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Della santa che perse la testa e altre storie

Dicono ne basti un frammento, e il mal di testa guarisce. Si può anche usare il cotone benedetto nel giorno della Santa, il 16 giugno. Va messo nelle orecchie. In mancanza di quello però, una scheggia minuscola sarà più che sufficiente.

E’ così che Santa Limbania, a Rocca Grimalda ha perso tutti e due i piedi.

La statua della vergine cipriota, vissuta a Genova sul chiudersi del Medioevo, è conservata all’interno di un piccolo altare, nella chiesetta omonima, a picco sulla rocca.

Chiusa, perlopiù. Per entrare bisogna sentire il parroco.

Una volta dentro dimenticate il bel Sant’Antonio con l’asino, le teorie di cherubini e tutti gli affreschi rinascimentali, ridotti ad un velo splendido e superbo, e dirigetevi al piccolo altare di destra, vicino ai pochi ex-voto rimasti.

C’è un buco, a sinistra dell’altare.

Lei è lì, in abito monacale, da quasi tre secoli.

E non ha più i piedi.

Anche il corpo ligneo è stato martirizzato a colpi di coltello, inferti dalla più limpida devozione per la santa che cura il mal di testa e tutti quelli un po’ così, con qualcosa che non va, dalle parti del cervello.

Bastava infilarla dentro al buco, la testa. E funzionava anche in via preventiva, sui neonati. Solo che, già che c’eri, già che avevi fatto il viaggio su alla Rocca, te ne portavi via un pezzetto, della santa. Da tenere in casa. Maniman…

Come poi sia venuta fuori questa storia del mal di testa è cosa degna d’un gothic novel.

Siamo alla fine del tredicesimo secolo. La monaca era già morta da un pezzo, una vita spesa tra penitenze e miracoli, ma le pratiche di canonizzazione andavano per le lunghe.

Genova ribolliva di devozione.

Una fanciulla venuta dall’Oriente, dopo una traversata dal sapore soprannaturale. La santa giusta, nella terra di Cristoforo Colombo, fatta apposta per diventare la protettrice di chi viaggia per mare e, ad abudantiam, anche per terra. Marinai e carrettieri, insomma.

Nel monastero di San Tommaso si fa la fila per vederne la tomba. L’accesso ai locali che la ospitano richiede però il nulla osta dei superiori. Per comodità di esposizione ai fedeli si decide di mozzare il capo alla salma e custodirlo in una teca d’argento.

Il 16 giugno 1296 un gruppo di devoti chiede di poter toccare la reliquia.

Il sacerdote accetta, ma dubita.

Prende in mano il capo della monaca e si dirige verso i fedeli, anche se in cuor suo avrebbe preferito usare maggior cautela. Roma, in fondo, non si è ancora espressa.

Alla scarsa devozione del sacerdote la santa reagisce da par suo. Un caratterino spigoloso, in fondo, fin dai tempi in cui, giovanetta, affidandosi a Dio e ad un marinaio diretto chissadove, si ribellò al padre, che l’avrebbe preferita sposa e madre.

La reliquia si libera dalla stretta del canonico di poca fede, si solleva in aria e nello stupore dei presenti torna all’altare, guadagnando alla santa, per forza di levitazione, un’incontestabile attinenza con i dolori di capo.

Il cammino di Santa Limbania, l’hanno chiamato.

L’iniziativa è di frontiera e vede congiunte la Provincia di Alessandria, quella di Genova ed i comuni dell’Oltregiogo. Si parte dalla Chiesa di Santa Limbania a Voltri, si imbocca l’antica strada della Cannellona, si attraversa l’Appennino e si approda nell’Alto Monferrato, con tappe nei luoghi che alla santa hanno dedicato, nei secoli, segni tangibili di benevolenza: la chiesetta di Rocca Grimalda, i frammenti della pieve di Castelletto d’Orba, l’Oratorio dei Bianchi di Gavi, che della monaca genovese conserva una pregevole statua lignea settecentesca.

