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Natale, anche se non sei il tipo

Natale di libri, ma non solo. Sempre su Cultweek, e qui l’originale

Con te il Natale non attacca. Niente magia, niente miracolo, niente di niente. Probabilmente finirai come il vecchio Scrooge, una notte ti toccherà la visita degli spiriti. L’accoppiata Natale-Capodanno poi, quella la consideri letale. Buoni sentimenti-buoni propositi. Hai i tuoi motivi, ma non è il caso di tirarli fuori ogni volta. E dovresti smetterla di dire a tutti che vorresti svegliarti il 7 gennaio. Non sei quel tipo di persona, non così snob.

Quello che ti fa innervosire davvero è il bilancio di fine anno. Che in sé non sarebbe una brutta cosa. Anzi, bilancio è una bella parola concreta, da ragioniere, e i ragionieri capiscono il mondo (Sorrentino su Sette). Affrontano la complessità armati di molte righe e due sole colonne: Entrate/Uscite. Un’attività che li obbliga a fermarsi e suddividere il tempo in trimestri, semestri e annualità, e poi ragionare su quel che è andato bene e quel che non ha funzionato. Invece in Rete, in Tv e sui giornali, insomma ovunque, registri tutto un fiorire di elenchi compilati perlopiù senza criterio esplicito, senza l’intelligenza dei commercialisti, vorresti dire. Concepiti in partenza come liste della spesa, in ossequio, questo sì, alla natura marcantile della faccenda: canzone dell’anno, artista dell’anno, film dell’anno, libro dell’anno, best of. Sì, ma, e la complessità? E il ragionamento? Continua a leggere


La mia Damasco/2

Ancora a proposito del libraio  di cui al post Damasco/1. Oltre a far allestire  di tanto in tanto la vetrina ai lettori affezionati, avviò la pratica del “libro pagato”. Gemella, tra le brume alessandrine, alla solare pratica del “caffè pagato” partenopeo. Non so se al momento sia ancora in vigore, all’epoca funzionava più o meno così. Tu scegli un libro cui sei particolarmente legato e ne paghi regolarmente una copia. La copia resta in libreria, insieme agli altri volumi, senza alcun segno distintivo, per tutto il tempo necessario a che un qualsiasi acquirente, non importa se occasionale o affezionato, arriva a depositarla alla cassa. L’acquirente potrà a quel punto osservare il lieve tremar di sopracciglio del libraio, lo vedrà inforcare gli occhiali da vista, scartabellare tra i mille calepini entro cui miracolosamente il libraio si orienta e… sorpresa! Provvidenza, buona sorte o sincronicità che sia, il lettore si troverà il conto  saldato. Il tutto senza cartelli, pubblicità o squillar di trombe (siamo ad Alessandria, eh!). E senza valutazioni discrezionali circa la capacità patrimoniale del lettore, perchè un libro pagato è un dono prima del cuore e poi del portafoglio.

Certo bisogna fidarsi. Ma se funziona col caffè, perchè non coi libri? Io scelsi di farlo regalando Pastorale Americana, e so per certo – ah il bello della provincia! saper tutto di tutti – che il fortunello lettore, innamoratosi del Roth, s’è poi fatto tutta una cultura rothiana.

Bon, proseguo allora l’elenco dei romanzi per me decisivi. Gli ultimi quattro:

Sterne, Vita e opinioni di Tristram Shandy Gentiluomo.

Lì ho capito che cos’era il romanzo prima della normalizzazione ottocentesca. E anche i motivi – buoni e cattivi – della normalizzazione.

Mc Court, Le ceneri di Angela

Perchè  ha saputo raccontarmi quanto possa essere doloroso scegliere di diventare grandi.

Mann, La montagna incantata

La donna dagli occhi chirghisi. L’amore. Proprio come ci si innamora. L’amore come lo racconta Mann, pochi altri.

Bulgakov, Il Maestro e Margherita

Non mi ricordo la prima volta che l’ho letto. Mi ricordo però la seconda, e la terza, e la quarta. Sai quando ti dicono che il romanzo è morto? Ecco, basta leggere Il Maestro e Margherita per capire quanto sia mal posta la domanda.

Simenon, I fantasmi del cappellaio

Preferisco i non-Maigret. Mi hanno sempre fatto pensare che per certi scrittori scrivere sia come respirare. Naturale. Indispensabile. Maigret, pur sommo personaggio, non mi è mai parso  indispensabile a Simenon.

Morante, La storia

In qualche modo che non so bene spiegare, mi ha insegnato che nella scrittura ci vuole coraggio. E che l’unico orizzonte d’attesa che lo scrittore deve soddisfare è il proprio.


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