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Diavolo d’un Edmondo

Edmondo De Amicis

L’Associazione Filofestival ha appena pubblicato un numero del  notiziario «Colibrì» interamente dedicato a Edmondo De Amicis e al suo «Amore e ginnastica», libro scelto quest’anno per Qui comincia la lettura. Di seguito un mio scritto, accolto nel notiziario.

Diavolo d’un Edmondo

Il Professore riceve il mercoledì, prima della lezione, e di solito non c’è coda. Nonostante la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Genova all’inizio degli anni Novanta trabocchi di studenti, davanti a quella porta a vetri al primo piano di Via Balbi 6, superato lo scalone monumentale con le scritte marxiste-leniniste, la bussola di ingresso al dipartimento di Letteratura Italiana, gli schedari della biblioteca e il corridoio senza finestre, davanti alla porta a vetri chiusa del Professore siamo comunque quattro gatti.
La crema, pensi, quando stai seduto lì.
Ad assistere alle sue lezioni d’inizio anno c’è il mondo, poi sempre meno. Un gruppo sparuto resiste fino a maggio, si inscrive all’appello e intanto si guarda intorno per capire con quale altro docente sostenere il secondo esame di Letteratura Italiana, curricularmente obbligatorio. I pochissimi che non mollano soffrono, ma guadagnano la possibilità di alzare la posta e dare una vigorosa accelerata, il giorno del secondo esame presentando al Professore, come prova scritta, un capitolo della futura tesi.
La crema della crema.
Lì, voglio stare.
Anche se mi sento antropologicamente diversa dagli altri davanti alla porta a vetri. Intanto sono tutti maschi – a Lettere? a Lettere –  e soprattutto ho la sgradevole sensazione che la sappiano decisamente più lunga di me. Ce l’ho da subito, per tutti gli anni che la cosa va avanti e anche dopo. Così mi faccio forza, ripeto mentalmente il discorso e quando viene il mio turno entro e attacco, decisa: vorrei fare la tesi con lei.
Il Professore mi guarda.
Il primo esame mi aveva dato trenta. Magari si ricorda, penso, siamo solo quattro gatti, e invece non si ricorda. Non deve essere stato un gran trenta.
Se ho già un’idea?
Mmm. I Dante i Gadda e i Leopardi mi sembrano adatti a chi la sa un po’ più lunga. Preferirei un Minore.
De Amicis, azzardo.
Il Professore succhia una radice di liquirizia, invece di una sigaretta.
Secondo me ha capito che non intendo De Amicis in generale, ma Cuore.
Mi guarda ancora.
Sposta il legnetto dall’altro lato della bocca.
Se ho già una tesi da dimostrare?
Ah.
Non ci avevo pensato. Forse dovevo. Forse di solito si presentano con qualcosa di più, il legame tra una certa immagine in Boccaccio e un’altra in Montale per esempio, ma lì per lì non mi viene niente.
Il libro Cuore?, dico tanto per non star zitta.
Il Professore riporta il legnetto alla posizione iniziale.
Senta Professore.
Non ce l’ho una tesi da dimostrare.
Ho un problema.
Personale.
Basterà, per farci una tesi?

Il mio problema personale ha dodici anni e si chiama Giulio. E’ figlio di un impiegato delle ferrovie che nel perfetto italiano di De Amicis vive nelle strettezze, e per guadagnare qualcosa in più accetta lavoretti extra. Ogni sera ad esempio ricopia nomi e indirizzi di abbonati ad una rivista su certe fascette, la mattina dopo le conta e sul numero calcola quale compenso riceverà.
Giulio è molto grato a suo padre per la gran fatica che fa, e molto rattristato al vederlo sempre stanco. Per aiutarlo, una notte attende che tutti siano andati a dormire, si alza e segretamente prende a compilar fascette al posto del ferroviere, che la mattina dopo, contando il mucchio, pensa di aver lavorato la sera precedente con maggior lena e capacità, e tutto compiaciuto si precipita a lo raccontarlo alla famiglia.
Il ragazzo decide allora di perseverare nel suo piccolo inganno, ma notte dopo notte l’impegno lo sfinisce, e comincia ad avere brutti risultati a scuola. Il  padre dapprima s’inquieta, poi lo rimbrotta, poi lo accusa e lo attacca pesantemente, in un crescendo acrimonioso che da quando un qualche parente mi regalò un’edizione extralusso di Cuore deliziosamente illustrata, ha instillato veleno a gocce nei miei pomeriggi di bambina lettrice.
Il fatto è che prima di essere crema della crema avevo voluto disperatamente essere un piccolo scrivano fiorentino. E le lacrime che versavo copiose quando il padre finalmente riconosceva il buon cuore del piccolo Giulio non erano solo di sollievo, erano di contrizione: se avevo un papà che lavorava duramente (per camparci la vita, direbbe De Amicis), perché non potevo avere anche io le mie fascette?

