Il docente “esperto” e una modesta proposta

Il quotidiano Il secolo XIX del 6 agosto ha pubblicato questa mia riflessione sulla figura del “docente esperto” introdotta dal Decreto Aiuti Bis. Di seguito il testo:

Contestualizziamo. Dati del Ministero alla mano, a ottobre 2021 i docenti erano 856.427. Se non capisco male, con le novità introdotte dal decreto 8.000 di loro potranno raggiungere la qualifica di docente “esperto”. Lo riscrivo: 8.000. Su 856.427. Uno su cento. Altri numeri, sempre ottobre 2021. Le scuole statali risultavano 8.029. Fa (meno di) un docente “esperto” per scuola. Se va bene, sennò finisce come il pollo di Trilussa, a chi troppo e a chi niente.  E se i numeri sono questi, forse l’articolo posso anche chiuderlo qui. Di cosa sto parlando? Tutta questa faccenda non ha tutta l’aria di un’improvvida amenità agostana?

Provo comunque a entrare nel merito. Cerco informazioni e scopro che il docente (inesperto?) diventerebbe “esperto” dopo tre corsi di formazione conclusi positivamente, ciascuno di durata triennale. Nove anni in tutto. Di che formazione si tratti non è, al momento, dato sapere. Rimango quindi al fatto che, secondo il Ministero, cioè il datore di lavoro, un percorso di formazione potrà garantire un aumento di stipendio. Non suona un po’ strano? Ma forse il problema è la parola “esperto”. Incauta. Perfetta per far venire un travaso di bile a me e agli altri 856.426 inesperti. Secondo il dizionario infatti esperto è “chi ha esperienza”, cioè, terra terra, chi sta in classe da qualche anno. E se l’aggiornamento è un pezzo importante del fare scuola – e infatti sono tenuta ad aggiornarmi – è anche vero che confondere quello che imparo ai corsi con quello che effettivamente succede tra i banchi è di un’ingenuità grossolana. Se non peggio. Fumo negli occhi a nascondere il vulnus. E cioè che ai docenti italiani – gli 856.427 inesperti a cui affidiamo figli e futuro – bisognerebbe assicurare ciò che spetta ai colleghi europei in termini di riconoscimento sociale e trattamento retributivo. Tanto più dopo la grande risposta della scuola alla pandemia.

Ad ogni modo capisco la questione è ancora un po’ per aria e che per i dettagli bisognerà aspettare l’autunno. “Dio sta nei dettagli” diceva Flaubert. “Anche il Diavolo” rispondeva Wittgenstein. Io intanto mi porto avanti con una modesta proposta. Valutare la qualità dell’insegnamento è difficile, però qualcosa di misurabile c’è, ossia la parte di lavoro non pagata – o pagata una miseria – che serve a far funzionare la macchina. Un coordinatore di classe mette in tasca, se va bene, duecento euro all’anno. Lordi, in busta l’estate successiva. Un referente di indirizzo poco di più. E anche le gite, adesso che, se tutto va bene, ricominceranno. Una gioia per tutti i ragazzi, una grande occasione per chi a casa ha poche possibilità. Una responsabilità gigantesca per i docenti, giorno e notte, per una cifra offensiva. Ecco, mi piacerebbe che i denari assegnati (fra nove anni) a docenti “esperti” andassero (subito) a chi fa funzionare la scuola. Chi si occupa dei Piani Didattici Personalizzati. Chi organizza le sostituzioni. Chi accompagna i ragazzi a vedere la Mole Antonelliana, il Colosseo, il Quirinale. Troppo facile?

Evviva il tema! Chi sa scrivere, sa pensare

Sul quotidiano Il secolo XIX del 21 giugno 2022 è stata pubblicata questa mia riflessione sul ritorno degli scritti all’esame di Stato.

La regola non scritta del mestiere di cronista è che una buona notizia, cioè una notizia degna di stare sul giornale, è, di norma, una cattiva notizia. Questo articolo rappresenta una gioiosa eccezione perché ciò di cui si dà conto è cosa da festeggiare proprio, da brindare tutti insieme e, nel tempo cupo che viviamo, da aprirci tutti i tg: dopo due anni, due anni terribili, domani torna lo scritto di Italiano. Riprendiamo a celebrare il doveroso, emozionante rito di passaggio di una nuova generazione, i ragazzi e le ragazze del 2003 (più qualcuno che volentieri accogliamo nel gruppo). Staremo ad almeno un metro di distanza, e molti di noi porteranno ancora la mascherina, che è raccomandata. Ma l’importante è che ci saremo. E non parlo da prof, e neanche da scrittrice: parlo da cittadina, perché domani, con i suoi ragazzi, è il Paese intero che riparte.

Esagero? Provo a spiegarmi. Due cose, secondo me, sono mancate negli esami al tempo del Covid. Mancate ai ragazzi, intendo, e di conseguenza alla collettività. La prima è proprio misurarsi con il tema. Si sono allenati per anni, cinque di elementari, tre di medie e cinque di superiori, e persino in DAD. Stampatello maiuscolo, minuscolo, corsivo, pensierini, analisi grammaticale, logica, del periodo, riassunti, parafrasi e finalmente il tema. Li abbiamo allenati, per anni, con un unico scopo: padroneggiare la lingua scritta. Grande successo evolutivo della nostra specie, visto animali parlanti esistono, ma a scrivere siamo solo noi. E cosa di non poca utilità, e questo lo scrivo per chi glorifica il binomio scuola/lavoro: il mondo, là fuori, è pieno di relazioni da scrivere, memorandum, offerte commerciali, mail di sollecito, richieste di chiarimento, e quindi è meglio essere pronti a maneggiare connettivi, consecutio e punteggiatura. Aggiungo anche sommessamente, per chi al binomio scuola/lavoro antepone quello scuola/cittadinanza, che non avremmo Storia senza scrittura e, soprattutto, che chi sa scrivere sa pensare. Meglio: chi sa scrivere dimostra di saper pensare. Il tema, prova principe, e pur soggetta alla fallibilità di chi valuta, il tema questo esattamente certifica: se sai pensare.

