Di luce propria in frammenti e immagini/2

Quando il padrone entrò nella sala dove gli orfani attendevano schierati spalla a spalla, fuori pioveva col vento. Davanti al tavolo del preposto l’acqua gocciolava dai ricci alla barba, alle spalle, alla pancia, alla punta degli scarponi, alla pozza sul marmo. Sembrava un orco.

«I più grandi niente sussidio» disse il preposto.

«Che m’importa del sussidio! Mi serve un assistente, mica la carità, perdio!»

Sembrava Barbablù.

Degli altri due spanne più alto, Antonio teneva gli occhi sulla pozza che si allargava, ploc, ploc, gli stivali con il segno del bagnato, ploc, ploc, ploc. “Mi toccherà asciugare” pensava. Invece era stato scelto.

«Lui?» domandò il preposto.

Lui. Così è la vita.

Un frammento e un’immagine per raccontare Di luce propria.

Qui ancora uno scatto dell’immenso Jacob Riis (1849-1914).

Di luce propria in frammenti e immagini/1

Ai tempi gloriosi del collodio umido, quando tirare stampe da un negativo su vetro richiedeva la destrezza di un illusionista, i praticoni da quattro soldi si riconoscevano dalle sbavature negli angoli. Ombre spettrali, nebbie cariche di mistero assediavano mezzibusti e figure intere. Montate su cartoncino per prevenire arricciature, le fotografie si riponevano in astucci stampigliati a caratteri d’oro o in pesanti album con la sopraccoperta di cuoio, oppure venivano sistemate in bella vista dentro cornici preziose, come si trattasse di ritratti a olio. La mistura di sale, nitrato d’argento e chiara d’uovo che impregnava la carta fotografica si degradava in fretta, e le immagini acquistavano una sfumatura acquorea, giallastra. Di cui il cliente era comunque soddisfatto, non avendo mai visto il proprio aspetto se non nel fuggevole riflesso dello specchio.

Un frammento e un’immagine per raccontare Di luce propria.

Qui uno scatto dell’immenso Jacob Riis (1849-1914)