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non voglio più essere Jo

https://vestuarioescenico.files.wordpress.com/2012/06/imagen11.jpg?w=490Ho scritto delle sorelle March su Cultweek. Qui il link e di seguito il testo.

Jo March:  Piccole donne l’ho riletto per lei. Volevo capire se davvero ho cominciato a scrivere, e se continuo a farlo, per colpa sua. Ora il problema è che, se buttate “Jo March” in pasto a Google, conterete a mucchi le giornaliste, scrittrici e blogger che dichiarano: “volevo essere Jo March”. Il rischio che questo contributo corre è il vieto stereotipo. Rischio altissimo. Ma tant’è, l’impegno con Cultweek è preso, tocca gettare il cuore oltre l’ostacolo.

Della Jo March letta a nove anni ho un bellissimo ricordo. Coraggiosa, intraprendente, anticonformista e brillante. All’epoca, lei era senz’altro la ragazzina che avrei voluto diventare. Per trasformarmi nell’arcibuona Beth, mi mancava non solo la pratica quotidiana del sacrificio, ma proprio il fisico, nella foto di classe ritrovandomi sempre nella fila di fondo, alta e corpulenta quanto il più robusto dei maschi.

Amy la vedevo come un tipino vanesio, e sciocca o vanitosa non ho mai voluto esserlo (con quale successo, non saprei dire).

Quanto a Meg, Meg era troppo: troppo grande, troppo donna, una vicemamma. Impossibile quindi che fosse lei ad instradarmi su un percorso che, nell’età di «Heidi» e «Candy Candy», neppure intuivo.

Jo, dunque. Jo era perfetta. Jo c’est moi, avrei detto alla maestra, se la maestra mi avesse spiegato chi sono Madame Bovary e Flaubert. E Jo c’est moi ho pensato fino a qualche settimana fa, quando ho affrontato di nuovo Piccole donne». Scoprendo le seguenti cose.

Primo: Beth è di una timidezza border line. Beth ha un rapporto francamente patologico con le bambole. Beth è sì arcibuona, ma di una bontà sospetta. Fa pensare al cane che, sul punto di essere sopraffatto, smette ogni aggressività e porge il collo all’avversario. Mordimi. E l’altro, frustrato, schiumante di rabbia, mica morde.

Ora, il collo offerto ai canini dell’antagonista non è bontà: è tattica. Nella migliore delle ipotesi, resistenza passiva. Beth March, timorosa di tutto, terrorizzata da una parola pronunciata a voce troppo alta, fronteggia il mondo mostrando la giugulare.

Secondo: Meg non è una donnina. È una ragazza che si affaccia all’età adulta con la malagrazia di chi è appena arrivato. Manca niente che faccia scappare a gambe levate l’uomo che ama.

Terzo: Amy, la piccola di casa, non è superficiale come la ricordavo. Diciamo che va per tentativi, povera anima, e fatica a trovare se stessa tra personalità tanto definite. Cioè, anche, opprimenti.

Quarto e ultimo: Jo sarà anche tutto cuore (taglia i bellissimi capelli per aiutare la famiglia), ma quasi ammazza la sorellina importuna. Si mette di traverso ostacolando i progetti matrimoniali di Meg. Rifiuta di crescere con pervicacia capricciosa. Jo March è Peter Pan con l’impaccio della crinolina, e il sacrificio della chioma è un modo come un altro per allontanare da sé lo spettro incombente della Femmina Adulta, cioè sessuata.

Insomma, passati quasi quarant’anni dalla prima lettura, mi sono trovata tra le mani un altro libro. Piccole donne non è più quel  Piccole donne, ma un testo carico di ambiguità, ombre, complicazioni. Ambivalenze che, a nove anni, ovviamente non percepivo. Il che non significa che non sapessi leggere. Significa che Piccole Donne non è liquidabile come vecchio romanzetto benintenzionato per brave bambine, ma è un dispositivo letterario che sprigiona senso, a nove anni come a quarantasette, e lo fa dal 1869. Un Classico, insomma. Non “Classico per l’infanzia”, Classico Classico.

Finisce qui? Non proprio. Letta/riletta la storia della sorelle March; avvertito in molti passaggi il pulsare pertubante di un non-detto; annusato, sotto ogni pistolotto educativo, un lieve sentore di zolfo, mi sono innamorata dell’autrice.