Il tutto ovviamente a piedi. Organizzazione ed supporto ai pellegrini-escursionisti vengono garantiti dagli enti locali, sulla base di un progetto scientifico presentato un paio d’anni orsono dalla ricercatrice genovese Sonia Maura Barillari, per conto del Laboratorio Etnoantropologico di Rocca Grimalda. L’avvio ad ottobre 2004, con una tregiorni escursionistica legata al cartellone di Genova Capitale della Cultura. Due invece gli appuntamenti fissati quest’anno, a giugno e settembre, con l’ambizione che questo sia solo l’inizio, la prova generale di un futuribile “cammino di Santiago” in versione ligure-monferrina. Con un di più enogastronomico, però. Ogni tappa consente infatti ai pellegrini-escursionisti di avvicinare i prodotti che pratiche secolari hanno reso tipici del territorio, offerti da pro-loco ed associazioni locali: la focaccia di Voltri, il Dolcetto d’Ovada, la pierbureira di Rocca Grimalda (antica minestra rocchese n.d.r.), le grappe di Silvano d’Orba, gli amaretti di Gavi.

L’idea che sta dietro l’iniziativa è semplice: riattivare la rete di sentieri che collegava Genova all’Oltregiogo, le antiche vie del sale, del vino, dell’olio e del grano. Negli intenti degli organizzatori manutenzione periodica dei percorsi, segnaletica, definizione di itinerari che prevedano tappe, ritorni e possibili vie di fuga. Per consentire ad escursionisti e famiglie di sperimentare, magari a frammenti, cos’erano le strade d’un tempo, percorse da quegli stessi mulattieri e carrettieri devoti alla santa d’Oriente. «Prima si fa, poi si racconta – puntualizza Giovanni Duglio, assessore ai parchi ed aree protette della Provincia di Genova ed escursionista appassionato – bisognava mettere alla prova il progetto che sta dietro il cammino di Santa Limbania. E abbiamo dimostrato nei fatti, passo dopo passo, come possa rappresentare un modo concreto per riappropriarsi di un territorio». A scandire le tappe un gruppo di lavoro affiatato, che ha superato la prova dell’Alta Via dei Monti Liguri, giungendo  alla definizione di una rete sentieristica che vent’anni fa era una chimera, ed oggi una realtà consolidata nel panorama nazionale.

Si va avanti così, tra cultura e prassi.

Dal furgoncino di supporto ai pellegrini l’assessore-escursionista estrae un rotolone di carta. Riproduce una mappa del 1852. Un prato di toponimi inequivocabilmente liguri. Un ricamo di possibilità. «Dalle parti del Turchino esistevano varianti invernali, verso il mare, e sentieri estivi, nel folto dei castagni  – prosegue Duglio – e naturalmente c’erano varianti “regolari”, perfettamente leggibili, ed altre che la mappa non segnala. La Repubblica di Genova si occupava delle prime, sorvegliava i traffici e puntualmente batteva cassa. Chi preferiva non incontrare i gabellieri doveva farsi strada diversamente». Un intrico di percorsi notturni, neppure tratteggiati, di passaggi che non diresti.

E ad arricchire di letture possibili quest’angolo di Appennino anche, qua e là, una cert’aria da briganti.

La via maestra, tra il lusco e il brusco, che si anima d’ombre.

Posti maledetti, che la toponomastica inchioda nei secoli, come la Ca’ delle Anime. Un antico albergo e luogo di ristoro, un quadratino minuscolo aggrappato al tratto scuro della Cannellona. Pare che ai viaggiatori ben forniti di denaro venisse riservata una camera molto particolare, insonorizzata a bella posta. Al calar delle tenebre, i malcapitati ospiti venivano spogliati di tutti gli averi e trucidati, senza che nella locanda nessun avventore s’accorgesse di quanto stava accadendo. I corpi venivano poi accuratamente sepolti. La leggenda vuole che le anime delle vittime tornassero ad aleggiare sul luogo del massacro, tormentando i sopravvissuti.

Come non bastassero, lungo questi sentieri, i morti ammazzati fuor di leggenda. Perché Genova è lì, ad un passo, e prima di piantar la bandiera le truppe di croati austriaci e soldati napoleonici dovevano pur traversarlo l’Appennino.

