torniamo tutti bambini

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Sono stata a Mantova al Festivaletteratura, come inviata di Cultweek. Ho twittato tanto, e poi ho scritto questo pezzo. Lo anche trovate qui mentre l’immagine sopra, il Paese dei Balocchi, è di Valeria Franco

Mantova mi piace perché per strada la gente parla di ermeneutica e Virginia Woolf, sta in coda non solo per il campione di incassi, ma anche per l’oscuro romanziere finlandese, oppure si riposa su una panchina ascoltando un raccontino di Tommaso Landolfi.

Stiamo – Autori Ospiti e Imbucati come me, ma anche editor, agenti letterari, addetti stampa e perfino giornalisti di Radio Tre – stiamo dentro una palla di vetro con neve e carillon, una sospensione della realtà al profumo di sbrisolona, consolante come una salamella, stiamo belli comodi nel migliore dei mondi possibili, dove l’unica cosa che conta è come si scrive un buon racconto, come ti è venuta l’idea, se stai già pensando al prossimo libro, se l’Arte ha medicato le tue ferite. Continua a leggere

coraggio

Tania Cagnotto

Vorrei scrivere un romanzo sul coraggio. Detto così non vuol dire niente, ma quando lo dico nella mia testa vedo un bosco: terriccio, sassi, rovi, fiori, tronchi, farfalle, grilli che si scansano. Mi piace, tanto, certi angoli sono pieni di ombra, profumano di muschio e foglie, ma è complicato.

Non vuole ancora dire niente, lo so. Il problema è che ogni volta che avverto l’urgenza di ricominciare a scrivere – e questo è uno di quei momenti – c’è questa specie di vertigine. Qualcosa di simile alla notte prima della partenza per un viaggio verso un luogo dove non sono mai stata. Ricontrollo la valigia: avrò scordato qualcosa? Le scarpe? Pioverà? E finchè non sono partita, ho questa sensazione di aver dimenticato qualcosa di importante, decisivo – avrò chiuso il gas? – qualcosa senza il quale il mio viaggio potrebbe diventare molto pericoloso. E’ paura, e non è bel modo di cominciare un romanzo sul coraggio, credo. Continua a leggere

writing always comes after

Per una volta non scrivo di libri, ma di una videoinstallazione che ho visto qualche giorno fa a Berlino, al KW . Botta di vita, sì. Si intitola “Now eat my script”, è dell’artista libanese Mounira Al Sohl, dura una ventina di minuti e potete vederla fino al 15 febbraio.

Comincia con la videocamera che riprende un’auto. Che è un’auto lo si capisce poco per volta, perché l’inquadratura è stretta al dettaglio e si muove lentamente, accarezzando il soggetto. Insomma, dopo qualche minuto capiamo che è un’auto ed è carica come per un trasloco. Ci sono cose da mangiare, valigie e, in generale, roba da poveracci, ma ha una sua bellezza, a guardarla così da vicino e senza fretta. No, non bellezza: pienezza, densità.

Lo script del video, cioè le parole che accompagnano le immagini – invece comincia così: The script of this video has not been written yet. Una di quelle contraddizioni che ti mettono di buon umore, perché senti gli ingranaggi del cervello mettersi in moto e, nel buio della piccola sala di proiezione, di colpo, ti svegli.

Lo script che deve ancora essere scritto racconta di un’automobile anch’essa carica di masserizie, parcheggiata sotto la casa dell’artista. La donna la vede dalla finestra mentre sta ragionando sullo script da scrivere. Dopo un bel po’ di fotogrammi lenti scopriamo che è una macchina di refugees, rifugiati, arrivati a parcheggiare sotto casa sua proprio come la sua famiglia (con un’auto simile? con gli stessi pensieri nel cuore?) è fuggita dal Libano e arrivata a Damasco nel 1989.

La storia della famiglia dell’artista scorre allora sulle immagini dei nuovi rifugiati, tra cavoli lucidi e tondi stipati nel bagagliaio, macchie di ruggine sulla carrozzeria, coperte, materassi sul tettuccio, sacchetti di nylon schiacciati uno sull’altro. Racconta le prime docce a Damasco, gli After Eight introvabili, i parenti che cercano di preservare il loro status di borghesi by not calling themselves refugees, passa poi ai suicidi in Beirut, e uno persino ripreso con l’Iphone (un suicidio nuovo che si mescola a quelli vecchi) e parla poi di altri che si sono trasferiti a Parigi, nel miglior albergo, una settimana, due, tre, finché non finiscono i soldi, parla di check-point, e parla anche dell’agnello fatto ingrassare apposta per festeggiare l’acquisizione della cittadinanza canadese da parte di un qualche membro della famiglia, e a quel punto l’auto dei nuovi rifugiati ha già lasciato spazio, sullo schermo, all’agnello macellato. Zampe, costole, testa, occhi, tutto ripreso con la stessa lentezza e lucore, la stessa pienezza e densità riservata all’auto ricolma di masserizie. E’ così… bello? Così… vero?

Comunque non posso smettere di guardare, mentre le parole scorrono sui reni dell’animale, sul fegato, sul cuore. Ma scriverlo, questo script, per la donna diventa sempre più difficile: can someone really register trauma? Puoi raccontare il dolore mentre accade? Come l’uomo che filma – by will or by chance – la moglie che si getta dal balcone?

Voyeuristic, sentenzia lo script. Come noi che poi guardiamo il video del suicidio su Youtube.

