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come un soufflè

Di seguito l’contributo che ho scritto per Adotta uno scrittore, relativo alla mia esperienza con l’Istituto Alberghiero di Barge.

Entrando in una scuola professionale come l’Alberghiero, l’unico dubbio che non può venirti è: che senso ha? Che senso hanno le ore spese sui libri e in classe, gli stages, le interrogazioni, gli esercizi? Perché lo capisci subito, che qui si impara un mestiere. Quelle ore, quell’impegno, a questo servono: obiettivo chiaro, traguardo concreto.

Ma la domanda ti rimbalza addosso appena varchi la soglia, anche se sono tutti bene educati e nessuno ha la faccia tosta di fartela: caro scrittore, quel che facciamo noi è chiaro e ha un senso. Ma quello che fai tu? A che serve?

Per far della filosofia non c’è tempo, quindi la butto sul pratico. Raccontare è uno strumento per guardare il mondo, per “scoprirlo”, mi dico, e provo a spiegarlo. Certo, bisogna conoscere un po’ la tecnica, così utilizzo un’ora delle sei a mia disposizione per i fondamentali: voce narrante, punto di vista, fabula e intreccio ecc. ecc. Cose, d’altronde, che i ragazzi e le ragazze di Barge hanno già sentito, visto che i libri di testo costruiti secondo le indicazioni ministeriali hanno dentro più narratologia che narrativa. D’accordo con l’insegnante, assegno un compitino: dividetevi in gruppi, scegliete una cosa che conoscete bene – un cibo che amate, la sala dove imparate a fare il servizio,  un utensile che maneggiate tutti i giorni, un pezzo qualsiasi del vostro mondo – e provate a raccontarlo. Cioè, provate a “guardarlo” usando gli ingredienti e la tecnica narrativa. Al modo in cui, mescolando con abilità farina, latte, uova, burro, parmigiano, sale, pepe e noce moscata, un cuoco prepara un soufflé.

Il risultato? Nove raccontini che non saranno perfetti – ma che sufflè avrei potuto mai fare io, dopo un’oretta scarsa di spiegazione, se mi avessero abbandonata tra mestoli e pignatte? – non saranno insomma racconti da “scrittore”, però raggiungono lo scopo di dare a me, estranea – lettrice – la possibilità entrare nel loro mondo.

Scopro che è un mondo pieno di vita e fantasia: bidelle pronte al delitto perché stanche di fare gli straordinari alle cene organizzate dall’Istituto; dirigenti disposti a tutto – anche al crimine – pur di difendere la scuola dai tagli; ragazzi svogliati che, davanti a un frigo vuoto perché nessuno, in casa, ha il tempo di fare la spesa,  improvvisano la carbonara che non ti aspetti. E poi il ristorante incantato: tu entri, ti siedi, ti servono e appena porti la forchetta alle labbra, il locale diventa il luogo dei tuoi desideri. Una magia che neanche Chocolat. C’è persino Coco, il coccodrillo che vuole diventare chef ma nessuno gli dà retta, nel mondo che mi raccontano i ragazzi e le ragazze di Barge.

Con buona pace delle cornacchie che pontificano sullo scoraggiamento dei giovani, nei loro racconti c’è anche tanto futuro. Ad esempio l’idea, appena velata dal travestimento narrativo, di aprire una “biopolenteria”, una volta terminata la scuola. O quella di fare il critico gastronomico: progetto deliziosamente ambizioso in una giovanissima nuova italiana, che la lingua l’ha imparata da poco, e già la maneggia con la sicurezza di chi rompe l’uovo con una mano (e secondo me ce la farà).

La parte di futuro che non ha trovato spazio nei raccontini, è poi venuta fuori, lieve lieve, nelle chiacchiere che sempre è bello fare intorno alla letteratura. Chi vuole passare la vita ai fornelli perché era la passione di papà, e chi vuole farlo perché era la magia di nonna che impastava, e tu che, piccolino, giocavi a essere grande insieme a lei. Chi è già cuoco, ha scoperto che non è quella la strada, perché la passione è un’altra, ma intanto ha un mestiere in tasca. Chi ama stare in sala perché ama la gente. Chi proseguirà gli studi perché vuole fare la nutrizionista. Chi all’Alberghiero ci si è trovato per caso, e ha capito che è stato un caso fortunato. E poi tante, tante ragazze che vogliono fare le cuoche. Anche se, negli stages in cucina, le donne sono scartate per principio. Anche se gli chef stellati sono quasi tutti maschi.

E’ la solita tiritera, ed è anche un po’ la storia delle mie masnà: le donne non possono reggere, non sono forti abbastanza, il caldo, i pesi da sollevare, e, soprattutto, come potranno mai conciliare la guida di una cucina professionale con pappe e biberon?

«Io voglio una famiglia, che è per me la cosa più importante, e voglio fare la cuoca», conclude una di loro, minuta, agguerrita.

Sono così giovani. Chissà se hanno davvero capito quanto fangosa è la trincea che hanno scelto,  neanche se lo immaginano quanto dovranno faticare, per starci dentro.

Sarà un massacro, penso. E penso che ce la faranno alla grande.