«Il passato torna ad ogni svolta – aggiunge Duglio – c’è un agriturismo, lungo il sentiero, poco sopra Rossiglione, dov’è stato rinvenuto recentemente uno scudo marmoreo, con incisa la conchiglia di San Giacomo. Segno che si passava anche di qui per raggiungere la Galizia».

E la monaca genovese? Siamo fuori strada?

«Ridurre il progetto del cammino di Santa Limbania ad un semplice percorso da un luogo ad un altro sarebbe “filologicamente” scorretto» spiega Duglio.

Perché quello di “cammino” – l’andare secolare degli uomini – è concetto sottilmente anarchico. Irrimediabilmente lontano, dacché s’è persa l’abitudine, nello spazio rettilineo contemporaneo, alla complessità del vecchio mondo, che faceva strade a forza di passi e secondo le esigenze.

Estate, inverno, brigante o mulattiere.

«I turisti del Nord Europa? Impazziscono per l’elicriso»

Duglio raccoglie un rametto verde salvia, foglioline lanceolate, capocchietta giallina, profumo intenso. «E’ una pianta tipicamente mediterranea – dice – “E’” il Mediterraneo». Siamo sopra Costa d’Ovada, ma il mare è nell’aria, e Genova incombe come un destino. Che è poi l’infinito ritorno dei carrettieri, fattosi al fine sublime canzonetta, quando già l’automobile aveva ridisegnato in piano la geografia verticale di questi luoghi.

L’emozione dell’avvocato di Asti ritorna intera, facendo a piedi dal Monferrato al mare, o anche viceversa, come nell’appuntamento di giugno. «Un mondo vario e ricco. Prima la città, subito dopo la Val Cerusa aspra – prosegue Duglio – poi l’atmosfera particolare dello spartiacque, nel vento». Scendendo tocca all’imbuto sassoso della Val Gargassa, al verde smalto delle Ciazze, castagni, vigneti, castelli. Qualche relitto, qua e là, di quella che Paolo Diacono chiamava foresta urba e la dolcezza del Monferrato.

E tutto in un giro di sguardo, da Forte Geremia.

Costruito ad un passo dal valico del Turchino, ebbe la vita breve della fragile inimicizia contro un nemico possibile, la Francia di fine Ottocento. Fu presidio e luogo d’avvistamento – Napoleone in fondo era sceso di lì, cent’anni prima – ma non passò mezzo secolo che l’Amministrazione Militare ne riconobbe l’inutilità pratica e strategica e lo abbandonò al destino dei beni demaniali.

Ciò che resta è un capolavoro di mimesi, un camaleontico esercizio di morfologia militare, adagiato sul dorso immobile del crinale.

Una tana silenziosa, una scacchiera di invisibili casematte, di torrette sommerse.

Ricollocate le poche pietre mancanti – le originali rinforzano qualche cascina dei dintorni –  ricostruite solette e soffitti crollati, il fortilizio è stato recentemente restaurato per servire da punto d’appoggio al Parco Regionale del Beigua e all’Alta Via dei Monti Liguri. E posto tappa per il Cammino di Santa Limbania.

E seppur elegantemente restituito al viandante, aperto a comitive, comodo per pernottare e ristorarsi, Forte Geremia  resta un luogo altro, dove «in certi giorni – conclude Duglio – il panorama toglie il fiato».

Erbe basse, cerfoglio selvatico, pietre, vento.

La Corsica, dicono, insieme al bianco delle Alpi.

E un silenzio sospeso, dopo tanto strepito.

Ti aspetteresti, da un momento all’altro, una nube all’orizzonte.

I Tartari, finalmente.

Pubblicato su «Oltre» – Luglio-Agosto 2007

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La danza contro il tiranno

La Lachera di Rocca Grimalda, la mascherata che ogni anno, nei giorni del Carnevale, anima il borgo alle porte della piana alessandrina, esibisce un plot dichiaratamente fiabesco.
La performance rievoca infatti un’antica leggenda; ne è protagonista una fanciulla del paese, che la tradizione vuole insidiata da un arrogante castellano, e vittoriosamente difesa dal futuro sposo e da un manipolo di ardimentosi compaesani, sostenuti dal favore popolare. Il tutto collocabile in un non ben precisato e opportunamente favolistico passato medioevale.

continua qui

Pubblicato su «A+» – aprile 2004


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