O forse come noi che stiamo guardando l’agnello squartato?

Writing always come after. La scrittura viene dopo.

Mi manca il fiato, quando le parole appaiono sullo schermo, ma lo script ancora da scrivere non mi da tregua. Prosegue perentorio, implacabile: maybe the most difficult and most useful thing you can do.

Lo sapevo, finisce sempre che parlo di libri.

come un soufflè

Di seguito l’contributo che ho scritto per Adotta uno scrittore, relativo alla mia esperienza con l’Istituto Alberghiero di Barge.

Entrando in una scuola professionale come l’Alberghiero, l’unico dubbio che non può venirti è: che senso ha? Che senso hanno le ore spese sui libri e in classe, gli stages, le interrogazioni, gli esercizi? Perché lo capisci subito, che qui si impara un mestiere. Quelle ore, quell’impegno, a questo servono: obiettivo chiaro, traguardo concreto.

Ma la domanda ti rimbalza addosso appena varchi la soglia, anche se sono tutti bene educati e nessuno ha la faccia tosta di fartela: caro scrittore, quel che facciamo noi è chiaro e ha un senso. Ma quello che fai tu? A che serve?

Per far della filosofia non c’è tempo, quindi la butto sul pratico. Raccontare è uno strumento per guardare il mondo, per “scoprirlo”, mi dico, e provo a spiegarlo. Certo, bisogna conoscere un po’ la tecnica, così utilizzo un’ora delle sei a mia disposizione per i fondamentali: voce narrante, punto di vista, fabula e intreccio ecc. ecc. Cose, d’altronde, che i ragazzi e le ragazze di Barge hanno già sentito, visto che i libri di testo costruiti secondo le indicazioni ministeriali hanno dentro più narratologia che narrativa. D’accordo con l’insegnante, assegno un compitino: dividetevi in gruppi, scegliete una cosa che conoscete bene – un cibo che amate, la sala dove imparate a fare il servizio,  un utensile che maneggiate tutti i giorni, un pezzo qualsiasi del vostro mondo – e provate a raccontarlo. Cioè, provate a “guardarlo” usando gli ingredienti e la tecnica narrativa. Al modo in cui, mescolando con abilità farina, latte, uova, burro, parmigiano, sale, pepe e noce moscata, un cuoco prepara un soufflé.

Il risultato? Nove raccontini che non saranno perfetti – ma che sufflè avrei potuto mai fare io, dopo un’oretta scarsa di spiegazione, se mi avessero abbandonata tra mestoli e pignatte? – non saranno insomma racconti da “scrittore”, però raggiungono lo scopo di dare a me, estranea – lettrice – la possibilità entrare nel loro mondo.

Scopro che è un mondo pieno di vita e fantasia: bidelle pronte al delitto perché stanche di fare gli straordinari alle cene organizzate dall’Istituto; dirigenti disposti a tutto – anche al crimine – pur di difendere la scuola dai tagli; ragazzi svogliati che, davanti a un frigo vuoto perché nessuno, in casa, ha il tempo di fare la spesa,  improvvisano la carbonara che non ti aspetti. E poi il ristorante incantato: tu entri, ti siedi, ti servono e appena porti la forchetta alle labbra, il locale diventa il luogo dei tuoi desideri. Una magia che neanche Chocolat. C’è persino Coco, il coccodrillo che vuole diventare chef ma nessuno gli dà retta, nel mondo che mi raccontano i ragazzi e le ragazze di Barge.

Con buona pace delle cornacchie che pontificano sullo scoraggiamento dei giovani, nei loro racconti c’è anche tanto futuro. Ad esempio l’idea, appena velata dal travestimento narrativo, di aprire una “biopolenteria”, una volta terminata la scuola. O quella di fare il critico gastronomico: progetto deliziosamente ambizioso in una giovanissima nuova italiana, che la lingua l’ha imparata da poco, e già la maneggia con la sicurezza di chi rompe l’uovo con una mano (e secondo me ce la farà).

La parte di futuro che non ha trovato spazio nei raccontini, è poi venuta fuori, lieve lieve, nelle chiacchiere che sempre è bello fare intorno alla letteratura. Chi vuole passare la vita ai fornelli perché era la passione di papà, e chi vuole farlo perché era la magia di nonna che impastava, e tu che, piccolino, giocavi a essere grande insieme a lei. Chi è già cuoco, ha scoperto che non è quella la strada, perché la passione è un’altra, ma intanto ha un mestiere in tasca. Chi ama stare in sala perché ama la gente. Chi proseguirà gli studi perché vuole fare la nutrizionista. Chi all’Alberghiero ci si è trovato per caso, e ha capito che è stato un caso fortunato. E poi tante, tante ragazze che vogliono fare le cuoche. Anche se, negli stages in cucina, le donne sono scartate per principio. Anche se gli chef stellati sono quasi tutti maschi.

E’ la solita tiritera, ed è anche un po’ la storia delle mie masnà: le donne non possono reggere, non sono forti abbastanza, il caldo, i pesi da sollevare, e, soprattutto, come potranno mai conciliare la guida di una cucina professionale con pappe e biberon?

«Io voglio una famiglia, che è per me la cosa più importante, e voglio fare la cuoca», conclude una di loro, minuta, agguerrita.

Sono così giovani. Chissà se hanno davvero capito quanto fangosa è la trincea che hanno scelto,  neanche se lo immaginano quanto dovranno faticare, per starci dentro.

Sarà un massacro, penso. E penso che ce la faranno alla grande.