La figlia sbagliata su Sololibri.net

La recensione di Giovanna Giraudi sul portale Sololibri.net (qui)

Raffaella Romagnolo, dopo l’esordio con “L’amante di città”, i successi de “La masnà” e “Tutta questa vita”, torna in libreria con “La figlia sbagliata” (Frassinelli, 2015). Il nuovo romanzo conferma le sue doti di scrittrice ma, ancor più, ci fa conoscere un’autrice matura che sa toccare tematiche dolorose in maniera profonda ed efficace.
La vicenda ha luogo in quattro giorni ma riassume l’intera vita di un nucleo familiare e spazia quindi tra passato e presente con flashback ripetuti ma che sembrano vivi e attuali come avvenissero oggi.

Una sera, subito dopo cena, davanti alla Tv e alla consueta Settimana Enigmistica, Pietro Polizzi, in pensione dopo tanti anni alla guida di un camion, viene colto da infarto fulminante: gli è vicina la moglie Ines, intenta, però, a svolgere le faccende domestiche. I minuti e poi le ore passano e Ines rassetta casa, guarda i programmi televisivi e lascia Pietro lì, su quella sedia, quasi nulla fosse cambiato. Ecco l’inizio di una fra le tante tragedie che si svolgono tra le mura familiari e che sono la “summa” di una vita di dolore e di sofferenza.

“Se tra una passata e l’altra si fermasse a guardare in volto Pietro Polizzi, cosa che Ines fa di rado, si accorgerebbe dell’incipiente pallore e di una lieve impressione di secchezza della pelle, causata dal blocco del flusso sanguigno… Pietro aveva un bel fascino, pensa Ines. Ma di certo non era bello come il loro primogenito. Vittorio è molto più alto, e poi il taglio degli occhi, le ciglia, le spalle.. Anni di nuoto gli hanno modellato il corpo. Avrebbe potuto diventare un campione dice… E’ sempre stato giudizioso, d’altronde, anche da bambino. Un amore di bambino… Bambini così ce n’è uno su un milione, pensa. E’ stata fortunata, molto fortunata. Due sarebbe chiedere troppo.”

Vittorio è l’amore di Ines, nata Banchero, madre realizzata soprattutto in virtù di quel figlio, ora molto lontano, ma con alle spalle una carriera di nuotatore e poi ottimi voti, brillanti risultati nello studio, la laurea e subito il lavoro. Perché allora gli altri si ostinano a non parlare di lui? Questo dilania la mente e il cuore di Ines che vede nel figlio la propria realizzazione mentre non prova gli stessi sentimenti per Riccarda, secondogenita, assai diversa dal fratello. Lei è sempre stata meno obbediente di lui, più ribelle (Ines la chiamava “la signorina crisi isterica”), scontrosa ma, comunque, dotata d’una spiccata personalità. Quindi, diverse sono state le sue scelte di vita, non condivise dalla mamma: Riccarda non avrebbe dovuto farsi incantare da sogni incerti. Non avrebbe dovuto scegliere di fare l’attrice anche se quello le dettava il cuore, anche se a ciò tanto si era preparata. Meglio sarebbe stato uniformarsi a quel senso di dovere che permeava la famiglia, a quello che era stato il pensiero fondamentale di mamma Ines fin da giovane, quando aveva rinunciato ad un buon posto di lavoro “onorando” la promessa fatta il giorno del matrimonio.

E’ questa la famiglia Banchero – Polizzi: una serie di scelte “ragionevoli”, anche di rinunce, tutte volte ad un futuro migliore. Però, purtroppo, si lascian da parte i talenti. Anche Ines ne possedeva: appassionata e abile nel disegnare, aveva, crescendo, abbandonato ciò che più le interessava in virtù d’un futuro tranquillo. E Vittorio? Tutto dovere. Dalla piscina, allo studio, agli impegni scanditi giorno per giorno. Certo, molto era il talento ma quale la sua vera strada? Non era nemmeno possibile ad essa pensare poiché le giornate erano disseminate delle richieste di Ines cui rispondere “Sì, mamma”, “Certo, mamma”. Ines non comprendeva le scelte fatte d’impulso. Ripeteva “Talento vuol dire denaro”. Non era d’accordo con la parabola tante volte ascoltata. Per lei il talento andava conservato ma non si doveva, per esso, rischiare. Andava messo a frutto solo il certo, non come aveva fatto Riccarda, corsa dietro alle proprie passioni e nemmeno come, in un solo caso, Vittorio che, a causa della fidanzata Grazia, un giorno, “se n’era andato via”. Tutto questo continua a pensare, a rimuginare, in un atteggiamento al confine con la follia, per quattro giorni accanto al suo Pietro, lì, freddo nel rigor mortis. Nella narrazione par d’esser in una rappresentazione greca in cui ognuno indossa una maschera che nasconde la propria vera identità personale. Da lì ha origine la vera tragedia, quella che segna le esistenze con la decisione di cambiare o rinunciare alla vita, quella che non si può e non riesce a confessare e che costituisce il fulcro del romanzo.

La vicenda risulta ben scritta e costruita, particolarmente toccante, coinvolgente. I personaggi ci colpiscono per la loro umanità, per le loro imperfezioni, per le loro peculiarità.

Raffaella Romagnolo ha saputo condensare in meno di duecento pagine un’intera vita familiare fatta d’amore, di dovere, di decoro, di rinuncia ma anche di talento e passione sopita e non. “La figlia sbagliata” si rivela un libro triste, tragico ma incredibilmente umano.

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