Davanti al Professore non avevo ben chiaro quale fosse il problema. Nutrivo solo un’animosità bella tonica nei riguardi dell’autore, uno che andava in radio a dichiarare che i poveri sono le brioche dell’anima (Giorgio Manganelli, Interviste Impossibili), uno che mutilava i bambini e poi li obbligava a salire sulla pertica, che li riempiva di botte e poi li faceva addormentare sul banco, che li piazzava su un piroscafo in terza classe e li spediva in Argentina a cercare la mamma che disgraziatamente non s’era più fatta sentire e quando finalmente arrivavano, dopo un viaggio spaventoso, gliela faceva trovare in fin di vita. Uno che mi aveva fatto ingoiare lacrime a secchi, e quasi sempre al sapor di zolfo.
Così mi misi all’opera. Guarda come te lo smonto, pensavo. Guarda come te lo sistemo, il De Amicis. Anni di lezioni, frequentazione della crema e della crema della crema, studio matto e disperatissimo: Barthes Benjamin Bachtin, tutta una pletora di strutturalisti e destrutturalisti vari, tutto il corredo, contro di lui. L’avrei fatto a pezzi e gettato in un angolo. Chissenefrega se Calvino ha insistito così tanto, con Amore e Ginnastica. Chissenefrega di Sull’Oceano, di Primo Maggio, della parte socialisteggiante e turatiana e forse perfino pacifista. Dal massacro critico che lo attendeva, il De Amicis sarebbe uscito pesto, e io pronta, finalmente, per affrontare un Maggiore.
E soprattutto dopo questa battaglia a colpi di significante significato omo ed extradiegesi cronotopi ed isotopie avrei finalmente capito perché avevo versato tante lacrime.
Avevo versato.
Trapassato prossimo remotissimo, perché adesso, consapevole com’ero diventata di Che Cosa è la Letteratura, con il mio bel posto davanti alla porta a vetri alle dieci meno un quarto del mercoledì, su quel pezzo da museo di provincia del Cuore non avrei più versato una lacrima.

Mi procurai allora l’edizione Tamburini e svariate altre. Tutto letto e commentato decine di volte, per un totale di centinaia di schede. Mi procurai tutto quello che per sentito dire o per indagine bibliografica avesse qualche tangenza con le parole Cuore e De Amicis, compresa qualche copia en passant del supplemento de L’Unità perché non si sa mai. Seguivo infatti scrupolosamente l’aureo precetto distillato in Come si fa una tesi di laurea di Umberto Eco, che allora si doveva tenere presente e ora non so se si venda ancora: per far bene su un certo argomento – dice pressappoco l’Eco – bisogna proporsi di diventare, dell’argomento, il massimo esperto mondiale.
E ligia alla regola non scansai, del medesimo, l’arcinoto e perciò ultrasospetto Elogio di Franti, ma fu solo per amor di completezza e per un zinzino di pedanteria. Franti infatti non c’entrava con il mio Problema. Per Franti, io, non avevo mai versato una lacrima.
Pane al pane, caro De Amicis: Franti non fa piangere. Neanche un po’. Neanche quando tratta male quella povera donna di sua madre. E se posso esprimere la mia opinione – certo non la più grande esperta mondiale, ma una che Cuore l’ha letto allo sfinimento – il miracolo del far piangere i sassi non succede perché, come personaggio, Franti vien fuori poco e male, e scompare troppo alla svelta. Ora, essendo Cuore un melodramma – potrei convincerla avesse voglia di leggersi tutte le quasi quattrocento pagine che mi ci sono volute per dimostrarlo – dicevo essendo Cuore un melodramma capisco che lei abbia bisogno di un personaggio Cattivo. Proprio cattivo cattivo, senza sfumature profondità o redenzione, capace di far risaltare gli altri, i Buoni. Ma come personaggio Franti non c’è. Vuol mettere un Derossi? un Garrone? Sia sincero De Amicis: lei, il Franti, l’ha un po’ tirato via.

