Grazie, Richard Powers

Richard PowersIl primo giorno di primavera – questa strana primavera della pandemia – Cultweek ha pubblicato un mio breve contributo su Il sussurro del mondo di Richard Powers, premio Pulitzer 2019 per la Narrativa. Eccolo.

Ho scritto il romanzo che volevo leggere, ricordo di aver detto una volta, forse a proposito de La masnà. È un’affermazione presuntuosa: che ne so che un libro del genere non esista già? Magari l’ha già scritto qualcun altro, e meglio. Non li ho mica letti tutti. Sono passati un po’ di anni e ancora mi vergogno.

Eppure, dietro certe dichiarazioni avventate, c’è una sensazione molto netta, che ti prende quando ti viene l’idea per una nuova storia. Che nessun altro la possa scrivere. Perchè è la tua idea, la tua storia. Continua a leggere

Se il romanzo è Torino

La donna della domenica

Contributo pubblicato sulla rivista Turin, n° 2, Ottobre 2012

Scrivere di com’era Torino negli anni Settanta, a partire da La donna della Domenica. Lì per lì mi sembra un compitino facile facile, da chiudere in un pomeriggio, mi figuro dodicimila battute che sulla tastiera scivolano tranquille, sull’onda dell’entusiasmo che, a molti anni dalla prima lettura, per questo romanzo conservo intatto. Poi lo riprendo in mano, il romanzo. Sarà la quarta, la quinta volta. Omipovradona, penso a pagina venti, sentendomi la Dosio ma senza ironia. Perché bastano venti pagine per scoprire che un conto è leggerlo per piacere, per studiare una scena, provare a rifarla, rubare un dettaglio. Un altro conto è tirarci fuori l’immagine della città. Continua a leggere

Una modesta proposta per Natale

Ho scritto questa cosa natalizia per Cultweek. “La definizione stessa di ‘salute mentale’ è la capacità di partecipare alla civiltà dei consumi”. La frase non è mia, sta a pagina 32 del romanzo Le correzioni di Jonathan Franzen. Nei primi anni Duemila, mi conquistò anche perché, al centro della vicenda, c’è il feroce desiderio della protagonista Enid, desperate housewife del Midwest, di organizzare un ultimo Natale “all together”, con il marito gloriosamente avviato alla demenza senile e i tre figli più o meno accasati e sparsi in giro per il mondo, variamente irrisolti, arrabbiati, fragili, soli. Pronti a trovare scuse lievemente ignobili per non partecipare, e per questo preda di occasionali, devastanti sensi di colpa. Ma che bello! mi dicevo leggendo. Allora non siamo noi, il problema. Non è il fatto di essere italiani, cattolici, mediterranei, provinciali, familisti, bamboccioni e mammoni. Il problema è proprio il Natale. Non dico in assoluto, ma il Natale oggi, dicembre 2014, in un qualunque paese occidentale in cui la suddetta civiltà dei consumi si esprima al suo meglio. La carrettata di aspettative emotive che il 25 dicembre ci rovescia addosso. La serenità imposta per decreto pubblicitario. L’idea malsana per cui, la notte santa, i conflitti non esistono, le frustrazioni non esistono, i rospi vanno inghiottiti, le ferite guarite, le fragilità rinforzate, le famiglie riunite costi quel che costi. L’idea che la Felicità esiste e il pranzo di Natale tutti insieme è la strada. Melassa in cui i pubblicitari inzuppano il pane, e veleno per la nostra salute mentale. Ora, una modesta proposta io l’avrei. Non la fuga. Quella l’ho provata e non funziona: non smette di essere Natale, se mangi kebab a millequattrocento chilometri da casa. La modesta proposta è fare quel che faceva mio padre quando ero piccola. La mattina del 25 puntava la sveglia, si metteva in macchina, faceva quarantacinque minuti di Provinciale ghiacciata o innevata, parcheggiava nella piazza centrale di un paesone adagiato sulle colline e rinomato per i suoi dolciumi, varcava la soglia della pasticceria, faceva altri quarantacinque minuti di coda e comprava due chili di magnifiche paste. Con in mano quel’involto irragionevole per una famiglia di cinque persone, andava dal barbiere e si faceva tagliare i capelli. Rifaceva altri quarantacinque minuti di strada ghiacciata o innevata, e tornava a casa in tempo per il pranzo di Natale. Tutti gli anni. Di mestiere, mio padre era panettiere e pasticcere. Dodici ore al giorno, sei giorni la settimana, per quarant’anni. Non fu esattamente una scelta. E la mattina di Natale faceva tutta quella strada solo per comprare un vassoio di dolci impastati, modellati, decorati e cotti da mani che non fossero le sue. A sei anni, innamorata com’ero, la consideravo una manifestazione d’affetto. A sedici, una tenera stramberia. A quarantatre, un atto di resistenza nonviolenta nei confronti del destino. La medesima contestazione che mio padre ha messo in atto dal giorno in cui lo Stato gli ha riconosciuto una (modesta) pensione: rifiutarsi di impastare alcunché, fossero pure tre etti di farina per la pizza. Quanto al taglio di capelli, azzardo una spiegazione. Forse una volta c’era meno gente in pasticceria e mio padre si è trovato in strada, col suo enorme cabaret di paste, più presto del solito. Doveva essere una mattina non troppo fredda e ha deciso di far due passi. Il paese è piccolo, in meno di dieci minuti si fa da un capo all’altro. Svoltando in un vicolo, si è accorto di questo salone assurdamente aperto la mattina di Natale, neanche fossimo in un film di Sorrentino. «Perché no?», deve aver pensato. E’ entrato e si è accodato allo speculare atto di ribellione di un barbiere cocciuto che rifiuta la ricorrenza e tira su la serranda. Oggi mi piace pensare che questo bislacco Natale sia il modo laico che mio padre trovò per santificare la festa e infilarci dentro una dimensione spirituale difficile da avvertire dentro il troppo-pieno emotivo che cominciava a sommergerci. Quindi lo prendo come un viatico, e volentieri lo condivido con chi spera solo che il 25 passi in fretta: il giorno di Natale, fai qualcosa che ti faccia sentire libero. Se puoi, non farlo da solo: esci di casa, trovati anche tu il tuo barbiere. Poi, magari, leggi Franzen. Non risolve, ma aiuta.

