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Una modesta proposta per Natale

Ho scritto questa cosa natalizia per Cultweek. “La definizione stessa di ‘salute mentale’ è la capacità di partecipare alla civiltà dei consumi”. La frase non è mia, sta a pagina 32 del romanzo Le correzioni di Jonathan Franzen. Nei primi anni Duemila, mi conquistò anche perché, al centro della vicenda, c’è il feroce desiderio della protagonista Enid, desperate housewife del Midwest, di organizzare un ultimo Natale “all together”, con il marito gloriosamente avviato alla demenza senile e i tre figli più o meno accasati e sparsi in giro per il mondo, variamente irrisolti, arrabbiati, fragili, soli. Pronti a trovare scuse lievemente ignobili per non partecipare, e per questo preda di occasionali, devastanti sensi di colpa. Ma che bello! mi dicevo leggendo. Allora non siamo noi, il problema. Non è il fatto di essere italiani, cattolici, mediterranei, provinciali, familisti, bamboccioni e mammoni. Il problema è proprio il Natale. Non dico in assoluto, ma il Natale oggi, dicembre 2014, in un qualunque paese occidentale in cui la suddetta civiltà dei consumi si esprima al suo meglio. La carrettata di aspettative emotive che il 25 dicembre ci rovescia addosso. La serenità imposta per decreto pubblicitario. L’idea malsana per cui, la notte santa, i conflitti non esistono, le frustrazioni non esistono, i rospi vanno inghiottiti, le ferite guarite, le fragilità rinforzate, le famiglie riunite costi quel che costi. L’idea che la Felicità esiste e il pranzo di Natale tutti insieme è la strada. Melassa in cui i pubblicitari inzuppano il pane, e veleno per la nostra salute mentale. Ora, una modesta proposta io l’avrei. Non la fuga. Quella l’ho provata e non funziona: non smette di essere Natale, se mangi kebab a millequattrocento chilometri da casa. La modesta proposta è fare quel che faceva mio padre quando ero piccola. La mattina del 25 puntava la sveglia, si metteva in macchina, faceva quarantacinque minuti di Provinciale ghiacciata o innevata, parcheggiava nella piazza centrale di un paesone adagiato sulle colline e rinomato per i suoi dolciumi, varcava la soglia della pasticceria, faceva altri quarantacinque minuti di coda e comprava due chili di magnifiche paste. Con in mano quel’involto irragionevole per una famiglia di cinque persone, andava dal barbiere e si faceva tagliare i capelli. Rifaceva altri quarantacinque minuti di strada ghiacciata o innevata, e tornava a casa in tempo per il pranzo di Natale. Tutti gli anni. Di mestiere, mio padre era panettiere e pasticcere. Dodici ore al giorno, sei giorni la settimana, per quarant’anni. Non fu esattamente una scelta. E la mattina di Natale faceva tutta quella strada solo per comprare un vassoio di dolci impastati, modellati, decorati e cotti da mani che non fossero le sue. A sei anni, innamorata com’ero, la consideravo una manifestazione d’affetto. A sedici, una tenera stramberia. A quarantatre, un atto di resistenza nonviolenta nei confronti del destino. La medesima contestazione che mio padre ha messo in atto dal giorno in cui lo Stato gli ha riconosciuto una (modesta) pensione: rifiutarsi di impastare alcunché, fossero pure tre etti di farina per la pizza. Quanto al taglio di capelli, azzardo una spiegazione. Forse una volta c’era meno gente in pasticceria e mio padre si è trovato in strada, col suo enorme cabaret di paste, più presto del solito. Doveva essere una mattina non troppo fredda e ha deciso di far due passi. Il paese è piccolo, in meno di dieci minuti si fa da un capo all’altro. Svoltando in un vicolo, si è accorto di questo salone assurdamente aperto la mattina di Natale, neanche fossimo in un film di Sorrentino. «Perché no?», deve aver pensato. E’ entrato e si è accodato allo speculare atto di ribellione di un barbiere cocciuto che rifiuta la ricorrenza e tira su la serranda. Oggi mi piace pensare che questo bislacco Natale sia il modo laico che mio padre trovò per santificare la festa e infilarci dentro una dimensione spirituale difficile da avvertire dentro il troppo-pieno emotivo che cominciava a sommergerci. Quindi lo prendo come un viatico, e volentieri lo condivido con chi spera solo che il 25 passi in fretta: il giorno di Natale, fai qualcosa che ti faccia sentire libero. Se puoi, non farlo da solo: esci di casa, trovati anche tu il tuo barbiere. Poi, magari, leggi Franzen. Non risolve, ma aiuta.


Questione di punti di vista

Leggo «Libertà» di Jonathan Franzen. Negandomi  risolutamente al profluvio di parole spese sulle pagine degli inserti culturali e in rete. Avendo apprezzato il precedente «Le correzioni», voglio evitare l’effetto alone del capolavoro/flop annunciato e farmi un’idea. Mia, possibilmente.

E l’idea è questa:  avercene. Continua a leggere


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