Una parola per il 2022

Il quotidiano “Il secolo XIX” mi ha chiesto di riflettere su una parola che ci accompagnerà nel 2022. Ho scelto “noi”.

(Di seguito il testo, uscito il 31 dicembre 2022 all’interno di uno speciale dal titolo “L’anno della speranza”. L’illustrazione è di Daniela Pareschi).

Il 6 giugno 2021, su queste colonne pronosticavo un’estate tutta noi contro loro. Noi i grandi, con le mascherine calzate, l’Amuchina nella borsa e la fissa del distanziamento. Loro gli adolescenti, spensierati e promiscui. Il caldo era alle porte, la Liguria diventava finalmente zona bianca e io raccontavo l’incanto di un gruppo di adolescenti in gita sul Regionale Genova-Chiavari, e il mio disagio. Ma chiudevo ottimista. Adesso c’è il vaccino, scrivevo, il vaccino ci unirà. Si può essere più ingenui?

Noi è un pronome che si usa per indicare un gruppo di persone, tra cui chi parla o scrive. È un monosillabo accogliente. Viene dal latino nōs, ma i Romani l’hanno ereditato da una lingua più antica. Migliaia di anni fa si diceva noi (o qualcosa di simile) in un’area che va dall’India, alla Russia, all’Europa passando per il Medio Oriente. Noi è quindi una specie di Patrimonio Unesco, come la parola mamma. Migliaia di anni che gli umani lo usano con profitto. Migliaia di anni che (noi) ci abbracciamo, (noi) ci baciamo, (noi) ci sposiamo. Marzo 2020, piena pandemia, (noi) cantiamo sui balconi, per dire.

Quello che il dizionario non specifica è quando, da parola di pace, noi ha cominciato a significare anche qualcosa di ostile. Se c’è stato un momento preciso in cui il noi (positivo) ha per la prima volta implicato un loro (negativo): noi i buoni, e loro i cattivi. Da subito? Dalla prima volta che due gruppi di umani si sono fatti la guerra? Quello che so per certo è che, nell’estate in cui io stolidamente temevo il conflitto generazionale, la guerra è scoppiata tra noi vaccinati e loro no vax. O, se preferite, tra noi no vax e loro vaccinati. Cambia l’ordine, ma sempre guerra è. E non solo grammaticale.

Guerra in famiglia, innanzitutto, e quella non fa prigionieri. Padre e madre non si accordano sul vaccino per il figlio minorenne. Lo scontro è così acceso che deve intervenire un giudice. Ancora: figli (o genitori) che si vaccinano di nascosto. Sembra commedia all’italiana, invece è successo davvero. Ancora: nipoti alla larga dai nonni. Che tristezza. Ancora: parenti che negoziano su un tampone per accedere al pranzo di Natale. Per tutti, musi lunghi, recriminazioni, ferite aperte.

Poi guerra tra amici. Continui a volerti bene, ma smetti di vederti. Succede poco alla volta, sull’onda dell’emergenza, poi della pigrizia. Si sta così bene in casa, non l’avevi mai notato. Compri un divano nuovo. Netflix non basta più, adesso hai anche Prime e stai seriamente pensando a DisneyPlus. Compri gadget elettronici. Si sta così bene noi soli. Quella che resta, con loro, è amicizia telefonica. Telefonica e reticente. Parliamo di tutto ma non di quello. Ma come si fa a non parlare di quello? Elephant in the room, dicono gli inglesi. Chiudi la telefonata e ti domandi quanto può durare questo volersi bene a distanza. Rimandi il momento di una nuova telefonata. Opti per un vocale su whatsapp, meno impegnativo. Poi ti fai coraggio e telefoni di nuovo. In fondo vi volete bene, no? Affronti l’elefante, ma scherzandoci su. Non è difficile, tanto poi ognuno sta a casa propria. Chiudi la telefonata e ti domandi per quanto tempo ancora vi vorrete bene in questo modo bugiardo.

Poi ci sono le guerre di confine, scaramucce di poco conto, scontri che non lasciano macerie ma rendono la vita amara. Tra condomini, tra colleghi. (Le guerre social non le conto perché i social sono sempre in guerra, e bisogna avere lo stomaco). 

Che fare, allora? Tra umani il conflitto è inevitabile (alcuni ritengono che anche la guerra lo sia, ma su questo ho i miei dubbi). Io, comunque, mi sento sotto scacco. Noi continuiamo a restare della nostra idea, e loro della loro. Insegno Storia, scrivo romanzi ambientati nel passato, mi vengono in mente i momenti in cui il nostro Paese si è spaccato. Cose lette sui libri, che adesso vivo ogni giorno. E l’istinto è scappare, darsela proprio a gambe. Perché io non ci voglio stare in questa situazione. Continuo pensare che il vaccino sia una mano santa, ma mi rifiuto di usare il noi come una clava. Il noi che è il monosillabo della democrazia. Mi aspetto un anno complicato, quindi. Il mio buon proposito è silenziare le sirene social, gli urlacci dei talk show e le chiacchiere da bar. E usare sempre con cautela la prima persona plurale. Pensandoci. Facendo un esercizio grammaticale lungo mesi, forse anni. Concentrandomi su quello che ci unisce, noi umani tutti, e dare il giusto peso al pochissimo che ci divide. Perché gli amici mi mancano e comincio ad averne abbastanza di Netflix e Prime. E perché la democrazia, o è accogliente, o non è.

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