Nicholls lo sgobbone

un_giornoUn giorno di David Nicholls racconta la storia d’amore tra due giovani inglesi, Emma e Dexter, smontandola in 23 capitoli perfetti. Ogni capitolo si svolge il 15 luglio di anni diversi e ha un’atmosfera particolare (gli anni Ottanta, i Novanta, i primi Duemila), un’ambientazione specifica (Soho, South Bank, Brixton, Edimburgo, la campagna inglese, un’isola greca, Parigi…) e una trama da racconto compiuto. Anche i personaggi risultano sempre un po’ nuovi, perchè Emma e Dexter crescono, cambiano, sbagliano, maturano, sbagliano di nuovo, svaccano, si riprendono, invecchiano. E lo stesso vale per la fioritura di comprimari upperclass e proletari (compagni d’università, starlette televisive, un comico mancato, un preside dalla moralità discutibile), agganciati alla vicenda e indagati con la stessa precisione che l’autore riserva ai protagonisti. Insomma, ad ogni capitolo Nicholls ricomincia, e lo fa per ventitre volte, per un totale di 487 pagine di puro godimento. Dal che deduco che, come scrittore, è uno sgobbone. Per chi legge, l’effetto è delizioso, come andare al luna park con un biglietto “tutto compreso”: ancora un giro, ancora un giro, ancora un giro…

In tanto lusso narrativo, ci sono scene che non si dimenticano perchè raccontano al meglio gli ardori, gli entusiasmi e le viltà di una generazione (la mia o giù di lì). A memoria: Emma la rivoluzionaria fuori tempo massimo che diventa l’amante del capo oppure compra la casa sbagliata con l’uomo sbagliato; Dexter ubriaco che cambia il pannolino alla figlioletta o fa visita alla madre in fin di vita comportandosi da stronzetto immaturo e viziato.

Confesso che, per le prime cinquanta pagine, ho pensato di aver tra le mani un romanzo di intrattenimento. Personaggi ben costruiti, ottima trama, buon ritmo. Onesto intrattenimento, nient’altro. Poi ho capito che questo di Nicholls è un romanzo di intrattenimento e, contemporanemanente, un grande romanzo. Miracolo che riesce, temo, solo agli inglesi. Per via di Dickens, I suppose.