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ri-conoscersi

Pubblico qui di seguito un contributo che ho scritto per Adotta uno scrittore. La classe che mi ha “adottata” è la quarta dell’Istituto Alberghiero di Barge (CN).

Adotta uno scrittore è tante cose. La prima è la strada. Per raggiungere l’Istituto Alberghiero di Barge, il treno che prendo lascia l’Appennino Ligure, attraversa un lembo di pianura, sfiora le Langhe, si arrampica fino a Torino Lingotto e di lì a Pinerolo. E quando finalmente  scendo, in testa tutto questo gran Piemonte, davanti agli occhi ho le Alpi.

Alla stazione arriva qualcuno a prendermi, insegnanti che si danno il cambio in una staffetta che dura venti minuti all’andata e venti al ritorno, ed è ancora strada , ma in automobile, attraverso una selva di bifamiliari, condomini,  campi incolti, capannoni, pompe di benzina con autolavaggio.  Siamo lontani da Torino, ma in un certo senso ancora a Torino, penso. Mi correggono: Cuneo, è Cuneo il centro di riferimento per chi vive a Barge.  Penso allora che hanno ragione i sociologi, le periferie  si somigliano, e io ce l’ho davanti da quasi due ore, l’immensa periferia in cui la maggior parte di noi vive.

Barge è famosa per la pietra da costruzione, tipo Luserna. L’insegnante che mi accompagna ne decanta la qualità. Non voglio guardare i centri commerciali che affiorano ad ogni chilometro, così ascolto il suo racconto, ma tengo gli occhi su nuvole e montagne. Per queste pietre, dice, vengono persino i cinesi, e diventano cinesi di Barge. Chi l’avrebbe detto, in questa periferia che credevo lontanissima da tutto, persino dai problemi dell’integrazione. Abbasso  gli occhi e le montagne le ritrovo a bordo strada:  depositi lapidei, magazzini di pietra preziosa, carroponti per sollevarla, lavoro.

Di lavoro parlano volentieri le insegnanti, intanto che guidano. Questa di Barge è una scuola giovane – un distaccamento che esiste da pochissimi anni – ci si trovano a meraviglia, quelli che bruciano sono semmai i dolori del precariato, l’anno da otto o nove mensilità (se hai fortuna), la SIS, la scuola di specializzazione che, nonostante i proclami, non basta a garantire il posto. Se sono insegnanti d’esperienza, ti raccontano invece del ritorno alla casa dei vecchi, tra le montagne, dopo anni di città, e proprio grazie al posto garantito dalla nuova scuola di Barge. Il lavoro è il nostro tarlo, la nostra ossessione collettiva. La cattedra che, per un paio d’ore, alla fine di questa lunga strada, casualmente occuperò, per le insegnanti che, nel loro giorno libero, nella loro ora libera, mi accompagnano avanti e indietro, è approdo, destino.

La scuola di Barge è diversa da come te la aspetti. Mi sembra più pulita e fresca di quelle che ho avuto la fortuna di visitare da quando scrivo romanzi. Perché è nuova, mi dico. Però non so. Anche i ragazzi e le ragazze sembrano diversi. E’ una quarta, trentuno, maggiorenni. La maggior parte, nel fine settimana e nelle vacanze, lavora, facendo il mestiere che ha imparato qui: cameriere, cuoco, barman. Lavorare aiuta a capire come gira il mondo, forse un certo rispetto dei luoghi viene da lì, pensa la mia parte moralista, che si commuove davanti a un muro tinteggiato di fresco.

Per tutto il viaggio, mi sono domandata dove fosse il punto di contatto  tra me e loro. Ho una lunga lista di perplessità circa il mondo degli starchef, guardo con sospetto i palinsesti colonizzati da fornelli e buone massaie, credo che il cake design sia un chiaro sintomo di malessere sociale, fatico a cuocere decentemente un uovo alla coque, mai avrei potuto farne la mia vita. Ma quando vedo questa bella scuola, e poi qualcuno dei più giovani che, in divisa, mi offre un caffè impeccabile in tazzina riscaldata e bicchierino di minerale a parte; quando scopro che, all’Alberghiero, in terza ti danno la qualifica professionale e puoi chiudere i libri e cominciare a guadagnare (mentre i “miei” trentuno hanno deciso di specializzarsi); quando rifletto sul fatto che l’Alberghiero resta una scuola vocazionale, neanche a quattordici anni ci capiti dentro per caso come può accadere in un Liceo, o a Ragioneria o all’Istituto tecnico o in un altro professionale più generalista; e soprattutto quando li vedo attenti, e curiosi di questa mia strana incursione nella loro routine fatta, in gran parte, del lavoro che hanno scelto, il discorso mi viene fuori spontaneo.  A seconda di dove vieni al mondo, dico,  la vita ti mette davanti poche o molte strade: operaio o impiegato nel primo posto decente che ti capita, per i più. Per alcuni, pochi, il posto di tuo padre in azienda o nello studio professionale.  Ma scrivere è altro. E’ una scelta.  Scegliere una passione  – scoprire in sé una vocazione – e trasformarla in un mestiere. Li guardo tutti e trent’uno, le ragazze e i ragazzi che hanno scelto di essere cuochi e maitre di sala e barman, e penso che Adotta uno scrittore è anche questo ri-conoscersi.


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