Questa è una “legatura”, bisogna sommare la durata delle note. Questa è una “pausa”. Sembra che non succeda nulla ma anche il nulla succede, ha un inizio, una fine. E poi tre/quarti, quattro/quarti, adagio, andante, mosso, largo. Uno stupefacente spiegamento di forze con un solo obiettivo.

Antonio è tutt’occhi.

«Controllare il tempo» dice Primo e prosegue: «La vita non la puoi controllare. Invece tutto quello che è scritto sullo spartito, tutto quello che deve succedere, succede. Non è una meraviglia? Non è… consolante?»

Antonio incomincia a capire. Non la musica, l’ossessione. «E non finisce qui. Puoi ripetere cento volte, e cento volte sarà diverso. Se piove, il clarinetto risponde in un modo. Se fa bello, il suono è un altro. Tutto quello che deve essere, sarà, ma non nello stesso modo.»

Quando il maestro Andrea Oddone mi ha chiesto di partecipare – come scrittrice – alle tre serate musicali del Rebora Festival ho pensato che mi sarebbe piaciuto partire di qui, da questo rapporto stretto, costitutivo che la musica intrattiene con la più inafferrabile, la più scivolosa delle dimensioni: il tempo.

Dimensione su cui mi interrogo da quando scrivo. E più il tempo passa, e più mi convinco che la forma lineare con cui noi tendiamo a raccontare, e raccontarci, il tempo, sia in realtà una comoda semplificazione. Che la frase “il tempo passa” sia tanto indiscutibile quanto imprecisa, parziale.

Non mi riferisco tanto alle scoperte della Fisica contemporanea, di cui poco so, e poi quella è materia per gli scrittori di fantascienza, mi riferisco proprio alla nostra percezione del tempo. A come noi umani percepiamo il tempo che ci è dato. Prendete l’invecchiamento. Non è, di fatto, un’esperienza di continuo stupore? Forse, se davvero gli umani avessero una percezione lineare del tempo, non si stupirebbero così tanto guardandosi allo specchio, trovandosi stempiati, incanutiti. La pelle che si assottiglia, le articolazioni doloranti, gli occhi che hanno bisogno di protesi…

Invece, di fronte a questi fatti, la nostra primissima reazione è lo stupore. Poi la nostra parte razionale interviene (“massì, è normale” ci diciamo) ma intanto un brivido di meraviglia l’abbiamo sentito.

La sensazione di invecchiare senza aver mai veramente smesso di essere giovani.

La sensazione che il tempo, appunto, non corra su una linea come su un binario.

E se davvero avessimo una percezione lineare del tempo, perché una madre continuerebbe a vedere nel figlio, diventato indiscutibilmente uomo, il bambino che ha messo al mondo?

Perché un uomo innamorato continua a vedere, sotto le rughe della donna che ha accanto, la ragazza che ha conosciuto trent’anni prima? E succede anche con rapporti meno stretti. Il compagno di scuola che non vediamo da un po’ e che, caspita! Si sta trasformando, lì, sotto i nostri occhi, in suo padre e noi lo vediamo com’è, e nello stesso tempo lo vediamo come quando stava nel primo banco a destra. Per noi, sta diventando suo padre senza aver smesso di essere quel ragazzo. Altro che Metamorfosi di Ovidio!

Certo, non c’è solo la meraviglia, la sorpresa dell’invecchiare. Superato lo stupore di fronte alle rughe gravitazionali – così si chiamano queste ai lati della bocca, definizione che mi piace perché mi fa sentire connessa all’intero universo – dicevo, superata la sorpresa, azionata la mente razionale che mi dice “tranquilla, è tutto normale”, resta ancora una sensazione di disagio. Meglio: di allerta.  Tic-tac, tic-tac, tic-tac. Attenta! Attento! Il tuo tempo sta per scadere.

E qui torno alla musica. Forse nel gran guazzabuglio che è l’evoluzione – il prodigioso meccanismo per cui, generazione dopo generazione, i viventi imparano a stare al mondo – forse nella marcia inarrestabile dell’evoluzione, insieme alla ruota e all’alfabeto, la musica l’abbiamo inventata, amata, coltivata, e ancora l’amiamo e coltiviamo, proprio perché ci aiuta a relazionarci con questo oggetto complicato, pericoloso, anche un po’ spaventoso, che è il tempo, e il passare del tempo.

Di questo rapporto tra musica e tempo, mi interessa soprattutto l’aspetto, diciamo così, agonistico. Il fatto che la musica combatta costantemente col tempo, per regolarlo, imbrigliarlo, in ultima analisi controllarlo.

E mi viene in mente allora che anche la letteratura, l’arte in generale, lanciano sempre la loro bella sfida al tempo nel momento in cui tentano di inchiodare la vita sulla carta, in cui provano a imbrigliarla e perpetuarla, la vita, oltre i limiti temporali che, appunto, ci sono dati. Come l’entomologo fa con la farfalla. Meglio, dell’entomologo. Che la farfalla è bella, ma morta. Mentre la musica, l’arte, la letteratura, sono vita che accade. Vita viva. Cosa dice Primo delle esecuzioni musicali? “Ciò che deve essere, sarà, ma mai nello stesso modo”. Vita viva.

