Di luce propria su criticaletteraria.org

Barbara Merendoni ha letto Di luce propria per il portale criticaletteraria.org. Qui di seguito la recensione, di cui sono molto grata.

Ho scoperto Raffaella Romagnolo nel 2016 con La figlia sbagliata (qui potete leggere la mia recensione), candidato meritatamente al Premio Strega, romanzo di quieta disperazione domestica di cui mi innamorai immediatamente.

La ritrovo cinque anni dopo – in mezzo altri romanzi, tutti di grande successo, tradotti in tedesco, francese, portoghese, greco, arabo – con Di luce propria e riscopro il talento di una scrittrice capace di far dialogare romanzo storico e familiare – seppur di una “famiglia” fortemente atipica, come quelle che Romagnolo ci ha abituato ad amare.

Antonio Casagrande è un orfano genovese, per undici anni rinchiuso nell’orfanotrofio cittadino del Pammatone, dove a causa del suo occhio cieco è costretto a subire le angherie dei coetanei, soprattutto di quel Michele compagno di stanza che usava il coltellino a serramanico “come un pittore usa il lapis, con grazia”.

Le speranze di lasciare l’orfanotrofio e trovare sistemazione presso uno dei tanti contadini che settimanalmente visitano il Pammatone alla ricerca di giovani braccianti sono pressoché inesistenti. Nessuno adotterebbe un ragazzo menomato, quell’occhio di perla nascosto dalla benda sempre sul viso non passa certo inosservato e lo rende un peso, più che un aiuto, agli occhi di tutti.

Ma quando Alessandro Pavia, fotografo di grande talento e minuscola fama, fa il suo ingresso nello stanzone dove gli orfani sono schierati a mo’ di barattoli sullo scaffale di un supermercato, in attesa di essere “selezionati”, è proprio lui che sceglie.
Forse perché Alessandro, grazie al mestiere che fa, sa che un dettaglio fuori posto è più affascinante di un’immagine perfetta, di un’apparente armonia.

È così che Antonio diviene l’aiutante di Pavia: da lui apprende la grammatica, l’amore per l’Italia in costruzione – quel paese che si era appena “fatto”, all’indomani della grandiosa impresa dei garibaldini – e, soprattutto, i segreti della fotografia, allora arte nuova e misteriosa dove chimica, talento e magia si intrecciavano restituendo istantanee in bianco e nero dotate di fascino e inquietudine. Con Pavia intraprende un’opera ambiziosa: fotografare uno per uno i “Mille”, creando un album che – Pavia ne è certo – ogni Comune vorrà conservare nei propri archivi e ogni italiano desidererà sfogliare.

È qui che la dimensione storica del romanzo prende il sopravvento, momentaneamente, su quella personale. La delusione dei garibaldini, uomini semplici che avevano combattuto per un ideale di patria e si erano visti liquidati e cacciati con fastidio e vergogna si riflette nella descrizione dei mancati eroi e della loro reticenza a farsi fotografare:

Al pensiero di quel che è stato, i volontari di Quarto abbassano gli occhi. “Cosa ci sarà mai da fotografare?” pensano. Volevano cambiare l’Italia e l’Italia ha risposto “grazie, ben fatto, adesso però fuori dai piedi”. La festa è finita, si torna a casa. Zappa, bottega, officina. Ufficetto, nella migliore delle ipotesi. Volevano la repubblica e hanno ottenuto un Savoia re d’Italia, in saecula saeculorum. (…) La ferita sanguina, non a tutti va di mettersi in posa. La medaglia non basta, la pensione – misera – non basta. Nella capitale, poi, non ne parliamo. Se solo potessero, quelli con la camicia rossa li metterebbero ai ferri(…) “Mazziniani di merda” mormorano nelle segrete stanze del Governo. “Repubblicani di ‘sto cazzo”. (p. 49)

In Di luce propria, gli avvenimenti storici accompagnano e favoriscono l’evoluzione personale dei protagonisti: la Storia con la maiuscola, quindi, è al servizio della storia umile, minuscola, singolare.
Proprio l’impresa grandiosa dell’album dei Mille permetterà ad Antonio di scoprire un segreto terribile su di sé: l’occhio di perla, inerte e inutile all’apparenza, possiede in realtà un dono intollerabile. Quello di osservare l’epilogo tragico delle persone che si presentano di fronte all’obbiettivo.
Una qualità con cui è difficile convivere e che Antonio sceglierà a più riprese di assecondare od ostacolare, vivendola come un destino ineluttabile o un elemento prezioso da mettere al servizio della propria evoluzione umana.