Cercate in Rete, leggete la bella nota introduttiva di Daniela Daniele all’edizione Einaudi. Scoprirete che Mrs. Alcott aveva un padre idealista e pasticcione; che le piaceva intrattenersi con la meglio gioventù dell’epoca; che scontava, come tutte, il pregiudizio di essere femmina in un mondo di scrittori maschi; che, probabilmente, somigliava alla Jo che ricordate anche voi: coraggiosa, intraprendente, anticonformista e brillante. E certo era sgobbona, versatile, creativa, ma anche assai concreta. E a quel punto potrebbe capitarvi di pensare quello che ho pensato io: no, grazie, non voglio più essere Jo March. Voglio essere Louise May Alcott.

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I Promessi Sposi e una scandalosa proposta

Questo articolo è uscito su Cultweek l’8 luglio 2017, nella rubrica Letti ieri, letti oggi.

Manzoni, per senso del dovere, due anni fa. Entrata di ruolo in un Istituto Tecnico, ho fatto i conti e ho capito che dall’ultima lettura integrale de I promessi sposi erano passati almeno vent’anni. Letti come li leggono tutti, da studente, mentre adesso ero professoressa.

E questo è il primo problema. Per quanto ben disposto possa essere l’allievo, per quanto appassionato sia l’insegnante, la prassi scolastica condiziona l’esperienza. Davanti a Don Abbondio che balbetta di paura, o giochi in difesa da adolescente in obbligo scolastico (due stupidate sulla vita, due sulle opere, gli appunti passati dalla secchiona, wikipedia il giorno prima dell’interrogazione, sullo smartphone) o giochi in attacco da docente volenteroso (note, apparato critico, la funzione del paesaggio, il narratore onniscente, il tema del coraggio, l’ironia, i più illuminati tra noi organizzano laboratori sul testo). Studente o insegnante: mai lettore. Povero Manzoni. Continua a leggere


Natale, anche se non sei il tipo

Natale di libri, ma non solo. Sempre su Cultweek, e qui l’originale

Con te il Natale non attacca. Niente magia, niente miracolo, niente di niente. Probabilmente finirai come il vecchio Scrooge, una notte ti toccherà la visita degli spiriti. L’accoppiata Natale-Capodanno poi, quella la consideri letale. Buoni sentimenti-buoni propositi. Hai i tuoi motivi, ma non è il caso di tirarli fuori ogni volta. E dovresti smetterla di dire a tutti che vorresti svegliarti il 7 gennaio. Non sei quel tipo di persona, non così snob.

Quello che ti fa innervosire davvero è il bilancio di fine anno. Che in sé non sarebbe una brutta cosa. Anzi, bilancio è una bella parola concreta, da ragioniere, e i ragionieri capiscono il mondo (Sorrentino su Sette). Affrontano la complessità armati di molte righe e due sole colonne: Entrate/Uscite. Un’attività che li obbliga a fermarsi e suddividere il tempo in trimestri, semestri e annualità, e poi ragionare su quel che è andato bene e quel che non ha funzionato. Invece in Rete, in Tv e sui giornali, insomma ovunque, registri tutto un fiorire di elenchi compilati perlopiù senza criterio esplicito, senza l’intelligenza dei commercialisti, vorresti dire. Concepiti in partenza come liste della spesa, in ossequio, questo sì, alla natura marcantile della faccenda: canzone dell’anno, artista dell’anno, film dell’anno, libro dell’anno, best of. Sì, ma, e la complessità? E il ragionamento? Continua a leggere


Skopje, o cara

20161016_153722Questo articolo è uscito su Cultweek il 19 novembre del 2016. Qui trovate l’originale. L’ho scritto di ritorno dal mio viaggio nella capitale della Macedonia, che non conoscevo e dove sono stata invitata dal locale Comitato della Dante Alighieri.

Dei Balcani non so quasi niente, giusto quel che si trova nei libri di scuola. E meno ancora so di quel pezzetto di Balcani che si chiama Macedonia: la falange macedone irta di picche come un istrice, Alessandro Magno che conquista il mondo a vent’anni, cose così. Di Skopje, la capitale, so che da queste parti è nato l’imperatore Giustiniano, che nel 1963 un terremoto l’ha quasi rasa al suolo e che ci ha appena giocato la Nazionale. E non sapendo quasi niente dei Balcani, della Macedonia e di Skopje, all’idea di andarci mi è venuta un po’ di paura. Niente di paralizzante, piuttosto uno stato di allerta, quel sudorino tra le scapole quando superi la fila di tir in autostrada. Vai tranquilla, ti dici, ma fa’ attenzione. Continua a leggere


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