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la cugina Angela

Ho scritto questo articolo per «Grazia» del 21 novembre 2013.

Le donne che vivevano sulle colline tra Tanaro e Po, 42 anni fa, andavano a partorire all’ospedale di Casale Monferrato. Così mia madre. Poi ci trasferimmo, e a Casale tornavamo, di tanto in tanto, a trovare una cugina di mio padre, che faceva la maestra. Era una donna di una bontà da libro Cuore, una “signorina” che a me pareva una gran signora, con lo scamiciato e al collo la medaglietta con la Madonna. Quando arrivai alle Elementari, mi chiese di mandarle delle lettere, che lei avrebbe corretto. “Hai scritto emozzionediceva –“ma all’emozione basta una zeta”.

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L’uomo che (non) ha fermato il tempo

Marco OlmoMarco Olmo è nato nel 1948, e secondo la multinazionale del cemento per cui ha lavorato tutta la vita,  la montagna dove è venuto al mondo era buona per farci una cava. Giovane uomo, s’è trovato a guidare l’escavatore che in mezz’ora ha sbriciolato casa sua. Non c’erano alternative, dice nel documentario che Paolo Casalis e Stefano Scarafia gli hanno dedicato. Guardatelo, se vi capita. Io l’ho visto in un paesino dell’Oltregiogo ligure che si chiama Bosio, ed è sede del Parco Naturale delle Capanne di Marcarolo. Terra di vinti, anche questa, dove i ragazzi del 1948 se non hanno dovuto guidare un escavatore, hanno comunque dovuto abbandonare la loro casa e inventarsi un futuro lontano, in fabbrica, al porto, o tra i caruggi di Genova.

«Per questo Olmo è un eroe popolare» tuona il presidente del Parco. Perché il prigioniero dell’escavatore che sventrava casa sua, ha saputo ribellarsi. Lui lo dice con semplicità. «Ho cominciato per vendetta. Perché a correre non c’è santo: se sei davanti sei davanti, se sei dietro sei dietro». Non è come nel lavoro, non è come nella vita. Se sei il più forte e fortunato vinci, se no perdi. E così il vinto dalla Storia ha vinto le corse più dure, ed è diventato lui Storia, Leggenda.

Leggete il palmares: Marathon des Sables, Gran Raid du Cro-Magnon, Desert Marathon, fino al doppio exploit dell’Ultratrail du Mont Blanc, una gara impossibile, 166 km e 9900 metri di dislivello positivo intorno alla montagna più alta d’Europa, che Olmo ha vinto nel 2006 e nel 2007.

A cinquantanove anni.

Il documentario filma la sua partecipazione all’Ultra Trail du Mont Blanc dell’anno successivo, il 2008. La camera riprende tutto, impietosa. Le gambe fasciate alla partenza. La tensione. Le lacrime. Il peso di piombo dello speaker che lo acclama, all’ingresso nella piazzetta bomboniera di Clamonix, gremita: «Il due volte vincitore della gara più dura al mondo. L’uomo che ha fermato il tempo».

Che brutta espressione, penso.

Con quel sapore di slogan, così poco aderente alla verità delle immagini.

La camera invece mi sembra più onesta, e filma proprio i sessant’anni di Marco Olmo. L’abbigliamento pagato dallo sponsor e la lampadina frontale sbilenca sulla testa, così asimmetrica, così poco in sintonia con l’immagine ideale dell’uomo che ha fermato il tempo, così perfetta invece per la marionetta che arranca lungo il sentiero. La camera segue la marionetta, la paura, la fatica. Il partire lento e il recuperare dopo. Filma il buio, la solitudine, il dolore, la rabbia. La vendetta. E tu che guardi il lumino nella notte ripensi all’escavatore, al cemento, al piatto di pasta integrale e patate nel tinello maron, alla brutta villetta che immagini – ma chi lo sa? – gli abbia assegnato la multinazionale in impossibile risarcimento. L’allenamento lungo i sentieri che partono dalla cava e tornano alla cava, come fosse una ferita che non si riesce a rimarginare. Poi vedi l’amore della moglie che sola – niente preparatore atletico, niente sponsor medici psicologi o motivatori – sola lo aspetta al punto di ristoro. Anche lei non c’entra niente con l’idea patinata della donna del campione, anzi è parecchio fuori schema, capelli grigi, niente trucco, il fisico un po’ appesantito di una «splendida» sessantenne, un pile qualsiasi, una vecchia tuta. Chissenefrega della telecamera. Lei è solo Penelope, e sta in pensiero. Penelope che attende, scrive sul taccuino il tempo del passaggio, prepara il cibo, incoraggia il suo uomo dicendogli in dialetto che lo vede bene, anzi benissim.

