il buono della vita

locandina Plana Respira con me ROMAGNOLOAlla fine dell’incontro nell’aula magna del Liceo Classico Plana di Alessandria, lei ha ingoiato la timidezza, mi ha consegnato un rotolo di cartoncino e ha detto: «la locandina ho preferito farla a mano». Poi ha abbassato lo sguardo e ha aggiunto, arrossendo: «mi piace disegnare». E io mi sono ricordata che il buono della vita comincia cosi, dalla passione. 

Respira con me secondo Alleyoop – Il sole 24 ore

Diventare adulti vuol dire, soprattutto, diventarsi genitori. Affrancarsi dalle figure materna e paterna, accettarne la separazione, e concedersi di essere altro che un figlio. Respira con me è una storia profonda e disperata in cui il protagonista affronta senza scampo questo strappo. Il rito di passaggio avviene su una montagna, tra cime benedette dalle aquile e boschi accecanti nel buio notturno. Qui un padre e un figlio accetteranno entrambi il dolore di aver perso la donna delle loro vite, ma al figlio sarà richiesto uno sforzo ulteriore: salvare il padre, accettando la responsabilità in modo adulto dopo mesi di inerzia e vuoto. La scrittura è ricca di dettagli e di azione, quasi non ci si accorge di quanta contemplazione contenga in realtà.

Così Letizia Giangualano il 23 dicembre 2019 su Alleyoop – Il Sole 24 ore. Qui l’articolo completo.

Sul perchè una storia di montagna (note a margine di Respira con me)

montagna Respira con me

Comoda la vita nei romanzi. Prendete Amedeo, il protagonista di “Respira con me”. Sedicenne, che significa problemi, e vita incasinatissima. Gli bastano un paio di giorni in montagna (e un paio di notti) per imparare un mondo di cose su di sé, sul padre, la madre, il fratello, sull’amore, il dolore e la paura. Quarantotto ore, pari a circa 133 pagine, pochissime. Un romanzo non è la vita, checché ne dicano i professori. Al massimo, è un corso accelerato di vita.
A imparare qualcosa in montagna io ad esempio ho impiegato anni. Scarpinate, insolazioni, acquazzoni, rifugi, guide, cadute, corse, temporali, serpenti, spaventi. E, a conti fatti, ho imparato cinque o sei cosette, non di più.
La fatica è un piacere.
In cima sei solo a metà.
Niente illusioni: la discesa può essere peggio della salita.
Una meta serve. Senza, non si va – letteralmente – da nessuna parte.
La meta non esiste, esiste solo il percorso.
Non sei ancora arrivato, e già pensi a ripartire.
Rileggo. Nella scrittura è uguale, penso.
A scuola – faccio l’insegnante – uguale.
A scuola – quando ero studente – uguale.
La montagna allora è Scuola, cioè un posto dove impari quello che serve a stare al mondo. E di colpo capisco perchè il mio sedicenne incasinatissimo l’ho spedito a conquistare Punta Liberté