È come se il romanzo ci presentasse allora una verità difficile da accettare quanto insopprimibile: il destino di ognuno di noi è scritto, nessuna possibilità di cambiarlo e, al contrario, ogni tentativo affannoso di scombinare le carte, mutare rotta, non fa che rendere l’ineluttabilità della nostra sorte ancora più crudele. Antonio lo scopre a sue spese, durante i moti crudeli di Milano, nel 1898, quando una protesta pacifica viene sedata nel sangue dal generale Bava Beccaris.

Cosa non darebbe per avere un’immagine di se stesso bambino. A guardarla con l’occhio del fotografo, a etichettarla con la didascalia giusta, forse il destino gli apparirebbe leggibile, lampante. “Eri già tu, davvero”. “Tutto è già scritto” intende. E questo affannarsi a cercare il proprio posto nel mondo, la sensazione che la vita sia un continuo partorirsi, e partorirsi con dolore, non è che un’illusione. (p. 193)

Il destino di Antonio è la fotografia, mestiere piovuto dal cielo con l’arrivo al Pammatone di Alessandro Pavia, e subito trasformatosi nella missione di una vita: nel congelare istanti storici e intimi di donne e uomini comuni o eroici, Antonio scopre la sorte che gli è toccata in dono, quella capacità di vedere “oltre” che è crudeltà e libertà al tempo stesso.

Nel romanzo storico, nel romanzo di formazione, si innesta anche il romanzo familiare: non una quindi, ma tante le dimensioni e le chiavi di lettura di questa storia incredibile. Di luce propria è il racconto di personaggi indimenticabili, ognuno custode di un mondo compiuto che, da solo, potrebbe occupare un intero romanzo.
Antonio Casagrande, il suo occhio terribilmente magico e la sua condanna. Il suo talento dietro la macchina fotografica e l’incredibile dedizione a un’ostinata idea di famiglia.
Il quasi babbo, Alessandro Pavia: ubriacone, innamorato delle donne, scorbutico e sboccato. Ma con grande senso civile, fedele repubblicano, romantico nella sua passione genuina per la politica e nella sua affezione per il piccolo Antonio.
Caterina, la donna amata, forte e indipendente, fragile e impaurita, che accoglie Antonio e le sue atipie, che per prima gli crede, lo accetta, lo accompagna nella sua evoluzione e nell’accettazione di sé.
E ancora, il vivace microcosmo di Borgo di Dentro, la famiglia perbene di Domenico Leone, l’amicizia con Primo, il bambino che non dorme mai e passa le notti in mezzo al bosco, che gli fa compagnia per le strade di Genova nel pomeriggio affollato dei funerali di Mazzini.
E infine, Madama Carmen, la quasi madre, il modello più sbagliato possibile, maîtresse genovese con l’ossessione per i soldi, eppure amorevole, generosa, capace di proteggere Antonio e di aiutarlo a spiegarsi l’inspiegabile, proprio come una madre.

“Senti me” rispose lei restituendo la stretta. Poi però non disse nulla. Alla luce tremolante i suoi occhi sembravano bottoni. Gli lasciò la mano, la intrecciò all’altra, si passò i palmi sul viso, emerse di nuovo. “La morte non esiste” disse.

“Non dite assurdità. E poi io la vedo!”.

“Finché sei vivo, sei vivo. È una maledizione sufficiente.”.