Anche se non è vero.

Perché non è vero che Marco Olmo ha fermato il tempo. Né quando ha vinto il Monte Bianco né quando, come nel 2008, si è ritirato perché il dolore a una gamba si è fatto severo. Né lo ha fermato quando ha vinto la Desert Marathon né quando si è iscritto per la quindicesima volta alla Marathon des Sables, che non ha mai vinto anche se è la sua preferita.

Perché il tempo non si ferma, nonostante quello che dice la pubblicità. A Bosio gli ho chiesto cosa significa per lui invecchiare, se gli fa paura. Avevo in testa certe immagini televisive, l’idea che diventare vecchi sia una cosa di per sé disdicevole, e quindi da nascondere a tutti i costi, da mascherarsi con tutti i mezzi, un lifting, una tintura, una pastiglietta.

Mi ha risposto che sì, che invecchiare gli fa paura. Che solo a vederlo quel documentario ogni volta è una pugnalata. Perché ci si vede male. Perché la vecchiaia è per tutti una cosa difficile di affrontare, e lo è anche per lui. Ma questo non è un buon motivo per nasconderla, negarla, mascherarla, dimenticarla, fare come se non esistesse.

E allora ho pensato che nonostante gli slogan che è facile coniare su di lui, con la sua vittoria sul Monte Bianco a quasi sessant’anni, con il suo fisico smagrito la faccia piena di rughe, Marco Olmo il ribelle è una specie di bomba lanciata dentro l’obbligo di restare giovani e belli. Che con la sua scelta etica di diventare vegetariano, quando venticinque anni fa aveva appena cominciato ad affrontare le gare più estreme, è una bomba contro il sistema che fa degli atleti di punta strumenti troppo malleabili nelle mani di medici e preparatori atletici. Che con il suo rifiuto a correre il Monte Bianco col maltempo – gli animali scendono, perché io devo salire, spiega – è una bomba lanciata contro gli sponsor. Che con il suo dichiararsi non un vincente ma un vinto – perché ha dovuto radere al suolo casa sua e perché sono infinitamente più numerose le volte in cui non arrivi primo di quelle in cui porti a casa la medaglia – con il suo non sorridere mai, così poco consono nel tempo dell’ottimismo, è una bomba più potente e persuasiva di tanti spot di colle per dentiere e assorbenti contro le piccole perdite di urina e cremine miracolose.

(La foto è tratta da questo articolo sulla Stampa, piuttosto interessante)


Figli e tabelline

Leviamoci subito ‘sto macigno: io non ho figli.

Giusto per mettere le mani avanti e anticipare l’obiezione che leggo negli occhi di chi ne ha messi al mondo. Obiezione che nel sollevarsi delle sopracciglia può  interpretarsi pressapoco così:

– ecché vuoi saperne te che NON hai figli?

Essendo però stata  “figlia” da quando sono al mondo, mi permetto la mia su una notiziola che La Stampa di oggi spara in prima, e che di suo starebbe in una riga:

“Compiti a casa, un tribunale canadese li cancella”.

Una riga meritevole però, secondo il quotidiano torinese, di ben due contributi l’un contro l’altro armati.

1) Il primo di Paola Mastrocola, in veste di “prof”, che potete leggere qui e che suona pressapoco come suonano di solito i suoi pezzi:

eh insomma, non sarebbe ora che questi scansafatiche si mettessero a studiare?!

Per inciso, di solito la quello che dice la Mastrocola è musica per le mie orecchie, essendo io poco preparata in pedagogia che non sia d’antan e vagamente torquemadiana (siamo nati per soffrire, no? e allora si cominci alle Elementari, che da piccoli si impara meglio!)

2) Il secondo di Elena Lowenthal, in veste di “mamma”, che trovate qui, e che fa un quadro gustoso dell’impatto devastante che i compiti dei figli hanno sulla vita famigliare. Titolo: “una tortura quotidiana”.

Da entrambi pezzi (più da quello della Lowenthal, ma traspare anche in quello della Mastrocola) si evince che è prassi comune che i genitori facciano i compiti con i figli e che i compiti siano pertanto un problema dei genitori fino ad un età non precisata ma avanzata (dalle tabelline a Foscolo superggiù).

