Noi che veniamo a spiegarti il cambiamento climatico

Ieri mattina, verso la fine dell’incontro su Meet con l’istituto Fra Salimbene di Parma, una ragazzina mi chiede cosa penso del cambiamento climatico (in effetti, la faccenda ha nel mio romanzo “Respira con me” un suo piccolo, decisivo ruolo).

Lei è in classe, io a casa, lei ha la mascherina calzata come tutti i compagni e le prof che hanno organizzato l’incontro con l’autrice.

“Il cambiamento climatico?”

Sotto la mascherina la vedo annuire. Sono ragazzi in gamba. Hanno letto il mio romanzo con passione e fantasia, hanno persino realizzato un loro libro, lo trovate qui sotto, e non è commovente? Non è così pieno di vita? Di futuro? Così non sto tanto a pensarci e rispondo di getto. Meritano tutta la sincerità di cui sono capace. E quindi non parlo di ghiacciai, biodiversità, deforestazione, permafrost, non dico “antropocene” o “economia circolare”. Non mi nascondo dietro l’armamentario consueto. Dico che, quando facevamo terza media noi, a metà degli anni Ottanta, non ne sapevamo niente. Alcuni scienziati, forse. Pochissimi. Ma a noi nessuno ha mai spiegato nulla.

Lei resta zitta.

“Nulla, capisci? Non sapevamo nulla!” ripeto. Lei ancora zitta. Ci si intimidisce anche a distanza, penso, ma poi mi sento arrossire. Non è lei che ha un problema. Sono io che non ho risposto alla domanda. Ho tirato fuori una scusa, ho messo le mani avanti, una specie di giustificazione per non aver fatto i compiti. Non è lei la ragazzina, sono io.

Vergogna.

Io che sono adulta. Noi, che siamo adulti. Noi che veniamo a spiegarti il cambiamento climatico, che lo ficchiamo persino nei romanzi. Noi che prendiamo le decisioni. O magari non le prendiamo, e poi questo è il risultato.

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Di luce propria su Letteratitudine

Il blog culturale Letteratitudine dedica un approfondimento al mio romanzo. Lo trovate qui. Qui di seguito il mio contributo:

«In questa storia c’è un orfano», ha detto Raffaella Romagnolo a Letteratitudine. «Di più, un “esposto”, cioè un bambino abbandonato nella ruota dell’ospedale di Genova, il Pammatone. L’anno è il 1855 e lui, Antonio Casagrande, è anche difettoso, ha un occhio cieco, la pupilla lattea. Ragion per cui non lo vuole nessuno. L’ultimo degli ultimi. Cresce così, aggirandosi nei reparti degli scrofolosi e delle puerpere, affacciandosi al teatro anatomico, dentro camerate che puzzano di piscio, a contatto con la morte che è tutt’uno con la vita del Pammatone.

In questa storia c’è Alessandro Pavia. Un omone, patriota, repubblicano, garibaldino, di professione fotografo. “Fotografo dei Mille”, per la precisione. Un sognatore che si è messo in testa di trasformare l’ultimo degli ultimi, orbo, in un fotografo. Un visionario che vuole ritrovarli tutti, i Mille che fecero l’impresa, immortalarli, ficcarli in un album, stamparne copie che dovrebbero inondare, secondo lui, tutti i municipi d’Italia. Un idealista. Un illuso. Davvero esistito, anche se la sua vita l’ho romanzata parecchio.

In questa storia c’è madama Carmen, anima inquieta, spirito multiforme. Lei tiene testa al destino trasformandosi. Nasce Rosetta, diventa Rosetta La Vedova, poi madama Amaranta, lady Violet, Rosa Bernard Morel. Guardiana di capre, pazza per amore, puttana per disperazione, maitresse per scelta, gran dama, banchiera, strega, stratega, mamma. Tutto nella stessa vita.

C’è Caterina Colombo levatrice “diplomata”, figlia della comare Eugenia da cui ha imparato tutto e disimparato ogni cosa, cuore di zucchero, coraggio da leone. Madre a sua volta in strane, inattese, circostanze (è questa una storia dove i genitori non sono veri genitori, i figli, veri figli e persino i nonni non sono veri nonni).

Ci sono diamanti-talismano, lastre fotografiche, carta albuminata, camere oscure smontabili, lanterne magiche e cineprese, cialtroni e buffoni, illusionisti che fotografano fantasmi e seducono fanciulle in fiore. Maghi da strapazzo e magia vera. L’occhio di Antonio Casagrande, per esempio, non è cieco, anzi. Vede ciò che gli altri non vedono. Un dono. Una maledizione.

Ah, sì, ci sono anche Garibaldi che si sbrodola, Mazzini pietrificato, il generale Bava Beccaris che cannoneggia la folla e il poeta Gabriele d’Annunzio che nel “maggio radioso” del 1915 manda tutti a morire. Ci sono il Borgo di Dentro e cascina Leone, cioè un pezzo importante del mio precedente romanzo Destino. Domenico Leone in camicia rossa e Primo Leone bambino, adolescente, uomo fatto.

È, Di luce propria, la storia di un orfano che trova il proprio posto nel mondo. Dell’ultimo degli ultimi che sfida la Morte. C’è Dickens, Marquez, Allende, e persino qualcosa di Miyazaki. E tutta la voglia che avevo di raccontare il nostro Paese appena nato, straccione, analfabeta e gonfio di vita».

Di luce propria in frammenti e immagini/3

“Maggio, e Milano toglie il fiato.”

Un frammento e un’immagine per raccontare #Dilucepropria.

(Qui l’esercito bivacca in piazza Duomo. Una delle immagini che il fotografo e cineasta Luca Comerio (1878-1940) ha scattato nelle giornate di sangue del maggio 1898).

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