Se l’8 marzo è un lusso

Ho scritto questo articolo per il quotidiano Il secolo XIX di martedì 8 marzo 2022.

Le donne ucraine sono come tutte le donne del mondo e tengono i bambini per mano, in braccio i più piccoli. Il viaggio è stato duro e per prima cosa, appena arrivate, si preoccupano di lavarli, poi li vestono con magliette e tute che non sono le loro. Ci scherzano sopra, dicono: “guarda che bello, guarda come ti sta bene”. Che i bambini la prendano come un gioco. Li pettinano, li accarezzano, li abbracciano. Poi li sfamano con pietanze cucinate da altre donne che, nelle ore precedenti, hanno preparato per loro una stanza, svuotato un armadio, cambiato le lenzuola, preparato gli asciugamani e messo in fresco due fiori. Per fare un po’ primavera, in questo tremendo 8 marzo 2022.

Secondo il Ministero dell’Interno, i cittadini ucraini entrati in Italia dall’inizio della guerra sono 14.237: 7.052 donne, 1.459 uomini e 5.726 minori. Profughi che sono, quindi, soprattutto profughe. Con figli. E se ci sono donne rimaste a combattere – ci sono sempre, anche se poi la Storia degli uomini fatica a riconoscerle, pensate alle nostre partigiane – se ci sono donne che non hanno intenzione di lasciare l’Ucraina, comprese giornaliste valorose, i numeri dell’esodo dicono che la salvezza di un paese sotto assedio, cioè la salvezza dei bambini, cioè il futuro, passa attraverso la cura. Attraverso le mani delle donne.  

La guerra è qui da prima che arrivassero loro. Io, per esempio, non penso ad altro, e non è tutta colpa di Instagram o delle maratone televisive. Il macellaio mi dice che il fornitore da un giorno all’altro gli ha aumentato il prezzo del pollo di 2 euro al chilo, e lui una cosa del genere non l’ha mai vista, e non sa come regolarsi con le pensionate da 700 euro al mese, e io allora penso alla guerra. Ci penso trasmettendo l’autolettura del gas, facendo il pieno, comprando il pane. Ci penso in classe. Mi chiedono delle armi nucleari e io dico che dal ’45 non le ha più usate nessuno. “Tranquilli” dico, e blatero di guerra fredda e deterrenza, “Tranquilli, adesso prendete Grammatica” e intanto penso: “Ma che ne so, io? E se questa è la volta che invece succede?” Ci penso quando il telegiornale dice che siamo nella black list di Putin. Quando vedo le immagini da Rostov sul Don e mi ricordo di quando ci sono stata cinque anni fa. C’erano un sacco di monumenti ai caduti, coi carri armati e i cannoni. Cose storiche. Le bocche da fuoco, spiegava la guida, sono tutte rivolte ad occidente, e noi ridevamo. Ci penso quando penso alle signore che si prendono cura di mia madre e mi domando se, in questo preciso momento, mentre si occupano di lei, hanno i loro, di vecchi, in un sotterraneo, e i figli al fronte. Ci penso quando si presenta alla porta un corriere che non ho mai visto, e mi chiedo se quello solito, invece dell’elenco delle consegne, adesso non maneggi un AK47. Ci penso talmente tanto, alla guerra, che scrivere qualcosa per l’8 marzo mi sembra quasi un lusso che non mi posso permettere. Non in guerra.

Ma poi mi viene in mente che, nel giugno del 1938, la scrittrice inglese Virginia Woolf pubblicò un saggio dal titolo Le tre ghinee. Rispondeva, Woolf, a chi le chiedeva se ci fosse un modo per fermare la guerra che stava per inghiottire l’Europa. Si combatteva già in Spagna, Hitler aveva già annesso l’Austria. “In quanto donna, la mia patria è il mondo” scriveva Woolf. Sosteneva che, di fronte alla logica della guerra, le donne sono portatrici di un pensiero altro. Una visione del mondo, e una pratica dello stare al mondo, che non porta alla distruzione, ma alla costruzione.

Ecco, se penso alle donne che, quando tutto è perduto, non cedono alla disperazione e ricostruiscono altrove casa e famiglia; se penso alle donne che non cedono al terrore e imbracciano un fucile, o un taccuino e una telecamera; se penso a tutte le altre donne, in Italia, in Europa, che stanno preparando stanze, lenzuola e asciugamani, allora penso che Virginia Woolf aveva ragione, e che questo tremendo 8 marzo 2022 è soprattutto per loro.

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