Ora, non è che non me ne fossi accorta prima, avendo orecchiato le abitudini di amiche con prole (amiche soprattutto, gli amici maschi con figli per non sbagliare si occupano d’altro. E d’altronde il Calabresi che di tutta questa dinamica di genere deve essere evidentemente consapevole  non ha mica commissionato i commenti della notizia a uomini, no?).

Ma scriverlo proprio così, papale papale:

I GENITORI FANNO I COMPITI INSIEME AI FIGLI

scriverlo sul giornale, senza metter in dubbio la liceità della pratica, mi lascia perplessa.

A me sembra che i compiti siano – debbano essere – un problema dei soli bambini.

Che gli adulti di casa non debbano entrarci se non in casi di conclamata e drammatica inettitudine del pargolo.

Che se proprio devono entrarci che ci entrino sporadicamente, con un aiutino, una ripetizioncina, un suggerimento, non sostituendosi all’inetto nella risoluzione del problema o nell’ideazione del pensierino.

Che debbano entrarci solo un attimo prima che il pargolo venga bocciato, sperando di salvare il salvabile e perchè la mamma è sempre la mamma e non vogliamo che il pargolo pensi che non ci si prende cura di lui.

Che semmai spetti ai genitori rompere semplicemente le scatole perchè l’inetto si stacchi dalla play statione e li faccia, questi benedetti compiti.

Il lasciare i compiti ai figli mi pare abbia due lati positivi:

1) PER I PARGOLI: impareranno qualcosa DA SOLI, senza appoggiarsi alle figure di riferimento. Non vuol dire farsi i muscoli su qualcosa che è alla loro portata? Non vuol dire CRESCERE, questo?

2) PER I GENITORI: avranno un motivo in meno per lamentarsi.

Però io non ho figli, quindi …

Buon fine settimana a tutti!


Della santa che perse la testa e altre storie

Dicono ne basti un frammento, e il mal di testa guarisce. Si può anche usare il cotone benedetto nel giorno della Santa, il 16 giugno. Va messo nelle orecchie. In mancanza di quello però, una scheggia minuscola sarà più che sufficiente.

E’ così che Santa Limbania, a Rocca Grimalda ha perso tutti e due i piedi.

La statua della vergine cipriota, vissuta a Genova sul chiudersi del Medioevo, è conservata all’interno di un piccolo altare, nella chiesetta omonima, a picco sulla rocca.

Chiusa, perlopiù. Per entrare bisogna sentire il parroco.

Una volta dentro dimenticate il bel Sant’Antonio con l’asino, le teorie di cherubini e tutti gli affreschi rinascimentali, ridotti ad un velo splendido e superbo, e dirigetevi al piccolo altare di destra, vicino ai pochi ex-voto rimasti.

C’è un buco, a sinistra dell’altare.

Lei è lì, in abito monacale, da quasi tre secoli.

E non ha più i piedi.

Anche il corpo ligneo è stato martirizzato a colpi di coltello, inferti dalla più limpida devozione per la santa che cura il mal di testa e tutti quelli un po’ così, con qualcosa che non va, dalle parti del cervello.

Bastava infilarla dentro al buco, la testa. E funzionava anche in via preventiva, sui neonati. Solo che, già che c’eri, già che avevi fatto il viaggio su alla Rocca, te ne portavi via un pezzetto, della santa. Da tenere in casa. Maniman…

Come poi sia venuta fuori questa storia del mal di testa è cosa degna d’un gothic novel.

Siamo alla fine del tredicesimo secolo. La monaca era già morta da un pezzo, una vita spesa tra penitenze e miracoli, ma le pratiche di canonizzazione andavano per le lunghe.

Genova ribolliva di devozione.

Una fanciulla venuta dall’Oriente, dopo una traversata dal sapore soprannaturale. La santa giusta, nella terra di Cristoforo Colombo, fatta apposta per diventare la protettrice di chi viaggia per mare e, ad abudantiam, anche per terra. Marinai e carrettieri, insomma.

Nel monastero di San Tommaso si fa la fila per vederne la tomba. L’accesso ai locali che la ospitano richiede però il nulla osta dei superiori. Per comodità di esposizione ai fedeli si decide di mozzare il capo alla salma e custodirlo in una teca d’argento.

Il 16 giugno 1296 un gruppo di devoti chiede di poter toccare la reliquia.

Il sacerdote accetta, ma dubita.

Prende in mano il capo della monaca e si dirige verso i fedeli, anche se in cuor suo avrebbe preferito usare maggior cautela. Roma, in fondo, non si è ancora espressa.