In quell’attimo, un lampo squarciò il cielo nero. La cucina brillò di una luce fredda. Forse era un effetto del temporale, oppure era il suo occhio pazzo, ma in quel momento Antonio la vide nuda, e più che nuda. (…) Vide la parte soffice e segreta, che ogni mattina il mestiere riveste di marmo e metallo, e solo a tratti affiora baluginando, visibile solo a chi sa guardare oltre, dentro le ossessioni di Madama Carmen, la smania per il mare, il lutto pervicace. E intorno alle membra non più giovani, al ventre rilassato, scintillava un contorno di luce viva, come un velo da sposa, un guscio trasparente di energia purissima. (p. 108)

Leitmotiv del romanzo, come suggerisce il titolo: la luce. Al centro del complicato meccanismo del fotografare, lampo improvviso nell’occhio malandato di Antonio per mostrare il destino altrui, la luce è la straordinaria compagna di una vita, alleata preziosa per compiere la missione, apparentemente impossibile, di ogni esistenza umana: congelare la vita.

Della fotografia ama proprio l’immobilità, che è una cosa impossibile nella vita, quella sì una vera magia, perché la vita va, il tempo passa, le cose cambiano, le persone muoiono, la vita non sta mai ferma e il bello è coglierla di sorpresa e inchiodarla lì, a se stessa, per sempre: Primo Leone che a nove anni soffia nella tromba di Alessandro Pavia. Famagosta sensuale e condannata, certo, ma così splendente e viva, con i seni in boccio e le labbra arricciate in un bacio. E Caterina affacciata sulla sponda del Naviglio Maggiore, Caterina alla terrazza di via Meravigli, Caterina in un campo di erba medica e trifoglio. Per sempre. Caterina in un eterno mezzogiorno di timo e lavanda. (p. 239)

Barbara Merendoni 

Di luce propria su Donna moderna

Annarita Briganti ha letto il mio romanzo Di luce propria. Di seguito le sue impressioni sul settimanale Donna moderna in edicola il 2 giugno 2021.

Tanta voglia di un romanzo storico, di quelli che ti distraggono dalla realtà attuale, come Di luce propria (Mondadori), il nuovo libro di Raffaella Romagnolo. Antonio Casagrande è un orfano nell’Italia della seconda metà dell’Ottocento. A 11 anni, quando non ci sperava più, viene preso a bottega da un fotografo esistito realmente, Alessandro Pavia, che sta preparando un album con le fotografie dei Mille di Garibaldi.

Quest’arte diventa il suo lavoro, la sua vita, la sua passione e svela la sua dote magica: con uno dei suoi occhi, quello che non vede, quello che lo ha fatto sentire discriminato fin dalla nascita, quando fotografa, scopre come morirà chi sta fotografando. Accade anche con suo figlio, che si chiama Alessandro, come Pavia, e questo determina un finale ricco di colpi di scena.


Una lettura appassionante, tra fiction e verità storica, che ci regala anche un bel personaggio femminile, madama Carmen, prima tenutaria di una “casa chiusa” con talento per gli affari, poi protagonista dell’alta società parigina e ancora dopo finanziatrice delle prostitute, sempre vicina ad Antonio.

«La luce illumina, capisci? Cioè, senza luce non si vede niente. Se c’è luce, la macchina cattura quello che si vede e lo imprigiona» dice Antonio, quando spiega cos’è una fotografia.

Ormoni e sentimento

L’amatissima Liguria si appresta a diventare “Zona bianca” e io ho scritto questo piccolo contributo apparso sul quotidiano Il secolo XIX il 6 giugno 2021, con il titolo “Se la giovinezza ignora il Covid sulla carrozza del Regionale”.

Sabato pomeriggio, giorni fa. A Genova Principe salgo sul Regionale delle 15:10, diretta a Chiavari.  Multipiano. Carrozza a destra stracolma, tento in quella superiore, diversi cartelli indicano i posti da lasciare liberi, a me sembra comunque pienissima, allora torno dabbasso, accanto alle porte scorrevoli. Il posto più aerato. Il dispenser di Amuchina. Mi disinfetto. Controllo sul cellulare le fermate da qui a Chiavari. Quindici. In piedi per quindici fermate?