Però così non va mica bene. Qui si tratta di smontare il Cuore, mica Eco. Disinnescare la bomba. Dimostrare una volta per tutte, ripagandomi di tante lacrime, che è un libro pe-ri-co-lo-so. E descrivere con precisione dove si annidi la minaccia, in quale meccanismo di concatenazione dei periodi, dietro quale subdolo montaggio delle immagini e annodarsi di trame, sotto quale apparente semplicità lessicale si debba cercare il marcio, stanarlo, portarlo alla luce e dire finalmente al mondo: tranquilli, è innocuo.
Dovrebbe essere un gioco da ragazzi, essendo un Minore.
E infatti, leggi e rileggi, qualcosa del congegno mi sembra di capire: per esempio Giulio non è mica l’unico, a dannarsi per la famiglia, anzi qui è tutto un gioco di specchi, di rifrazioni continue per cui se hai la qualifica di figlio ti devi sacrificare, sia tu muratorino piemontese o figlio di bottegai romagnoli (diciamo che in Cuore se hai un padre e/o una madre sei grossomodo fregato). E più leggo, più scopro che tutta la faccenda ruota intorno ad una certa idea di Bambino e di Società, e si rivela insomma, devo dirlo?, ideologica. E intuisco anche che Cuore è un mondo (possibile?) in cui tutto si tiene, congegnato come un Lego, adattissimo a stritolare i bambini (e le bambine, ma questo è un altro Problema) rassicurando i grandi (alcuni, almeno).

Capito?
Sicura?
Allora esperimento. Rileggere. Senza svicolare: proprio Il Piccolo Scrivano Fiorentino. Ogni notte Giulio si alza e di nascosto scrive fascette al posto del padre, poi arrivano i brutti voti a scuola.
Tutto tranquillo fin qui?
Bene.
Allora proseguiamo con i rimbrotti del padre, le lamentazioni, la perseveranza di Giulio.
Sentito niente?
I pensieri del ragazzino ti sembrano un po’ commoventi?
Ma se è lo stesso meccanismo già visto, quello che tornerà qualche pagina più avanti, in Sangue Romagnolo, lì addirittura, per salvare la nonna, il ragazzino si lascia ammazzare, quindi via, noi non lasciamoci abbindolare, tiriamo avanti con i buoni propositi di Giulio e soprattutto a ciglio asciutto. Dopo una sfuriata più feroce delle altre il ragazzo decide di alzarsi per un’ultima volta, urta inavvertitamente un libro, il libro cade, il padre si sveglia, si insospettisce, lo strepito dei carri in strada ne copre i passi, Giulio continua a scrivere fascette su fascette, non si accorge di essere osservato, ma insomma! metti via il fazzoletto! è sempre la stessa storia! attenzione, riprendiamo su: il  padre sta alle spalle del  ragazzo chino sulle fascette, sta lì in un angolo ad osservarlo, piange, le braccia alla fine serrano la testa di Giulio, quasi lo soffocano, e adesso basta! è evidente che non si vuol ragionare, tanto vale piantarla lì e dedicarsi ad altro, che forse non è giornata e, magari, oggi, siamo un po’ troppo sensibili.
E poi, non pare anche a te di sentire un certo odore di zolfo?


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