Di luce propria in frammenti e immagini/1

Ai tempi gloriosi del collodio umido, quando tirare stampe da un negativo su vetro richiedeva la destrezza di un illusionista, i praticoni da quattro soldi si riconoscevano dalle sbavature negli angoli. Ombre spettrali, nebbie cariche di mistero assediavano mezzibusti e figure intere. Montate su cartoncino per prevenire arricciature, le fotografie si riponevano in astucci stampigliati a caratteri d’oro o in pesanti album con la sopraccoperta di cuoio, oppure venivano sistemate in bella vista dentro cornici preziose, come si trattasse di ritratti a olio. La mistura di sale, nitrato d’argento e chiara d’uovo che impregnava la carta fotografica si degradava in fretta, e le immagini acquistavano una sfumatura acquorea, giallastra. Di cui il cliente era comunque soddisfatto, non avendo mai visto il proprio aspetto se non nel fuggevole riflesso dello specchio.

Un frammento e un’immagine per raccontare Di luce propria.

Qui uno scatto dell’immenso Jacob Riis (1849-1914)

Di luce propria su Cultweek

Dopo avermi intervistato per Scrittori a domicilio, Michela Fregona dedica una ricca riflessione a Di luce propria sul portale Cultweek.

Guardare, osservare e vedere sono tre cose molto diverse. Lo sa bene Antonio Casagrande: orfano, bambino difettoso a rischio di perdizione, adottato in extremis, promosso sul campo ad aiuto fotografo nel tempo avventuroso della nascita della dagherrotipia, e protagonista del nuovo romanzo di Raffaella Romagnolo, Di luce propria, pubblicato da Mondadori.

Ancora una volta, è un confronto tra mondi quello in cui la scrittrice sceglie di far giocare la partita dell’esistenza ai suoi personaggi.
Dove in Destino (il precedente romanzo, pubblicato da Rizzoli) la lacerazione è aperta dall’ampia superficie dell’Oceano – quello sul quale naviga la vita strappata di Giulia Masca, quasi un paradigma di innumerevoli esistenze rigettate dalla disperazione verso una terra di sconfinata incertezza – qui, in Di luce propria il divario (insieme geografico, linguistico, culturale) è tutto interno alla sismografia politica e sociale di una Italia raccontata a partire dagli anni della sua nascita.

Il secondo cinquantennio dell’Ottocento, dunque: tempo di sangue, ombre, povertà, eroismi, sogni e utopie. Una sorta di prequel sociale che, con mirata precisione, illumina contraddizioni e tormenti che caricano a molla il meccanismo distruttivo dell’abbandono, della violenza, del disastro, della guerra protagonisti del primo Novecento.
Non è però Di luce propria nel tempo della delusione (e del suo opposto: la resistenza)
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Di luce propria secondo Mauro Garofalo

Sul blog Generazione X 2.0 lo scrittore Mauro Garofalo dedica una lunga, appassionata disamina a Di luce propria.

Nella vita le cose più importanti non le capisci mai veramente, forse, le capisci solo dopo anni. Ma lì per lì non riesci a metterle a fuoco. Sono tremule, come i ricordi, emergono sfocate ragioni al massimo le distonie. Così quando il fotografo Antonio Casagrande inizia a ricordare i bei tempi della fotografia al nitrato d’argento e uovo, le immagini abitate dagli spiriti dello sviluppo fotografico, aloni di mistero attorno alle silhouette, apprendiamo che l’eroe appare sulla Terra a metà Ottocento, generato da ignoti lombi (lemma tornato di forza nella letteratura contemporanea, anche grazie alla nuova “puntata” dell’Odissea di Nìkos Katzanzakis, meritoriamente tradotta dall’editore Crocetti).
È quanto accade nelle prime pagine dell’ultimo romanzo di Raffaella Romagnolo, Di luce propria (Mondadori,€18). Sino a che Antonio smette d’essere orbo, quando va a bottega da Alessandro Pavia il fotografo che “eseguisce ritratti di famiglia”, ed è qui l’intersezione della lingua di Romagnolo si innesta con il vento di Ponente, e la Liguria passa dall’orfanotrofio del Pammatone alla campagna, attraverso il pisciocavolo che gli altri ragazzini fanno bere ai più piccoli, e ai deboli, alla padronità. È così, ordunque, che il ragazzo di bottega Antonio passa dall’olio d’oliva a quello della lampada per sviluppare immagini, del resto è così che si costruiscono i sogni: al buio e a occhi stretti a forza di concentrazione.
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