La seconda cosa che è mancata ai ragazzi nelle due maturità dell’era Covid, e quindi alla società che li accoglie come cittadini, è qualcosa di più generale, quasi filosofico, ossia l’Incertezza. Gli sconosciuti che, da qualche parte, a Roma, al Ministero, formulano le sette tracce per i maturandi del Paese. Non più il tema che ti assegna il tuo insegnante, ma la stessa prova uguale per tutti, chi fa il Classico e chi chiude il percorso in un Professionale. Tutti, proprio tutti i maturandi dell’estate 2022.  Ed è anche per questa via, ripristinando cioè l’Incertezza, che l’Esame di Stato torna ad essere ciò che deve: non solo, e non tanto, il momento in cui si certificano competenze acquisite nei precedenti tredici anni di scuola (per quello bastano i prof). Ma uno di quei luminosi momenti in cui capisci come gira il mondo, e come le cose siano figlie del caso. Come, per dirla con Machiavelli, “la fortuna sia arbitra di metà delle azioni nostre”, e che sta a te “governare l’altra metà”, ossia trovare una strada – la tua – e cavarti dagli impicci (notevolissima, a mio avviso, competenza di “cittadinanza”). Ecco, il tema di domani, sei ore di tempo per mettere nero su bianco il tuo punto di vista riguardo all’argomento che il destino ti ha assegnato, è (anche) questa cosa qui.

ciao ciao DAD

Questo mio contributo è stato pubblicato sul quotidiano Il secolo XIX del 31 marzo 2022.

Quindi da domani niente più DAD. Fine dei collegamenti da remoto, delle icone al posto degli sguardi, dei giga che finiscono, delle linee che in questo sciagurato Paese non reggono, delle videocamere che collassano a Manzoni ma si rianimano per un reel su Instagram. Ciao ciao, Didattica A Distanza, sei stata utile, ci hai salvato e non ci mancherai. E comunque ci rimane tua sorella DDI, Didattica Digitale Integrata, e mannaggia agli acronimi scolastici (ah! La tentazione di scrivere un articolo mettendoceli dentro tutti, POF PTOF PON PEI PAI PIA PDP, oscuro lessico per iniziati, neolingua orwelliana, monumento alla burocrazia).

Ad ogni modo, Didattica Digitale Integrata vuol dire che il positivo, se sta bene, può collegarsi e seguire la lezione da casa. Sotto il profilo appunto didattico, cioè dell’imparare qualcosa, un pannicello caldo. Anche perché, pur con tutta la buona volontà, davanti a una squadra di adolescenti in carne, ossa e ormoni, il malcapitato positivo te lo ricordi giusto all’inizio dell’ora (“Ci sei? Mi senti? Guarda che se non rispondi ti metto assente”). E forse (forse) alla fine (“Ci sei ancora? Mi senti? Guarda che se non rispondi eccetera eccetera”).

Le mascherine, dicevo. Nuovo decreto, regola nuova. La chirurgica va bene, la FFP2 i ragazzi devono metterla solo se in classe ci sono almeno quattro positivi. Non uno, non due, non tre. Quattro. Almeno. Cioè un focolaio, un cluster, un disastro. In quel caso, dice il decreto, la FFP2 va indossata “fino al decimo giorno successivo alla data dell’ultimo contatto stretto”. Cioè l’ultimo giorno di presenza in classe del malcapitato rivelatosi poi positivo. Scadenza che varierà quindi al variare dei malcapitati, incrociandosi col sacrosanto diritto alla privacy dei suddetti, e a quel punto, nella confusione più completa (“ma la II F ce l’ha ancora la FFP2? E la IV D?”), la chat dei prof darà di nuovo il peggio di sé. E io ricomincerò a fantasticare di un anno sabbatico. Che era poi il mio pensiero fisso qualche settimana fa, quando (vigeva altro decreto) la miscela esplosiva di FFP2-DDI-DAD- n° di contagiati per classe somigliava a un gioco pirotecnico di distinguo e possibilità.  

Quella di eliminarla dal 1 maggio, la mascherina in classe, è invece, per ora, solo un’ipotesi del Ministro. Immagino buttata lì per vedere l’effetto che fa. Vedremo, allora. Certo non sarà facile, se i contagi restano alti, rimangiarsi mesi di pistolotti (“tira su quella mascherina, sii responsabile, pensa ai nonni, pensa ai fragili”). Mesi di educazione civica applicata. Mi attaccherò alla storia dei vaccini, penso. “Adesso siamo tutti più sicuri, bla bla bla…”. Però non sarà una passeggiata spiegare ai giovani che possono levarsi la mascherina anche se i positivi sono più numerosi che a settembre 2021, quando li abbiamo obbligati a mettersela. Spiegarla, intendo, senza perdere un po’ la faccia.

Intanto vado in classe con la mia bella FFP2 calzata. Entro, dico “buongiorno” e subito dopo “aprite le finestre”. Fa ancora freddo? Pazienza, mettete le giacche, tirate su i cappucci. Mi proteggo, ci proteggo. Fino alla fine delle lezioni. Che sarebbe il momento giusto toglierle davvero, le mascherine. Una decisione seria, da Paese serio, facile da prendere. E senza perdere la faccia.