incipit per Andrea

IL PRIMO, ITALIANO:

Per la fame. Siamo venuti giù per la fame. E perchè se no? Se non era per la fame restavamo là. Quello era il paese nostro. Perchè dovevamo venire qui? Lì eravamo sempre stati e lì stavano tutti i nostri parenti. Conoscevamo ogni ruga del posto e ogni pensiero dei vicini. Ogni pianta. Ogni canale. Chi ce lo faceva fare a venire fino qua?

Antonio Pennacchi, Canale Mussolini

IL SECONDO, MAGICO:

Negli ultimi anni, parlando dall’alto della propria autorità, durante un’intervista o una riunione di anziani cultori di storie e fumetti, Sam Clay amava affermare, a proposito della più famosa creazione sua e di Joe Kavalier, che un tempo, quando era ragazzo, isolato, legato mani e piedi in quel contenitore a tenuta d’aria noto come Brooklyn, New York, aveva avuto sogni ricorrenti su Harry Houdini. «Per me, Clark Kent in una cabina del telefono e Houdini in una cassa da imballaggio erano un’unica, identica cosa», discettava al WonderCon, all’Angouleme, o parlando col direttore di The Comics Journal.

Michael Chabon, Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay

Il TERZO, MAGNIFICO COME TUTTO IL LIBRO:

Lo Svedese. Negli anni della guerra, quando ero ancora alle elementari, questo era un nome magico nel nostro quartiere di Newark, anche per gli adulti della generazione successiva a quella del vecchio ghetto cittadino di Prince Street che non erano ancora così perfettamente americanizzati da restare a bocca aperta davanti alla bravura di un atleta del liceo.

Philip Roth. Pastorale Americana

(Grazie Andrea).

era inevitabile: l’odore delle mandorle amare

Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati. Il dottor Juvenal Urbino lo sentì non appena entrato nella casa ancora in penombra, dove si era recato d’urgenza a occuparsi di un caso che che per lui aveva smesso di essere urgente già da molti anni.  Il rifugiato antillano Jeremiah de Saint-Amour, invalido di guerra, fotografo di bambini e suo avversario di scacchi più compassionevole, si era messo in salvo dai tormenti della memoria con un suffimigio di cianuro d’oro.

Gabriel Garcia Marquez, L’amore ai tempi del colera

(come si potrà capire, ho un problema di incipit)

per prima cosa vi posso dire

Per prima cosa vi posso dire che abitavamo al sesto piano senza ascensore e che per Madame Rosa, con tutti quei chili che si portava addosso e con due gambe sole, questa era una vera e propria ragione di vita quotidiana, con tutte le preoccupazioni e gli affanni. Ce lo ricordava ogni volta che non si lamentava di qualcos’altro, perchè era anche ebrea. Neanche la sua salute era un granché e vi posso dire fin d’ora che una donna come lei avrebbe meritato un ascensore.

Dovevo avere tre anni quando ho visto Madame Rosa per la prima volta . Prima non si ha memoria e si vive nell’ignoranza. La mia ignoranza è finita verso i tre o i quattro anni e certe volte ne sento la mancanza.

Romain Gary, La vita davanti a sé, Neri Pozza

(grazie Roberta)

negli anni più vulnerabili della mia giovinezza

Un incipit che è anche un viatico, visto che oggi si ricomincia…

 

Negli anni più vulnerabili della mia giovinezza, mio padre mi diede un consiglio che non mi è mai più uscito di mente.

«Quando ti vien voglia di criticare qualcuno» mi disse «ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu».

Non disse altro, ma eravamo sempre stati insolitamente comunicativi nonostante il nostro riserbo, e capii che voleva dire molto più di questo. Perciò ho la tendenza a evitare ogni giudizio, una abitudine che oltre a rivelarmi molti caratteri strani mi ha anche reso vittima di non pochi scocciatori.

Francis Scott Fitzgerald, Il Grande Gatsby