Di luce propria su Donna moderna

Annarita Briganti ha letto il mio romanzo Di luce propria. Di seguito le sue impressioni sul settimanale Donna moderna in edicola il 2 giugno 2021.

Tanta voglia di un romanzo storico, di quelli che ti distraggono dalla realtà attuale, come Di luce propria (Mondadori), il nuovo libro di Raffaella Romagnolo. Antonio Casagrande è un orfano nell’Italia della seconda metà dell’Ottocento. A 11 anni, quando non ci sperava più, viene preso a bottega da un fotografo esistito realmente, Alessandro Pavia, che sta preparando un album con le fotografie dei Mille di Garibaldi.

Quest’arte diventa il suo lavoro, la sua vita, la sua passione e svela la sua dote magica: con uno dei suoi occhi, quello che non vede, quello che lo ha fatto sentire discriminato fin dalla nascita, quando fotografa, scopre come morirà chi sta fotografando. Accade anche con suo figlio, che si chiama Alessandro, come Pavia, e questo determina un finale ricco di colpi di scena.


Una lettura appassionante, tra fiction e verità storica, che ci regala anche un bel personaggio femminile, madama Carmen, prima tenutaria di una “casa chiusa” con talento per gli affari, poi protagonista dell’alta società parigina e ancora dopo finanziatrice delle prostitute, sempre vicina ad Antonio.

«La luce illumina, capisci? Cioè, senza luce non si vede niente. Se c’è luce, la macchina cattura quello che si vede e lo imprigiona» dice Antonio, quando spiega cos’è una fotografia.

Ormoni e sentimento

L’amatissima Liguria si appresta a diventare “Zona bianca” e io ho scritto questo piccolo contributo apparso sul quotidiano Il secolo XIX il 6 giugno 2021, con il titolo “Se la giovinezza ignora il Covid sulla carrozza del Regionale”.

Sabato pomeriggio, giorni fa. A Genova Principe salgo sul Regionale delle 15:10, diretta a Chiavari.  Multipiano. Carrozza a destra stracolma, tento in quella superiore, diversi cartelli indicano i posti da lasciare liberi, a me sembra comunque pienissima, allora torno dabbasso, accanto alle porte scorrevoli. Il posto più aerato. Il dispenser di Amuchina. Mi disinfetto. Controllo sul cellulare le fermate da qui a Chiavari. Quindici. In piedi per quindici fermate?

Punto la carrozza a sinistra. Intravedo un finestrino aperto. Bene. Un tizio si prepara a scendere. Occupa uno di quei sedili tipo autobus, nessuno dirimpetto, niente ginocchia altrui, divieto sul sedile a fianco. Molto bene. Faccio passare il tizio, guadagno il suo posto e giro lo sguardo intorno. Misuro tre, quattro metri da me e conto: un paio di ragazze sui sedili davanti (lo schienale mi protegge), due ragazzi (vicino al finestrino aperto), una signora rannicchiata in un angolo, mascherina e comunque lontana. Allora schiaccio sul naso la stanghetta metallica della mia FFP2 e finalmente mi siedo. Poi arrivano loro.

Salgono a gruppetti, una dozzina in tre fermate. Auricolari, brufoli, bermuda i maschi, pancia nuda le femmine, scarpe da ginnastica tutti, e tutti in bilico sulla maggiore età. Potrebbero essere miei studenti. Mascherine lasche e cellulari in mano. È un frinire di whatsapp, si sono dati appuntamento, tenuti il posto, occupano i sedili di fronte a me. Tutti i sedili.

Zona gialla? Zona bianca? Zona franca penso scocciata. I ragazzi fanno fatica, si sa. Li vedo appena varcati i cancelli della scuola. Li sento ridere adesso, attraverso lo spazio tra i sedili mi arriva intera la sfrontatezza dell’età. Noi si va al mare e chissenefrega. L’estate che spinge. Ormoni e sentimento. Nella mascherina calata a mezza bocca indovino la sfida alle regole che, nella prima giovinezza, è la regola. Io? Io sono a disagio.

È la prima volta che mi succede da quando insegno. Grazie Covid, bel regalo mi hai fatto. Lo concentro, il disagio, in occhiatacce. Non mi vedono, lo schienale li protegge. Possibile che non passi un controllore? Un pubblico ufficiale che prenda di petto la questione e ci difenda da tutta questa… giovinezza? Mi alzo e mi rifugio accanto al dispenser di Amuchina. Mi disinfetto di nuovo. Loro continuano a passarsi cose, le teste affiancate sulle stories di Instagram. Sarà così la nostra zona bianca? La nostra estate? (Di noi vecchi, intendo). Tutto un “noi” contro “loro”?  “Noi” contro “loro” è l’origine della guerra, insegno a scuola. Controllori, intanto, neanche l’ombra.

Sto pensando se prenderla di petto io, la questione (ragazzi adesso basta, le regole, il rispetto, la tiritera da cattedra insomma) quando trilla l’ennesimo whatsapp ma questa volta è per me. La mia amica Paola. Ci siamo viste la settimana scorsa, abbiamo contato i mesi dalla volta precedente. Quindici, come le fermate tra Genova Principe e Chiavari. E ci siamo abbracciate. Mascherate, allontanando i visi, ma strette. E mentre “loro” continuano a smanacciarsi, ricapitolo i miei abbracci più recenti, Alessandro, Stefano, Patrizia, Bruno, Arianna, e la tiritera da cattedra me la ingoio all’istante. Rimango in piedi a guardarli mentre, fermata dopo fermata, ridono e si avvicinano, impercettibilmente, inesorabilmente, una ragazza addirittura sul bracciolo, tipo gita scolastica, un ragazzo che le fissa la schiena mezza nuda, incantato. La giovinezza è un rischio dolcissimo.