Punto la carrozza a sinistra. Intravedo un finestrino aperto. Bene. Un tizio si prepara a scendere. Occupa uno di quei sedili tipo autobus, nessuno dirimpetto, niente ginocchia altrui, divieto sul sedile a fianco. Molto bene. Faccio passare il tizio, guadagno il suo posto e giro lo sguardo intorno. Misuro tre, quattro metri da me e conto: un paio di ragazze sui sedili davanti (lo schienale mi protegge), due ragazzi (vicino al finestrino aperto), una signora rannicchiata in un angolo, mascherina e comunque lontana. Allora schiaccio sul naso la stanghetta metallica della mia FFP2 e finalmente mi siedo. Poi arrivano loro.

Salgono a gruppetti, una dozzina in tre fermate. Auricolari, brufoli, bermuda i maschi, pancia nuda le femmine, scarpe da ginnastica tutti, e tutti in bilico sulla maggiore età. Potrebbero essere miei studenti. Mascherine lasche e cellulari in mano. È un frinire di whatsapp, si sono dati appuntamento, tenuti il posto, occupano i sedili di fronte a me. Tutti i sedili.

Zona gialla? Zona bianca? Zona franca penso scocciata. I ragazzi fanno fatica, si sa. Li vedo appena varcati i cancelli della scuola. Li sento ridere adesso, attraverso lo spazio tra i sedili mi arriva intera la sfrontatezza dell’età. Noi si va al mare e chissenefrega. L’estate che spinge. Ormoni e sentimento. Nella mascherina calata a mezza bocca indovino la sfida alle regole che, nella prima giovinezza, è la regola. Io? Io sono a disagio.

È la prima volta che mi succede da quando insegno. Grazie Covid, bel regalo mi hai fatto. Lo concentro, il disagio, in occhiatacce. Non mi vedono, lo schienale li protegge. Possibile che non passi un controllore? Un pubblico ufficiale che prenda di petto la questione e ci difenda da tutta questa… giovinezza? Mi alzo e mi rifugio accanto al dispenser di Amuchina. Mi disinfetto di nuovo. Loro continuano a passarsi cose, le teste affiancate sulle stories di Instagram. Sarà così la nostra zona bianca? La nostra estate? (Di noi vecchi, intendo). Tutto un “noi” contro “loro”?  “Noi” contro “loro” è l’origine della guerra, insegno a scuola. Controllori, intanto, neanche l’ombra.

Sto pensando se prenderla di petto io, la questione (ragazzi adesso basta, le regole, il rispetto, la tiritera da cattedra insomma) quando trilla l’ennesimo whatsapp ma questa volta è per me. La mia amica Paola. Ci siamo viste la settimana scorsa, abbiamo contato i mesi dalla volta precedente. Quindici, come le fermate tra Genova Principe e Chiavari. E ci siamo abbracciate. Mascherate, allontanando i visi, ma strette. E mentre “loro” continuano a smanacciarsi, ricapitolo i miei abbracci più recenti, Alessandro, Stefano, Patrizia, Bruno, Arianna, e la tiritera da cattedra me la ingoio all’istante. Rimango in piedi a guardarli mentre, fermata dopo fermata, ridono e si avvicinano, impercettibilmente, inesorabilmente, una ragazza addirittura sul bracciolo, tipo gita scolastica, un ragazzo che le fissa la schiena mezza nuda, incantato. La giovinezza è un rischio dolcissimo.

Sbagliano? Certo. Ho sbagliato ad abbracciare la mia amica Paola? Sicuro. Errore umanissimo, ma sempre errore. Il virus colpisce dove siamo più umani, in quella che Leopardi chiamava la “social catena”, la nostra capacità di tenerci per mano dinnanzi all’orrore. Dunque? Che fare? Li guardo ancora, unghie pittate, magliette slabbrate. A ‘sto giro, risposte facili non ne ho, ragazzi. Dar retta a Leopardi, credo. Vaccinarsi, anche. E farlo tutti. Adesso si può. Tutti insieme.

#Covid #zonabianca #giovinezza #GiacomoLeopardi #scuola #Liguria

Il mondo reale di Etian

Questo mio contributo è apparso sul quotidiano Il secolo XIX il 26 maggio 2021.