Alla scarsa devozione del sacerdote la santa reagisce da par suo. Un caratterino spigoloso, in fondo, fin dai tempi in cui, giovanetta, affidandosi a Dio e ad un marinaio diretto chissadove, si ribellò al padre, che l’avrebbe preferita sposa e madre.

La reliquia si libera dalla stretta del canonico di poca fede, si solleva in aria e nello stupore dei presenti torna all’altare, guadagnando alla santa, per forza di levitazione, un’incontestabile attinenza con i dolori di capo.

Il cammino di Santa Limbania, l’hanno chiamato.

L’iniziativa è di frontiera e vede congiunte la Provincia di Alessandria, quella di Genova ed i comuni dell’Oltregiogo. Si parte dalla Chiesa di Santa Limbania a Voltri, si imbocca l’antica strada della Cannellona, si attraversa l’Appennino e si approda nell’Alto Monferrato, con tappe nei luoghi che alla santa hanno dedicato, nei secoli, segni tangibili di benevolenza: la chiesetta di Rocca Grimalda, i frammenti della pieve di Castelletto d’Orba, l’Oratorio dei Bianchi di Gavi, che della monaca genovese conserva una pregevole statua lignea settecentesca.

Il tutto ovviamente a piedi. Organizzazione ed supporto ai pellegrini-escursionisti vengono garantiti dagli enti locali, sulla base di un progetto scientifico presentato un paio d’anni orsono dalla ricercatrice genovese Sonia Maura Barillari, per conto del Laboratorio Etnoantropologico di Rocca Grimalda. L’avvio ad ottobre 2004, con una tregiorni escursionistica legata al cartellone di Genova Capitale della Cultura. Due invece gli appuntamenti fissati quest’anno, a giugno e settembre, con l’ambizione che questo sia solo l’inizio, la prova generale di un futuribile “cammino di Santiago” in versione ligure-monferrina. Con un di più enogastronomico, però. Ogni tappa consente infatti ai pellegrini-escursionisti di avvicinare i prodotti che pratiche secolari hanno reso tipici del territorio, offerti da pro-loco ed associazioni locali: la focaccia di Voltri, il Dolcetto d’Ovada, la pierbureira di Rocca Grimalda (antica minestra rocchese n.d.r.), le grappe di Silvano d’Orba, gli amaretti di Gavi.

L’idea che sta dietro l’iniziativa è semplice: riattivare la rete di sentieri che collegava Genova all’Oltregiogo, le antiche vie del sale, del vino, dell’olio e del grano. Negli intenti degli organizzatori manutenzione periodica dei percorsi, segnaletica, definizione di itinerari che prevedano tappe, ritorni e possibili vie di fuga. Per consentire ad escursionisti e famiglie di sperimentare, magari a frammenti, cos’erano le strade d’un tempo, percorse da quegli stessi mulattieri e carrettieri devoti alla santa d’Oriente. «Prima si fa, poi si racconta – puntualizza Giovanni Duglio, assessore ai parchi ed aree protette della Provincia di Genova ed escursionista appassionato – bisognava mettere alla prova il progetto che sta dietro il cammino di Santa Limbania. E abbiamo dimostrato nei fatti, passo dopo passo, come possa rappresentare un modo concreto per riappropriarsi di un territorio». A scandire le tappe un gruppo di lavoro affiatato, che ha superato la prova dell’Alta Via dei Monti Liguri, giungendo  alla definizione di una rete sentieristica che vent’anni fa era una chimera, ed oggi una realtà consolidata nel panorama nazionale.

Si va avanti così, tra cultura e prassi.

Dal furgoncino di supporto ai pellegrini l’assessore-escursionista estrae un rotolone di carta. Riproduce una mappa del 1852. Un prato di toponimi inequivocabilmente liguri. Un ricamo di possibilità. «Dalle parti del Turchino esistevano varianti invernali, verso il mare, e sentieri estivi, nel folto dei castagni  – prosegue Duglio – e naturalmente c’erano varianti “regolari”, perfettamente leggibili, ed altre che la mappa non segnala. La Repubblica di Genova si occupava delle prime, sorvegliava i traffici e puntualmente batteva cassa. Chi preferiva non incontrare i gabellieri doveva farsi strada diversamente». Un intrico di percorsi notturni, neppure tratteggiati, di passaggi che non diresti.

E ad arricchire di letture possibili quest’angolo di Appennino anche, qua e là, una cert’aria da briganti.

La via maestra, tra il lusco e il brusco, che si anima d’ombre.