Per la nostra specie, un bel successo evolutivo. L’arte, la letteratura, la musica, dico. Un bel miracolo. Battere il tempo. Questa è la sensazione di fronte a un’opera d’arte che ancora ci parla dopo secoli, a una sinfonia di Beethoven, per esempio: successo evolutivo.

Eppure io ho l’impressione che gli artisti, anche quelli di maggior successo, abbiano più dimestichezza col fallimento.

Il mio campo è la scrittura, e quindi fatalmente mi ritrovo tra le mani biografie di scrittori di successo – non ci sono biografie di scrittori falliti – e questa relazione con il fallimento è abbastanza costante.

Intanto perché il successo in sé ha un nucleo fragile, effimero. A volte si presenta in forma di denari e riconoscimenti, a volte arriva postumo, e sempre in modo oscillante (ma Mozart non è meno artista perché è morto in povertà).

La scrittrice Elena Ferrante, che sul successo potrebbe tenere corsi, ha recentemente confessato di sentirsi sempre inadeguata, ricevendo un premio, perché i premi certificano ciò che hai fatto, non ciò che farai e, scrive: “il più incerto dei doni è il talento”.

Ma la mia impressione è che il fallimento in sé sia un elemento inscindibile dal processo artistico.

In Pastorale Americana, romanzo straordinario, lo scrittore statunitense Philip Roth, la spiega così:

Scrivere ti trasforma in una persona che sbaglia sempre. La perversione che ti spinge a continuare è l’illusione che un bel giorno, forse, non sbaglierai.

Scrivere è fallire, dice Roth. Continuamente e senza speranza. È proprio una cosa che ha a che fare con il mestiere. Immagini trama, personaggi, scene, cerchi l’aggettivo giusto, lavori sui tempi verbali e la punteggiatura, con tutti i tuoi mezzi – giganteschi, nel caso di Roth, modesti per la maggior parte di noi – tenti di dare voce al fantasma che hai dentro e mai, mai il tuo testo, per quanto lavorato, restituisce ciò che avevi in mente. La scrittura, anche quella di successo, è quotidiana messa in atto del fallimento.

Pastorale americana è un romanzo recente, del 1997, fine secolo scorso. Avviandomi alla conclusione, vi chiedo invece di fare un passo indietro, al 1812. Siamo a Teplitz, novanta chilometri da Praga, la più antica stazione termale della Repubblica Ceca. Ludwig Van Beethoven, autore di successo, ma con disturbi di salute piuttosto seri, si trova lì per passare le acque (come faranno anni dopo Chopin e Wagner). Riceve una lettera da una bambina di dieci anni, Emilie, una giovanissima pianista, che aveva scritto al famoso compositore accludendo anche un portafogli ricamato con le sue mani. Beethoven le risponde così:

Mia cara, buona Emilie, mia cara Amica! […] Non spogliare Händel, Haydn e Mozart della loro corona d’alloro. A loro spetta, a me non ancora. Il tuo portafogli sarà custodito assieme agli altri segni della stima che parecchie persone mi hanno dimostrato, ma che sono ancora ben lontano dal meritare.

E fin qui, l’ennesimo esempio della la proverbiale umiltà del grande artista. Ma il bello viene adesso. E ricordate che Beethoven sta scrivendo a una bambina, lo fa a cuore aperto, e con la sincerità e la semplicità che sempre ci animano quando dobbiamo spiegare qualcosa a un bambino.

Il vero artista non conosce superbia. Purtroppo egli vede che l’arte non ha limiti; avverte oscuramente quanto lontano egli sia dalla meta e, mentre viene forse ammirato dagli altri, si rattrista di non essere ancora giunto là dove il suo genio migliore gli illumina il cammino soltanto come un sole lontano.

Soltanto come un sole lontano. Era il 1812, dicevo. Beethoven aveva già composto la sonata a Kreutzer, il Fidelio, e quartetti, e quintetti e sinfonie, e l’Eroica, e la Pastorale e stava lavorando sulla Settima. La gigantesca Settima.

Eppure aveva addosso la sensazione del fallimento.

Anni dopo, ormai quasi del tutto sordo, ai Quaderni di conversazione affiderà questo pensiero:

Si dice che la vita è breve e l’arte è lunga. Ma lunga è la vita e breve l’arte: se il suo soffio ci eleva fino agli dei, non è che per un solo istante.

Quotidiana messa in atto del fallimento, appunto.

Il fatto è che la letteratura, la musica, l’arte combattono per noi una battaglia impossibile. Per questo falliscono. Nel tentativo di imbrigliare il tempo, di inchiodare la vita sulla carta, anche la carta da musica, gli artisti ingaggiano l’infinita schermaglia degli umani con la Morte, quel tic-tac che dicevamo. La sfidano, la morte. La guardano negli occhi. Così da Omero a Virginia Woolf, da Mozart a Beethoven, da Vivaldi a Britten, da Leopardi a Stephen King, da Caravaggio a Marina Abramovic. E in questa donchisciottesca impresa – grazie, Cervantes, senza di te non avremmo la parola giusta – in questa grandiosa sfida alla morte, in questa consolante illusione, sta il loro straordinario valore di civiltà.

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