Dantedì in DAD

Quando racconta di quelli che in vita loro non si sono schierati mai, non hanno preso una posizione che sia una, giusta o sbagliata non importa, mentre lui per tener la sua, di posizione, si è giocato carriera, soldi e famiglia; quando li piazza in un posto che si è inventato apposta e che non è neanche proprio Inferno-Inferno perché questi sciaurati che mai non fur vivi persino Lucifero li schifa. Quando rifiuta di chiamarli per nome, che neanche la piccola gloria dell’essere dannati gli concede, e anzi non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

Quando, dopo la tirata sull’amore in bocca a un’amabile figliola che mai ti aspetteresti nella bufera infernal, il maestro gli sussurra “che pense?” e d’un tratto si fa silenzio ed è un silenzio denso, carico di timore, perché non c’è peggior demonio di quello che ti porti dentro e nella domanda successiva potrebbe stare la tua condanna. Quando lui non si tira indietro e allora avanti Francesca, dice, raccontami com’è successo. E quando la sentenza arriva, galeotto fu il libro e chi lo scrisse, e per te, poeta, è un colpo in pieno petto.

Quando il vecchio minimizza: un’orazion picciola, quando dice: de’ remi facemmo ali al folle volo, e il battere degli accenti è il battere dei remi sul pelo dell’acqua, e la carezza delle elle è la stessa delle onde, la dolcezza delle e è quella del vento, e davanti non c’è più tramonto ma un’alba infinita e lui non è più vecchio, ma giovinezza, impeto, futuro.

Ecco, in quei momenti stanno attenti. Tutti, tutte. Anche quello col cappuccio sempre calzato, quello col ciuffo sugli occhi, quella con lo sguardo ostile, scazzato. Attentissimi. In classe, di sicuro. E secondo me anche in DAD.

(Sul ripiano alto della libreria lui veglia – magnanimo – su tutti noi poveri parolai e gazzettieri)

#Dantedì2021 #Dantedì #DAD #scuola

innocenza e crudeltà

C’è un passo, in Storia di Shuggie Bain di Douglas Stuart, che dice la stoffa dell’autore. Wullie, il saggio, buono, affascinante Wullie, torna dal fronte. È la seconda guerra mondiale e lui, scozzese di Glasgow, ha servito in Nordafrica. Si presenta inaspettato a casa dalla giovane moglie Lizzie e dalla figlioletta Agnes. Sono passati anni dall’arruolamento, la bambina è cresciuta e pronta a giocare con la bambola che lui le porta in dono. I due giovani sposi intanto si chiudono in camera, fanno l’amore, poi lui sente un lamento provenire da un angolo e si ferma. Nella stanza c’è un neonato. Che, intuiamo, Lizzie ha concepito con il droghiere. Un bambino figlio della miseria contro cui la donna ha dovuto combattere in assenza del marito. In casa intanto sciamano amici a parenti, tutti a festeggiare il ritorno del soldato. Non c’è spazio per le parole, le spiegazioni. E poi intuiamo che il buon Wullie, è uno che capisce. Che pensa di avere una parte di responsabilità. Di essere stato lontano dalla sua famiglia troppo a lungo. La mattina successiva, dopo aver dato la colazione alla figlia divertendola con mille scherzetti, adagia il neonato nella carrozzina, gli rimbocca teneramente la coperta, esce e torna verso sera. Solo. Ore dopo, tr le lenzuola, Lizzie trova il coraggio di chiedergli del bambino. “Quale bambino?” risponde Wullie.

Storia di Shuggie Bain di Douglas Stuart è questo. Innocenza e crudeltà. Ferocia e sentimento, inestricabili.

C’è da dire che Wullie e Lizzie sono due personaggi secondari e il tempo del racconto non è il Dopoguerra. La vicenda ruota invece intorno alla figura di Agnes – vitale, brillante, alcolizzata – e del figlio Shuggie. Bambino, poi ragazzino poi ragazzo alle prese con una madre amatissima e disperatamente inaffidabile. Con i fratelli che uno dopo l’altro, per salvarsi dall’abisso autodistruttivo di lei, se ne vanno. Con l’allegria quando lei si mette in ghingheri e il vomito da pulire al ritorno da scuola. Con figure paterne senza sostanza. Con la fame perché il sussidio è finito tutto in birra e vodka. Con la cattiveria degli altri bambini che lo vedono diverso e lo marchiano a fuoco. Frocetto. Il tutto nella Scozia degli anni Ottanta, nei visceri di una working class che non è più working per via della crisi e dei tagli della Thatcher, e che per orizzonte ha il buio polveroso delle miniere di carbone dismesse.

La luce è tutta nello sguardo della voce narrante. Illumina un’umanità derelitta, ma non doma. A quindici anni Agnes sostituisce i denti storti con una dentiera capace di regalarle il sorriso di Elisabeth Taylor. Sfida la fame e la vergogna armata di tacchi a spillo e cappotto di mohair. Cura la messa in piega e si concede per un paio di lattine di birra scura. La luce è nella devozione incrollabile di Shuggie, nel suo faticoso, doloroso, solitario crescere tenendola per mano. Sua la storia – titolo italiano perfetto – perché suo è lo sguardo amorevole. E anche nostro, alla fine di questa bella, intensa lettura.

#Mondadorilibri #ShuggieBain #DouglasStuart #libribelli

aspettando Di luce propria/1

Non sono preoccupata. Noi siamo chiusi in casa ma i libri girano. I librai girano, angeli custodi, consiglieri spirituali. Altro che un algoritmo, perché i libri li leggono e ti conoscono davvero, sanno cosa fa al caso tuo.

Non sono preoccupata perché le piattaforme on line consegnano anche nei posti più sperduti. Una mano santa per chi un libraio di fiducia non ce l’ha.

Non sono preoccupata perché le persone leggono più di prima. Lo dice l’AIE, mica io. Hanno ricominciato a leggere. Hanno capito. Di tutti i cambiamenti di questo tempo feroce, non il peggiore.

Quindi non sono preoccupata. Ma tesa sì. Nervosa. Intrattabile, anche. Di più, spaventata.

Mi capita ogni volta. Non è colpa della zona rossa, della pandemia. È la stessa sensazione provata da bambina, a bordo vasca, la prima volta che l’istruttore ha detto: “oggi tuffi”. Lui si chiamava Osvaldo, era terribile ma ho ubbidito. Una volta, due, tre. Al quarto tuffo, la paura era passata. Con i libri non mi passa: il settimo è come il primo. Sarà che ci metto una vita a scriverli. Tre anni, a questo giro. Sarà perché ci metto dentro tanta vita. La mia.

Insomma, si intitola “Di luce propria”, esce per Mondadori il 30 marzo e lo potete preordinare sulle principali piattaforme on line. Potete anche prenotarlo al vostro libraio di fiducia, alla vostra libraia del cuore. Se tutto andrà bene, terrà aperto. Se invece fosse necessario chiudere, e speriamo di no, igienizzerà per bene la vostra copia, aggiungerà i suoi saluti e gli auguri di Pasqua su un cartoncino colorato, la chiuderà in un bel pacchetto e ve la porterà a casa. Sorridendo.

(La magnifica piscina nell’immagine è stata progettata da Carlo Cocchia nel 1940 e fotografata da Mario Ferrara. Altre immagini le trovate qui)

La copertina no, non la metto ancora. La copertina la prossima volta, così magari ve la racconto un po’. Vi faccio, ci facciamo compagnia, se vi va.