Lo ammetto, quando sento la notizia penso solo all’unico, piccolo sopravvissuto, Etian Biran. L’enormità della sua solitudine mi toglie il fiato. Il termine “intubato”, che il tg continua a ripetere, mi disturba. In pandemia è come uno sciame di cattivi pensieri, e allora lo scaccio. Provo a concentrarmi sul resto, le vittime, le parole dei soccorritori, la macchina degli accertamenti, ma faccio fatica. Il bambino sta lottando, nella mia testa c’è spazio solo per lui, di lui dobbiamo occuparci, penso. E quando passa la foto della famiglia Biran, i due ragazzi che lo hanno messo al mondo, Etian, e anche il fratellino, chiudo gli occhi. Così giovani, penso, noi che i figli li facciamo tardi oppure mai. Tanta vita mi sgomenta, tanta fiducia nel futuro, e dentro di me ringrazio che, nel pozzo nero di un pietoso sonno farmacologico, Etian quelle immagini non possa vederle.  Che poi chissà, magari sogna, e allora cosa sogna? Ma anche questo pensiero – incerto, angoscioso –  lo scaccio. Voglio solo quiete, anche se indotta, pace per Etian.

Forse per questo, quando alla fine del secondo giorno il portavoce dell’ospedale parla ai giornalisti di accompagnare il bambino in un “cauto risveglio”, il mio primo pensiero è: “No”. Poi correggo il tiro: “Non ancora” mi dico. Ma quando, allora? Quand’è il momento giusto? Il portavoce usa parole da medico, tecnicismi precisi e rassicuranti: “risonanza magnetica”, “tronco encefalico”, “stabilità emodinamica”. Come se dicesse che sono ossa, muscoli e arterie a stabilire che è ora, che il corpo è pronto. “Cautela” aggiunge però. Lo ripete. “Cautela” nel riportare Etian al “mondo reale”. Dice proprio così, “mondo reale”, quasi non fossero veri l’ospedale, l’ossigeno, le medicazioni. I giornalisti incalzano, vogliono un titolo che sintetizzi la situazione e il titolo è “cauto ottimismo”. Ma a me resta in testa solo quel “mondo reale”. La meno tecnica della espressioni. La più feroce. E anche se il bollettino medico è incoraggiante, e anche se Etian, come dice il tg, in ebraico vuol dire “forza”, il mio primo istinto è tenerlo lontano dal mondo reale, Etian, ancora per un po’.

Il fatto è che il mondo reale non risparmia nessuno, neanche i ragazzini, che i lutti poi li portano addosso, a scuola per esempio, ed è lì che ogni tanto incrociano la mia strada. Chi smette di venire a lezione e chi fa di tutto per non tornare mai a casa. Chi passa un anno intero senza sorridere e chi cova rancore monosillabico, rabbioso. Il mondo reale può essere spietato. Per questo desidero pace per Etian, solo un altro po’.

Ma in questo mio discorrere di protezione c’è qualcosa che non mi convince del tutto, perché di un piccolo corpo vivo parliamo, e di vita da vivere. Quante volte l’ho visto succedere? Quante volte ho visto ragazzi trovare la forza di tornare tra i banchi e ragazze ricominciare a parlare e perfino a sorridere? Il mondo reale sarà spietato ma la vita è potente.  

Forse il mio primo istinto – aspettare, aspettare ancora – viene da altro e quelli a cui serve tempo siamo noi. Non tempo: coraggio. Noi adulti. Noi che insegniamo che non si devono dire le bugie e quindi a Etian dovremo dire la verità. Trovare le parole giuste per raccontargli la più nera delle favole. A lui e a tutti i bambini che guardano il tg in questi giorni bui. Noi che abbiamo le risposte, dobbiamo averle, almeno quelle che servono a un bambino di cinque anni, quando l’universo è tutto un “perché”. Anche per questo faremo indagini, apriremo istruttorie, commissioneremo perizie e proveremo a rispondere a tutte le domande. L’avete vista al tg l’espressione determinata del magistrato inquirente? È la stessa nostra. Solo alla domanda più misteriosa e dolente ci toccherà chinare il capo e restare in silenzio: “Perché io? Perché proprio a me?”

#stresamottarone #Etian #secoloxix