Posti maledetti, che la toponomastica inchioda nei secoli, come la Ca’ delle Anime. Un antico albergo e luogo di ristoro, un quadratino minuscolo aggrappato al tratto scuro della Cannellona. Pare che ai viaggiatori ben forniti di denaro venisse riservata una camera molto particolare, insonorizzata a bella posta. Al calar delle tenebre, i malcapitati ospiti venivano spogliati di tutti gli averi e trucidati, senza che nella locanda nessun avventore s’accorgesse di quanto stava accadendo. I corpi venivano poi accuratamente sepolti. La leggenda vuole che le anime delle vittime tornassero ad aleggiare sul luogo del massacro, tormentando i sopravvissuti.

Come non bastassero, lungo questi sentieri, i morti ammazzati fuor di leggenda. Perché Genova è lì, ad un passo, e prima di piantar la bandiera le truppe di croati austriaci e soldati napoleonici dovevano pur traversarlo l’Appennino.

«Il passato torna ad ogni svolta – aggiunge Duglio – c’è un agriturismo, lungo il sentiero, poco sopra Rossiglione, dov’è stato rinvenuto recentemente uno scudo marmoreo, con incisa la conchiglia di San Giacomo. Segno che si passava anche di qui per raggiungere la Galizia».

E la monaca genovese? Siamo fuori strada?

«Ridurre il progetto del cammino di Santa Limbania ad un semplice percorso da un luogo ad un altro sarebbe “filologicamente” scorretto» spiega Duglio.

Perché quello di “cammino” – l’andare secolare degli uomini – è concetto sottilmente anarchico. Irrimediabilmente lontano, dacché s’è persa l’abitudine, nello spazio rettilineo contemporaneo, alla complessità del vecchio mondo, che faceva strade a forza di passi e secondo le esigenze.

Estate, inverno, brigante o mulattiere.

«I turisti del Nord Europa? Impazziscono per l’elicriso»

Duglio raccoglie un rametto verde salvia, foglioline lanceolate, capocchietta giallina, profumo intenso. «E’ una pianta tipicamente mediterranea – dice – “E’” il Mediterraneo». Siamo sopra Costa d’Ovada, ma il mare è nell’aria, e Genova incombe come un destino. Che è poi l’infinito ritorno dei carrettieri, fattosi al fine sublime canzonetta, quando già l’automobile aveva ridisegnato in piano la geografia verticale di questi luoghi.

L’emozione dell’avvocato di Asti ritorna intera, facendo a piedi dal Monferrato al mare, o anche viceversa, come nell’appuntamento di giugno. «Un mondo vario e ricco. Prima la città, subito dopo la Val Cerusa aspra – prosegue Duglio – poi l’atmosfera particolare dello spartiacque, nel vento». Scendendo tocca all’imbuto sassoso della Val Gargassa, al verde smalto delle Ciazze, castagni, vigneti, castelli. Qualche relitto, qua e là, di quella che Paolo Diacono chiamava foresta urba e la dolcezza del Monferrato.

E tutto in un giro di sguardo, da Forte Geremia.

Costruito ad un passo dal valico del Turchino, ebbe la vita breve della fragile inimicizia contro un nemico possibile, la Francia di fine Ottocento. Fu presidio e luogo d’avvistamento – Napoleone in fondo era sceso di lì, cent’anni prima – ma non passò mezzo secolo che l’Amministrazione Militare ne riconobbe l’inutilità pratica e strategica e lo abbandonò al destino dei beni demaniali.

Ciò che resta è un capolavoro di mimesi, un camaleontico esercizio di morfologia militare, adagiato sul dorso immobile del crinale.

Una tana silenziosa, una scacchiera di invisibili casematte, di torrette sommerse.

Ricollocate le poche pietre mancanti – le originali rinforzano qualche cascina dei dintorni –  ricostruite solette e soffitti crollati, il fortilizio è stato recentemente restaurato per servire da punto d’appoggio al Parco Regionale del Beigua e all’Alta Via dei Monti Liguri. E posto tappa per il Cammino di Santa Limbania.

E seppur elegantemente restituito al viandante, aperto a comitive, comodo per pernottare e ristorarsi, Forte Geremia  resta un luogo altro, dove «in certi giorni – conclude Duglio – il panorama toglie il fiato».

Erbe basse, cerfoglio selvatico, pietre, vento.

La Corsica, dicono, insieme al bianco delle Alpi.

E un silenzio sospeso, dopo tanto strepito.

Ti aspetteresti, da un momento all’altro, una nube all’orizzonte.

I Tartari, finalmente.

Pubblicato su «Oltre» – Luglio-Agosto 2007


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