Sbagliano? Certo. Ho sbagliato ad abbracciare la mia amica Paola? Sicuro. Errore umanissimo, ma sempre errore. Il virus colpisce dove siamo più umani, in quella che Leopardi chiamava la “social catena”, la nostra capacità di tenerci per mano dinnanzi all’orrore. Dunque? Che fare? Li guardo ancora, unghie pittate, magliette slabbrate. A ‘sto giro, risposte facili non ne ho, ragazzi. Dar retta a Leopardi, credo. Vaccinarsi, anche. E farlo tutti. Adesso si può. Tutti insieme.

#Covid #zonabianca #giovinezza #GiacomoLeopardi #scuola #Liguria

Il mondo reale di Etian

Questo mio contributo è apparso sul quotidiano Il secolo XIX il 26 maggio 2021.

Lo ammetto, quando sento la notizia penso solo all’unico, piccolo sopravvissuto, Etian Biran. L’enormità della sua solitudine mi toglie il fiato. Il termine “intubato”, che il tg continua a ripetere, mi disturba. In pandemia è come uno sciame di cattivi pensieri, e allora lo scaccio. Provo a concentrarmi sul resto, le vittime, le parole dei soccorritori, la macchina degli accertamenti, ma faccio fatica. Il bambino sta lottando, nella mia testa c’è spazio solo per lui, di lui dobbiamo occuparci, penso. E quando passa la foto della famiglia Biran, i due ragazzi che lo hanno messo al mondo, Etian, e anche il fratellino, chiudo gli occhi. Così giovani, penso, noi che i figli li facciamo tardi oppure mai. Tanta vita mi sgomenta, tanta fiducia nel futuro, e dentro di me ringrazio che, nel pozzo nero di un pietoso sonno farmacologico, Etian quelle immagini non possa vederle.  Che poi chissà, magari sogna, e allora cosa sogna? Ma anche questo pensiero – incerto, angoscioso –  lo scaccio. Voglio solo quiete, anche se indotta, pace per Etian.

Forse per questo, quando alla fine del secondo giorno il portavoce dell’ospedale parla ai giornalisti di accompagnare il bambino in un “cauto risveglio”, il mio primo pensiero è: “No”. Poi correggo il tiro: “Non ancora” mi dico. Ma quando, allora? Quand’è il momento giusto? Il portavoce usa parole da medico, tecnicismi precisi e rassicuranti: “risonanza magnetica”, “tronco encefalico”, “stabilità emodinamica”. Come se dicesse che sono ossa, muscoli e arterie a stabilire che è ora, che il corpo è pronto. “Cautela” aggiunge però. Lo ripete. “Cautela” nel riportare Etian al “mondo reale”. Dice proprio così, “mondo reale”, quasi non fossero veri l’ospedale, l’ossigeno, le medicazioni. I giornalisti incalzano, vogliono un titolo che sintetizzi la situazione e il titolo è “cauto ottimismo”. Ma a me resta in testa solo quel “mondo reale”. La meno tecnica della espressioni. La più feroce. E anche se il bollettino medico è incoraggiante, e anche se Etian, come dice il tg, in ebraico vuol dire “forza”, il mio primo istinto è tenerlo lontano dal mondo reale, Etian, ancora per un po’.

Il fatto è che il mondo reale non risparmia nessuno, neanche i ragazzini, che i lutti poi li portano addosso, a scuola per esempio, ed è lì che ogni tanto incrociano la mia strada. Chi smette di venire a lezione e chi fa di tutto per non tornare mai a casa. Chi passa un anno intero senza sorridere e chi cova rancore monosillabico, rabbioso. Il mondo reale può essere spietato. Per questo desidero pace per Etian, solo un altro po’.

Ma in questo mio discorrere di protezione c’è qualcosa che non mi convince del tutto, perché di un piccolo corpo vivo parliamo, e di vita da vivere. Quante volte l’ho visto succedere? Quante volte ho visto ragazzi trovare la forza di tornare tra i banchi e ragazze ricominciare a parlare e perfino a sorridere? Il mondo reale sarà spietato ma la vita è potente.  

Forse il mio primo istinto – aspettare, aspettare ancora – viene da altro e quelli a cui serve tempo siamo noi. Non tempo: coraggio. Noi adulti. Noi che insegniamo che non si devono dire le bugie e quindi a Etian dovremo dire la verità. Trovare le parole giuste per raccontargli la più nera delle favole. A lui e a tutti i bambini che guardano il tg in questi giorni bui. Noi che abbiamo le risposte, dobbiamo averle, almeno quelle che servono a un bambino di cinque anni, quando l’universo è tutto un “perché”. Anche per questo faremo indagini, apriremo istruttorie, commissioneremo perizie e proveremo a rispondere a tutte le domande. L’avete vista al tg l’espressione determinata del magistrato inquirente? È la stessa nostra. Solo alla domanda più misteriosa e dolente ci toccherà chinare il capo e restare in silenzio: “Perché io? Perché proprio a me?”

#stresamottarone #Etian #secoloxix